Wednesday, April 22, 2015

2015.04.38

Theodora Suk Fong Jim, Sharing with the Gods: 'Aparchai' and 'Dekatai' in Ancient Greece. Oxford classical monographs. Oxford; New York: Oxford University Press, 2014. Pp. xv, 373. ISBN 9780198706823. $150.00.

Reviewed by Giovanni Marginesu, Università degli Studi di Sassari (gmarginesu@uniss.it)

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La monografia di Theodora Jim è incentrata sulle ἀπαρχαί e sulle δεκάται, ossia, rispettivamente sulle 'primizie' e sulle 'decime' nell'antica Grecia. Si tratta di dediche retrospettive, ossia devolute non al momento in cui si intraprende un'impresa, ma solo alla sua conclusione, e con esse si offre alla divinità una quantità del bene prodotto o acquisito, nella forma grezza di una porzione del bene stesso o secondo un sistema che converta parte dei proventi in un oggetto specificamente creato come ἀνάθημα.1

A mo' di introduzione, una sintetica rassegna degli studi parte da William Robertson Smith e passa attraverso James Frazer, Jane Harrison, Henri Hubert e Marcel Mauss, per ragionare di come il fenomeno delle primizie sia stato collocato in un più ampio contesto storico-antropologico e comparativo, toccando temi come il passaggio dalla magia alla religione e alla scienza; o i processi di sacralizzazione e desacralizzazione alla base del sacrificio. Un significativo punto di svolta è riconosciuto nell'opera di Max Gluckman sulle primizie nell'ambito delle tribù Bantu in Africa sud-orientale: egli dimostrò come una finalità profonda della pratica fosse l'affermazione dei legami sociali, attraverso il concetto chiave di ritual of rebellion.

Il libro deve molto a una serie di indagini sulle dediche nel mondo greco, da quella di Rouse, che scandaglia l'universo degli oggetti votivi, alla memoria lincea di Maria Letizia Lazzarini, che si occupa delle formule delle dediche votive nel mondo arcaico, al saggio di Van Straten, che traccia alcune linee generali della pratica votiva, sino alla più recente sintesi di Parker.2 Tuttavia esso non solo copre, nell'ambito del più vasto tema delle dediche, un argomento trascurato, ma segna un notevole distacco dagli studiosi che si sono interessati specificamente di primizie, in particolare da Hans Beer, autore di una dissertazione del 1914 che poco si emancipava dalla visione generale di ascendenza frazeriana, laddove il già citato saggio di Rouse aveva già mostrato una notevole apertura agli aspetti antiquari, epigrafici e sociali.

In un simile quadro l'intento dell'Autrice non è tanto quello di stabilire quali tipi di dediche fossero le primizie o in quali contesti esse si collocassero, ma piuttosto quale motivazione spingesse gli Antichi a donare decime o primizie alle divinità. Al fondo sta la questione del nesso fra ritual acts e religious belief. Jim avverte subito il lettore del suo presupposto teorico: rifiuta l'idea che i comportamenti religiosi dei Greci siano dettati da una vuota e automatica ritualità, e in questo reagisce a una influente corrente di studi; pensa invece che il fedele antico nutrisse un 'sentimento' religioso, credesse nell'esistenza delle divinità alle quali dedicava e provasse delle autentiche emozioni e dunque che "a close investigation of the Greeks' religious behaviour can shed important light on their religious presuppositions, hopes and fears, and perceptions of the gods" (p. 22).

Discussi lo stato dell'arte e il metodo, tracciati il campo d'indagine e l'arco cronologico (dal 700 al 31 a.C.), dopo aver disquisito sulla terminologia e sugli aspetti della religious mentality nei primi due capitoli, Jim organizza l'universo delle fonti che contengono i termini ἀπαρχαί e δεκάται. Da subito è chiaro che si deve rinunciare a una interpretazione monolitica del fenomeno, e si procede a dividere la materia distinguendo fra dediche agricole; dediche dei pasti; dediche private; dediche di guerra; dediche a città egemoni e a santuari panellenici e intese come tributi.

In alcuni casi è utilizzato il modello teorico elaborato da Maurice Godelier: alla base della pratica di estrarre primizie o decime dal raccolto o da un pasto sarebbe il senso di angoscia e ansia causato nell'individuo dal suo sentirsi perennemente in debito nei confronti della divinità. Sotto un simile profilo lo studio presente tende a privilegiare il concetto di debito quale valore fondante la pratica votiva, mettendo in discussione quelli di χάρις e reciprocità.3

Il modello godelieriano non è tuttavia adeguato per spiegare tutte le forme di ἀπαρχαί: relativamente ai bottini di guerra la pratica di estrarre delle ἀπαρχαί si spiegherebbe piuttosto applicando la teoria di Gluckman, secondo il quale le primizie avrebbero ridotto, frenandole e schermandole, le potenzialità distruttive (e tendenzialmente erosive della coerenza del gruppo) insite nella divisione del bottino.4

Una lettura a parte rivendicherebbero le ἀπαρχαί intese come contributo a potenze dominanti, quali furono l'ἀπαρχή dedicata ad Atena da parte dei membri della Lega Delio-Attica a partire dal 454 a. C. e quella del grano devoluta ad Eleusi: in esse e nei casi simili si coglierebbe il tentativo di giustificare attraverso la pratica votiva un sistema collaudato di riscossione e, in sostanza, di sottomissione.

Segue un capitolo centrato sulla trasmissione del lessico delle ἀπαρχαί alla dimensione dei pagamenti, delle imposte e delle tasse nel santuario, con valutazioni relative anche al profilo finanziario dei culti cittadini, e al ruolo di decime e primizie - spesso impiegate per l'edilizia - nel finanziamento del sacro.

Theodora Jim attraversa e riunisce una materia controversa che evolve dal gesto spontaneo dell'individuo, all'azione strutturata e concertata della comunità, sino all'obbligo di un pagamento; le primizie investono poi un campo che, dalla microeconomia, giunge sino alla finanza, coinvolgendo quantità minimali di raccolto, oggetti in metallo prezioso e addirittura gli edifici pubblici e sacri.

L'approccio è interdisciplinare, e interessa in special modo l'epigrafia, dato che una gran parte delle fonti è rappresentata da iscrizioni; a maggior ragione poi esse meritano spazio dal momento che l'Autrice tratta alcuni documenti controversi. Si segnalano, a mero titolo esemplificativo: il calendario sacrificale da Cos, IG XII.4.275 linea 12, dove ad eparxamenoi degli editori la Jim preferisce aparxamenoi (pp. 33-34); la dedica di Nearchos, IG I3 628, che sembra essere stata offerta dal ceramista ormai nella sua tarda età (pp. 133-134); il decreto sulle primizie, IG I3 78, dalla cronologia vessata (pp. 207-219).

L'ampiezza cronologica e geografica dei dati e dei documenti comporta di necessità che alcuni temi siano toccati con rapidità. È così rievocato anche il capitolo delle spoglie di guerra e degli edifici costruiti dal bottino di Maratona. Tuttavia, anche se la realizzazione delle opere da bottini è un fatto conclamato, i rendiconti delle opere dimostrano che nella realtà agli edifici e alle statue monumentali, specie quelli ateniesi realizzati nel V secolo, era riservato un finanziamento complesso. La Promachos, per di più, pone problemi ardui (p. 183): la fonte (soprattutto Pausania I.28.2) parla di spoglie di Maratona, e sulle spese meritano ancora attenzione le ipotesi del Dinsmoor basate sull'integrazione dei rendiconti, ma il problema di questi documenti non è solo quello della cronologia; i testi potrebbero anche rendicontare una diversa fabbrica o cantiere, dal momento che nei frammenti non sopravvive alcun riferimento certo alla statua fidiaca.5

Edito in maniera pregevole, il volume è corredato da utili fotografie delle iscrizioni, e chiuso da un complesso di indici delle fonti letterarie ed epigrafiche e dei termini notevoli che rende agevole la consultazione del testo.

Per concludere, Sharing with the Gods colma una lacuna e invita a riflettere su una pratica assai pervasiva nel mondo greco. Ben informato nella scelta della documentazione, il lavoro è destinato ad imporsi quale stimolante contributo. La sua riuscita si individua nell'apertura comparativa e nella rinuncia a segnare un quadro interpretativo rigido della pratica di versare le primizie nel mondo greco; e le ulteriori sortite dell'Autrice e di altri studiosi sull'argomento daranno conto di aree ancora da indagare della pratica votiva nel suo complesso.



Notes:


1.   Importante risulta al proposito la classificazione di raw e converted offerings alle pp. 4-5.
2.   W.H.D. Rouse, Greek Votive Offerings. An Essay in History of Greek Religion, Cambridge 1902; M. L. Lazzarini, Le formule delle dediche votive nella Grecia arcaica, MAL 1976; F. T. van Straten, Votives and Votaries in Greek Sanctuaries, in J. Bingen, A. Schachter (edd.), Le sanctuaire grec, Geneve, 1992, 247-290; R. Parker, Dedications. Greek Dedications. I: Introduction. Literary and Epigraphical Sources, in ThesCRA I, Basel-Los Angeles 2004, 269-281.
3.   M. Godelier, L'énigme du don, Paris 1996.
4.   M. Gluckman, Order and Rebellion in Tribal Africa, London 1963.
5.   Sul problema dei rendiconti della Promachos oltre a R. Stroud, The Athenian Empire on Stone, Athens 2006, vedi G. Marginesu, Gli epistati dell'Acropoli. Edilizia sacra nella città di Pericle, Atene-Paestum 2010, pp. 28-32 (SEG LX 2010, 44). Per il problema del sigma a tre tratti v. ora A. P. Matthaiou, R. Pitt (eds), Athenaion Episkopos. Studies in Honour of Harold B. Mattingly, Athens 2014.

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