Friday, January 29, 2016

2016.01.37

Peter John Parsons, Herwig Maehler, Francesca Maltomini (ed.), The Vienna Epigrams Papyrus (G 40611). Corpus papyrorum Raineri, Bd 33. Berlin; München; Boston: De Gruyter, 2015. Pp. vi, 153. ISBN 9783110354522. €109.95.

Reviewed by Gianluca Del Mastro, Università di Napoli 'Federico II' (gianluca.delmastro@unina.it)

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Quando un testo papiraceo è di grande importanza per la storia della filologia e della letteratura antica, sebbene particolarmente frammentario e di difficile lettura, la migliore soluzione per la sua pubblicazione può essere quella di organizzare un team di specialisti che si incarichi del duro lavoro, integrando conoscenze e competenze diverse.

Questo è stato fatto per l'edizione di P.Vindob. G 40611 (MP3 1596.2, LDAB 5473), un papiro, che contiene una lista di incipit di epigrammi, proveniente da un cartonnage che costituiva la maschera di una mummia. I frammenti del cartonnage furono acquistati per la Papyrussammlung Erzherzog Rainer della Österreichische Nationalbibliothek nel 1979 e restaurati da Michael Fackelmann (nuove operazioni di sistemazione e restauro dei pezzi sono state effettuate da Andrea Donau nel 2012). Una prima trascrizione dei pezzi fu effettuata da Hermann Harrauer che pubblicò una presentazione del papiro nei Proceedings of the Sixteenth International Congress of Papyrology (Chico 1981, pp. 49-53). Successivamente, Harrauer invitò Peter Parsons a pubblicare con lui il papiro, mentre più tardi Bärbel Kramer subentrò nel progetto, al posto dello stesso Harrauer. Nel 2010 Cornelia Römer ha creato l'équipe che ha finalmente pubblicato il papiro, forte anche della presenza di una serie di importanti immagini multispettrali realizzate da Roger MacFarlane e Gene A. Ware (BYU, Provo- Utah) nel 2005. Le immagini, poste alla fine del volume, restituiscono il papiro colonna per colonna e aiutano a rendere più leggibile un testo complicato in cui le lettere si leggono male e l'inchiostro è poco chiaro. Credo che sarebbe stato interessante poter avere nell'edizione anche delle foto panoramiche per consentire al lettore una visione d'insieme. Una ricca introduzione spiega le caratteristiche del rotolo e il suo contenuto. Il papiro consta di un pezzo di rotolo (G 40611, 17 cm di altezza x 70 cm di lunghezza) più sei frammenti staccati (G 40611a) che vanno collocati alla destra del pezzo principale. Da queste laciniae si riescono a ricostruire i resti di due colonne sul recto (solo alcune lettere dell'estremità destra della prima colonna) e di una colonna sul verso, mentre dal pezzo principale si ricavano sette colonne sul recto (la settima è completata a destra da un frammento staccato) e due sul verso. Le due colonne sul verso non sono consecutive, ma tra loro c'è un consistente vacuum. Esso fu creato intenzionalmente dal compilatore, molto probabilmente perché sarebbe servito per l'inserimento di altre informazioni.

Harrauer aveva già individuato due scribi: il primo che copia le coll. i-iv, il secondo le altre colonne (anche quelle sul verso) e i frammenti staccati. Ma Maehler (che ha curato il paragrafo 2.1 della Introduction) ipotizza che le tre colonne sul verso (due del pezzo più grande e una ricostruibile dai frammenti staccati) possano essere state scritte da una terza mano, simile ma non uguale a quella che si osserva nelle ultime colonne del recto. Queste tipologie scrittorie sono abbastanza comuni e trovano molti confronti in papiri letterari e documentari. Sulla base di una nutrita serie di paralleli, lo studioso afferma che il papiro può essere datato, anche sulla base degli altri documenti provenienti dallo stesso cartonnage, all'ultimo quarto del III sec. a.C. Recentemente, 1 lo stesso Maehler ha affermato che questo rotolo poteva essere stato confezionato solo in un grande centro come Alessandria, dove i quattro libri, che fungono da base del nostro elenco, potevano essere reperiti in una grande biblioteca.

La struttura delle prime sei colonne del recto è chiara: un'intestazione nella parte alta della colonna nella quale si legge la formula τὰ ἐπιζητούμενα τῶν ἐπιγραμμάτων ἐν τῆι α̅ βύβλωι, si trova a col. i (che doveva essere quella iniziale), mentre una versione semplificata ἐν τῆι β̅ βύβλωι si trova a col. v. In testa al frammento staccato in cui si leggono gli incipit di (a) col. ii, c'è l'indicazione ἐν τῆι δ̅ βύβλωι. Secondo la ricostruzione degli editori, gli incipit di epigrammi ripresi dal "Libro III" dovevano trovarsi nella colonna viii. Se tutti gli estratti dai diversi libri avevano la stessa lunghezza o una lunghezza simile a quella che si osserva nelle colonne i-iv (incipit derivati dal Libro I) e v-vii (Libro II) e a quella prospettata per il Libro III, tra il pezzo principale e i pezzi staccati ci sarebbe una lacuna di circa 25 cm.

L'uso del verbo ἐπιζητέω ha un valore programmatico, quasi introduttivo del tipo del lavoro che si intendeva fare sul materiale di partenza. Esso serve a indicare gli epigrammi che "sono ricercati" o anche "selezionati" in vista della creazione di una nuova antologia. In alcuni casi, nell'intercolumnio, si legge anche l'indicazione ευ che potrebbe segnalare l'approvazione di un determinato epigramma: Harrauer suggeriva di interpretare l'indicazione come εὖ. In alternativa lo stesso studioso suggeriva che potesse trattarsi di una voce del verbo εὑρίϲκω (come εὗρον); questa soluzione è quella preferita dagli editori.

Alla fine di ogni incipit, separato da quello successivo con una paragraphos, dopo un vacuum, si legge il numero di ϲτίχοι di cui era composto il singolo epigramma. Alla fine della colonna, nel margine inferiore, si trova il numero di epigrammi citati nella colonna e la somma dei loro ϲτίχοι. Una ricapitolazione del numero totale degli epigrammi e degli ϲτίχοι totali degli epigrammi derivati dal Libro I si trova a col. iv (una seconda ricapitolazione si legge, molto frammentariamente nel margine inferiore di verso col. i). Questa particolare attenzione al conteggio sticometrico potrebbe indicare la volontà di avere chiaro il numero degli ϲτίχοι per calcolare l'eventuale costo e per quantificare la lunghezza del rotolo del nuovo libro di epigrammi che sarebbe stato creato.

Va segnalata l'eliminazione di alcuni versi attraverso parentesi. In particolare, nel margine inferiore di col. iv, leggiamo che il totale degli epigrammi selezionati dal Libro I è 83 (πγ), mentre, se si effettua la somma degli epigrammi delle prime quattro colonne, essi sarebbero 85. È possibile che siano stati conteggiati i due epigrammi segnati con parentesi da col. i 7 e 10 (che anche nel calcolo parziale alla fine di col. i erano stati conteggiati), mentre è possibile che non siano stati calcolati i due incipit, racchiusi tra parentesi, di col. ii 102 e 23 (per i quali, però, non abbiamo il calcolo nel margine inferiore). Questa situazione ha consentito agli editori di ipotizzare anche che i due versi di col. ii siano stati eliminati in un secondo momento, cioè dopo la copia della col. i, ma prima del calcolo di col. iv.

A partire dalla lunghezza media degli epigrammi citati (4 o 6 linee), Parsons afferma che si potrebbe pensare che ogni libro, dei quattro da cui provengono gli incipit, poteva contenere 200 epigrammi, quindi 800 componimenti in totale per i quattro libri, per complessive 4000 linee. Lo studioso basa la sua ipotesi sulla lunghezza media di un libro omerico o di una "typical Greek tragedy" che in media conteneva 1000 ϲτίχοι. Ma credo che sia probabile anche che i libri di partenza fossero più o meno grandi, non dovendo necessariamente corrispondere ai modelli che possiamo immaginare per altri generi letterari.

Sulla base delle caratteristiche fisiche, della scrittura e del contenuto, si può affermare che il papiro costituisce un lavoro preparatorio in cui uno o più compilatori hanno ripreso da almeno 4 libri gli incipit di epigrammi che, successivamente, sarebbero dovuti confluire in una nuova raccolta, evidentemente più breve di quella di provenienza. Gli epigrammi di cui si riesce a leggere il verso iniziale (talvolta si leggono solo poche lettere), sono 226 e, fatto ancora più straordinario, solo di uno conosciamo l'origine: si tratta dell'epigramma di Asclepiade il cui primo verso (quello riportato dal papiro viennese a col. i 14 fino alla caesura che cade dopo κεἴκοϲι) è Οὐκ εἴμ᾽ οὐδ᾽ ἐτέων δύο κεἴκοϲι καὶ κοπιῶ ζῶν ... (AP XII 46).3 Questa constatazione ci ricorda, ancora una volta, che per il genere epigrammatico, così come per tutta la letteratura greca, la perdita è stata enorme.

La varietà degli epigrammi presentati nel papiro non è solo tematica, ma anche metrica. Sebbene la maggior parte degli incipit riconduca all'esametro (e, trattandosi, di un numero di linee multiplo di 2, potrebbe trattarsi anche di distici elegiaci), non mancano altri metri (giambi, tetrametri trocaici, epodi). Spesso l'andamento del verso non può essere seguito, poiché esso è tagliato prima della sua fine.

Per quanto riguarda la lingua, gli editori, in alcuni casi (segnalati nel commento ai singoli versi e, nell'Introduction, a p. 13), rintracciano elementi ionici e, in altri, dorici.

L'organizzazione tematica della nostra antologia e dei libri da cui essa deriva non è del tutto chiara: se in alcune colonne troviamo la concentrazione di epigrammi che sembrano trattare determinati argomenti, nella stessa colonna altri versi sembrano provenire da componimenti con un tema completamente diverso. Questo accade, ad esempio, nella colonna vi, in cui alcuni epigrammi sembrano trattare il tema erotico (vi 1, 7, 13, 19), mentre per altri sembra più facile ipotizzare altri contenuti (vi 10, 18, 23, 25). La lettura del primo verso o, in molti casi, di una parte del primo verso, può trarre in inganno riguardo al contenuto dell'epigramma.4 Proprio l'incipit dell'epigramma di Asclepiade, conosciuto dall'Antologia Palatina, potrebbe far credere che si tratti di un componimento funerario, mentre il seguito ci dice che si tratta di un epigramma erotico. Per questo motivo, la maggior parte degli incipit si presta benissimo a diverse ipotesi interpretative, sempre esplorate in maniera molto accurata dagli editori. In vi 14, ad esempio, l'incipit ὦ] Ζεῦ̣ κ̣ρατέων ὅλωι ϲθένει οἷ᾽ ἔβαλεϲ̣, è un'invocazione a Zeus che, come sappiamo, torna in contesti molto differenti. Gli editori, in proposito, richiamano Hor. C. I 2, dove il padre degli dèi è chiamato in causa a proposito del brutto tempo (iam satis terris nivis atque dirae grandinis misit Pater...), oppure Asclep. AP V 64, dove il tema è più frivolo e, nel contesto della passione amorosa, si richiama la storia di Zeus e Danae. I temi che in altri casi si possono immaginare dagli incipit che abbiamo in P.Vindob. G. 40611, sono molto diversi:5 oltre l'amore, il simposio (ad es. vi 22 di cui si segnala l'estensione di ben 20 ϲτίχοι); l'amicizia (vi 18, dove ricorre il topos della saldezza dell'amicizia "Non giudico un amico di cinque giorni..."), la morte (tra cui, forse, i 18 e iii 15 e 16, ma, come notano gli editori, non sembrano molti gli epigrammi funerari). Non mancano forse epigrammi ecfrastici (col. i 7; v 18). Molto ben rappresentato sembra l'epigramma scoptico (un po' in tutte le colonne, ma segnalo, in particolare, i 5, 6, 9; v 4; vi 5, 16; forse v 9 e (a) ii 26), di cui abbiamo testimonianze più tarde e che non è così fortemente attestato nelle antologie. Anche in questo caso, il papiro di Vienna ci dimostra che doveva trattarsi di un tema molto diffuso che, però, per la maggior parte, non fu selezionato dalle antologie ellenistiche confluite nella tradizione medievale.

Per questa sua varietà e particolarità il papiro di Vienna sfugge a ogni possibile inquadramento in una delle categorie che conosciamo dalle altre raccolte su papiro: gli epigrammi non sembrano provenire dallo stesso autore e non c'è un soggetto predominante all'interno degli estratti dai singoli libri.6 Si tratta di una collezione in cui sembrano confluire epigrammi di autori diversi (ma anche questo non può essere affermato con sicurezza) che presentano temi diversi. In questo senso, si avrebbe una qualche consonanza con il Soros, citato nello Schol. A Il. XI 101, ma, come sappiamo, le ipotesi sulla forma e il contenuto di quest'opera sono molto diverse.

Parafrasando quanto Herwig Maehler ha detto, a margine di una comunicazione letta nel corso di un seminario sul papiro di Vienna,7 oggi abbiamo un debito di riconoscenza verso gli intellettuali e gli scribi ellenistici che seppero conservare non solo i testi della tradizione arcaica e classica, ma anche quelli della poesia, e più in generale, della cultura loro contemporanea.



Notes:


1.   Nel corso di un interessante seminario tenutosi a Pisa (30 ottobre 2015) che ha avuto per titolo Trasmissione e Contesti della letteratura epigrammatica alla luce di P.Vindob. G 40611 (CPR 33). Esso è stato organizzato da Maria Serena Funghi ed è stato presieduto da Glenn W. Most. Oltre a Herwig Maehler, hanno letto comunicazioni Guido Bastianini, Lucia Floridi e Francesca Maltomini. Cornelia Römer ha letto una comunicazione scritta da Peter J. Parsons.
2.   A p. 6 (2.2 dell'Introduction), è scritto "col. ii 13", ma deve leggersi "col. ii 10".
3.   A col. ii 10 gli editori, su suggerimento di Cornelia Römer, ipotizzano che il verso che inizia con τεϲϲαρα possa celare l'incipit di AP XIV 106 (τέϲϲαρα γράμματ᾽ ἔχων ἀνύω τρίβον..., ma ricordano che anche un verso iniziale registrato in P.Oxy. LIV 3724 (IV 26) comincia con τέϲϲαρα Κύπριδοϲ).
4.   Così ha sottolineato anche Lucia Floridi nel corso del seminario di Pisa su cui cf. n. 1.
5.   Cf. Introduction, p. 15.
6.   I rapporti tra il P.Vindob. e le raccolte di epigrammi su papiro sono stati accuratamente trattati da Francesca Maltomini nel corso del seminario pisano cit. a n.1.
7.   Cf. n.1.

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