Friday, January 29, 2016

2016.01.35

Hans-Christian Günther (ed.), Virgilian Studies: A Miscellany Dedicated to the Memory of Mario Geymonat (26.1.1941 - 17.2.2012). Studia classica et mediaevalia, Bd 10. Nordhausen: Verlag Traugott Bautz, 2015. Pp. 526. ISBN 9783959480215. €90.00.

Reviewed by Giampiero Scafoglio, Seconda Università di Napoli; Université de Nantes (scafogli@unina.it)

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Table of Contents

Il volume di studi virgiliani dedicato alla memoria di Mario Geymonat ha due punti di forza, che lo rendono senz'altro apprezzabile. In primo luogo, la raccolta riceve coerenza e coesione dalla scelta di un argomento comune: non a caso, l'autore latino a cui lo studioso defunto ha consacrato la propria fatica di maggiore importanza (scil. l'edizione critica delle opere virgiliane, Torino 1973, 2a ed. Roma 2008). In secondo luogo, al volume hanno partecipato studiosi rinomati e di alto profilo: non sorprende se i contributi (a cui peraltro non sono stati imposti limiti di estensione) sono tutti di buona o di ottima qualità.

Alessandro Barchiesi (Implicazioni di storia romana nell'oratoria di Turno, pp. 15-25) si sofferma sul discorso di Turno nell'assemblea dei Latini e, in particolare, sull'aggettivo etnico che egli attribuisce a Diomede, Aetolus (Aen. 11.428), con implicito riferimento alla caratteristica attribuita a questo popolo dalla "memoria collettiva" dei Romani: la tendenza al tradimento e alla menzogna, il mancato rispetto della fides.

Francis Cairns (Fat victim and fat cheese, pp. 27-37) esamina le parole di Titiro, che lamenta la propria incapacità di conservare il denaro, in passato, per gli scarsi guadagni ricavati dalla vendita di carne e formaggio in città e per la venalità di Galatea (Buc. 1.33-35): parole intessute di allusioni letterarie e di raffinata ironia, in rapporto con Callimaco e con la poetica alessandrina.

Il proemio del libro III delle Georgiche, con la promessa di innalzare un tempio in onore di Ottaviano, è analizzato da Mario Citroni (La vittoria e il tempio, pp. 39-87), che vi riscontra "la compresenza di riferimenti all'opera presente e all'opera futura", cioè alle Georgiche e all'Eneide. Infatti, l'orgogliosa affermazione del raggiungimento dell'Elicona rappresenta "il pieno successo del compimento dell'opera presente […] che farà di Virgilio un nuovo Esiodo", ovvero "un nuovo iniziato delle Muse"; mentre la costruzione del tempio è a sua volta "figura di un'opera letteraria: un poema epico latino che canti le vittorie di Roma", nonché "lo sfondo mitico delle origini troiane di Roma e del suo principe".

Gregson Davis (The dual function of the umbra-motif in Vergil's Bucolics, pp. 89-101) studia la ricorrenza e la funzione della parola-chiave umbra, che gioca un duplice ruolo sul piano metaletterario, a seconda della posizione che occupa all'interno dei singoli componimenti: "in preludic contexts" indica infatti "the locus of bucolic performance", mentre "in postludic contexts" annuncia "the impending closure of the carmen".1

Elaine Fantham (Virgil's Trojan Women, pp. 103-134) riconosce "the conflict between two models" nel viaggio dei Troiani guidati da Enea: a un modello di "evacuation", che prevede la fuga di tutti (compresi vecchi, donne e bambini) dal territorio occupato dai nemici, si contrappone un modello di "colonization", basato sull'insediamento di uomini che si uniscono con le donne native della terra conquistata. Questo conflitto è risolto dall'episodio conclusivo del libro V, quando le donne troiane appiccano il fuoco alle navi e, in seguito, scelgono di rimanere in Sicilia "as citizens of the new city": quindi gli uomini occuperanno il Lazio e si uniranno con le donne autoctone, in modo da garantire "the persistence of Latin identity", come promesso da Giove a Giunone (12.834-837).

Paolo Fedeli (La sezione troiana di Prop. 4.1 alla luce dell'epos virgiliano, pp. 135-168) svolge un commento esegetico e stilistico dei vv.39-54 dell'elegia IV, 1 di Properzio, con una speciale attenzione ai rapporti con l'Eneide (in particolare, per quanto riguarda il ruolo di Venere come protettrice di Enea e dei Troiani, la caratterizzazione della Sibilla, la figura di Cassandra e la sua profezia).

Stephen Harrison (Vergil's metapoetic katabasis: the underworld of Aeneid 6 and the history of epic, pp. 169- 193) interpreta la descrizione virgiliana dell'Averno come "a repository of allusions to the history of epic", dall'epos greco arcaico fino al periodo augusteo: le diverse figure che popolano il regno dei morti sono ricondotte alle rispettive fonti letterarie, da Omero a Esiodo, da Nevio ed Ennio a Lucrezio, fino a Vario (contemporaneo di Virgilio). Anche a prescindere dalla chiave di lettura, di per sé originale e suggestiva, un grande merito di questo contributo è di mettere in luce i rapporti del testo virgiliano con opere perdute, che sono spesso ignorate negli studi dedicati all'intertestualità e nei commenti all'Eneide, come i poemi del ciclo epico e i carmi orfici. Il viaggio di Enea nell'Averno adombra quindi "a parallel journey of the Aeneid through the history of its own genre of epic", configurandosi come "a metapoetic katabasis".

Stephen Heyworth (Notes on the text and interpretation of Vergil's Eclogues and Georgics, pp. 195-249) discute una serie di passi controversi, con impostazione conservativa, ma anche con l'intento di evidenziare e rimuovere "uncorrected errors". Molto efficaci mi sembrano alcuni dei suoi interventi: per esempio, la rivendicazione dell'autenticità di Georg. 2.433 (un verso espunto da Ribbeck, Thomas, Goold e Conte) o il ripristino dell'ordine di Georg. 4.197-205 che si trova nei manoscritti (confutando lo spostamento dei vv.203-205 dopo il v.196, proposto da Bentley e Schrader, poi condiviso da Goold e Conte). Non ugualmente efficace mi pare invece il tentativo di espellere il v.61 e di correggere aut in ante all'inizio del v.62, nella Bucolica I. In merito a Buc. 4.62, Heyworth difende la lezione manoscritta cui non risere parentes, contro l'alternativa tramandata da Quintiliano (9.8.3), qui non risere parentes, pubblicata da S. Ottaiano (nell'edizione di Bucoliche e Georgiche curata con G. B. Conte), contemporaneamente e indipendentemente difesa da me ("Since the Child Smiles. A Note on Virg. Ecl. 4.62-3", CJ 109, 2013, pp. 73-87). Per quanto riguarda Georg. 1.480, et maestum inlacrimat templis ebur aeraque sudant, Heyworth propone plausibilmente la correzione lacrimat maestum in templis ebur; tuttavia la sua interpretazione si può forse conciliare con la lezione manoscritta, che non è necessario correggere, se si riferisce la preposizione in al sostantivo templis, ipotizzando un'anastrofe (una figura non rara nello stile virgiliano): maestum in lacrimat templis ebur.

Gregory Hutchinson (Space in the Aeneid, pp. 251-286) esamina la descrizione dello spazio e la collocazione dei personaggi nelle coordinate spaziali nell'Eneide, in relazione "with the characters of the poem, its structure, its cosmology and its theological world". Egli si concentra sul personaggio di Turno, che ha un rapporto complesso con "the centre of military action" (nel senso che il suo costante tentativo di raggiungerlo è sistematicamente frustrato dalle circostanze e dalle divinità) e vive, al tempo stesso, controverse esperienze interiori che si esplicano in una dimensione spaziale (per esempio, l'apparizione onirica di Alletto). Lo studioso si sofferma poi sul mare, che è importante specialmente nella prima parte del poema, dove la condizione dei Troiani è improntata a "placelessness and passivity", tra peregrinazioni senza meta e spostamenti coercitivi sotto la spinta delle tempeste.

Peter Knox (Virgil's Catullan One-Liner, pp. 287-319) analizza "the most vexing case of Vergilian quotation", cioè la citazione di Catullo, 66.39, ad Aen. 6.460, inuitus, regina, tuo de litore cessi, citazione che appare "consistent with the rhetorically weak position that Virgil crafts for Aeneas": il riferimento allusivo a un testo così poco appropriato per esprimere un sincero pathos confermerebbe l'atteggiamento inadeguato dell'eroe, a cui risponde degnamente il silenzio di Didone, così come quello dei commentatori antichi, che non segnalano la citazione.

Michèle Lowrie (Rege incolumi: Orientalism, Civil War and Security at Georgics 4.212, pp. 321-342) discute "the idea that group safety was embodied in the leader", un'idea che emerge dalla descrizione virgiliana della società delle api e che si rispecchia nella monarchia, in particolare nella concezione monarchica tipicamente orientale: la lotta tra diversi alveari quale metafora delle guerre civili implica di conseguenza "the projection of civil conflict onto an oriental other".

John Newman (Virgil's Iliad. Reflections on a Secondary Epic, pp. 343-401) considera ancora una volta il rapporto dell'Eneide con l'epos omerico, evidenziandone però la complessità, alla luce della poetica alessandrina: "it was impossibile for Homer to be Virgil's only model", in quanto "the Alexandrian taste of his restive age had to be satisfied". Il carattere composito dell'Eneide, che partecipa di elementi culturali ed estetici così diversi, è rappresentato dal personaggio di Ercole, "an apocalyptic saviour from death" e nel contempo "a figure of fun", a cui Enea è legato da un forte nesso allusivo.

Michael Putnam (The injunction of Apollo, pp. 403-428) focalizza l'invito alla moderazione che Apollo rivolge ad Ascanio durante la sua prima battaglia (Aen. 9.638-660), mettendolo in rapporto con "two of the epic's major motifs, revenge and clemency". Questo invito riecheggia le due esortazioni che Anchise, nell'Averno, rivolge rispettivamente a Cesare e Pompeo (Aen. 6.826-835) e al popolo romano in generale (vv.851-853): "to practice moderation, while fighting or in its aftermath, especially as victor responding to the conquered" è infatti un tema morale centrale nel poema. Tuttavia l'invito non sarà ascoltato da Cesare e Pompeo, che ingaggeranno quella guerra civile che Anchise tenta invano di stornare, parlando alle loro anime non ancora incarnate. Neppure Enea mostrerà di seguire la via indicata dal padre nell'Averno (e anche dalla madre Venere, che lo trattiene dalla vendetta nei confronti di Elena, nella notte della conquista di Troia): infatti il poema si conclude con l'uccisione di Turno, sconfitto e supplice. L'esortazione di Apollo ad Ascanio si insersice "in this chain of imperatives that help formulate an ethical norm against which Virgil asks us to measure the behavior of warriors, present and to come".

Sul Vergilius a cui si rivolge Orazio nell'Ode 4.12 si sofferma Richard Tarrant (Virgil and Vergilius in Horace Odes 4.12, pp. 429-452), confutandone l'identificazione col poeta Virgilio sia per motivi cronologici, peraltro già noti (il componimento è posteriore alla morte di Virgilio), sia per alcune espressioni che non si conciliano col carattere del poeta (per quanto è conosciuto da altre fonti).

Una stimolante proposta di attualizzazione, in relazione con la politica militarista degli Stati Uniti a partire dalla guerra in Iraq (2003) e soprattutto dopo i tragici eventi del settembre 2011, è avanzata da Richard Thomas (Aeneas in Baghdad, pp. 453-473), che esplora la lettura 'ideologizzata' delle opere virgiliane "in the context of the neoconservative movement". In questo periodo recente, come in tutta la storia della moderna ricezione virgiliana, sono rappresentate le due opposte opzioni interpretative, "the Pessimists" e "the Optimists", riconducibili all'eterno dualismo (non menzionato esplicitamente, ma ben presente sullo sfondo) tra la "scuola europea" e la "scuola di Harvard".2

Il volume si conclude con un singolare e piacevole contributo bio-bibliografico di John Van Sickle (Tityrus modulanter deductus: from Vatic to Arcadian Poetics via Satyr-play in Virgil's Book of Bucolic Epos, pp. 475-518), che ripercorre l'evoluzione delle proprie idee e la costruzione graduale di un'interpretazione complessiva delle Bucoliche, soprattutto in rapporto con i temi sensibili del genere letterario e della struttura della raccolta, nel quadro generale della critica virgiliana. Lo studioso racconta, con lo stile avvincente di un romanzo giallo, le principali tappe nella formulazione e nella divulgazione di tesi innovative, che si sono progressivamente affermate tra consensi e resistenze. La rassegna retrospettiva si configura infine come una rappresentazione significativa della critica contemporanea sulle Bucoliche.



Notes:


1.   Sulla polisemia di umbra nella poesia virgiliana cf. L. N. Quartarone, "Shifting Shadows on the Landscape: Reading umbrae in Vergil and Other Poets", in P. Johnston e S. Papaioannou (edd.), Arcadia, the Golden Age, and the locus amoenus: Idyllic Poetic Landscapes of Early Rome and their later Repercussions = AAntHung 53, 2013, pp. 245-259.
2.   Tra le letture pessimistiche, spicca il materiale pubblicato sul web da un docente del Vermont, William Harris, che interpreta il finale del libro IV delle Georgiche come "an apt description of the events of 2003 and later, with George W. Bush (the 'Decider') replacing Caesar as he brings 'shock and awe' to the Euphrates". Tra le letture ottimistiche, il libro di Eve Adler, Virgil's Empire. Political Thought in the Aeneid, Lanham 2003, il cui orientamento ideologico neoconservatore emerge soprattutto dal capitolo 11, dal titolo eloquente di "World Empire".

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