Thursday, October 14, 2010

2010.10.39

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Tommasi Moreschini, Chiara Ombretta (ed.), Giacomo Leopardi, Rhetores. Studi sulla tardoantichità 3. Pisa/Roma: Fabrizio Serra Editore, 2009. Pp. 352. ISBN 9788862271684. €80.00.
Reviewed by Carla Castelli, Università degli Studi di Milano

A partire dal 1813, come è noto, Giacomo Leopardi imparò da solo il greco,non sostenuto in questo dal modesto precettore. Già nel 1814, sedicenne, si cimentò nella composizione dei Commentarii de vita et scriptis rhetorum quorundam qui secundo posto Christum saeculo, vel primo declinante vixerunt., per brevità Rhetores. Gli autori trattati sono tre greci e un romano: Dione Crisostomo, Elio Aristide, Ermogene e Frontone. A conclusione dello scritto, la sezione Veterum Opuscula Selecta costituisce una piccola antologia di testi ad Rhetorum secundi saeculi historiam illustrandam: si tratta di brevi estratti di Filostrato, Teofilatto di Achrida, Ateneo, Sidonio Apollinare, in traduzione latina, corredati da un commentario.

I frutti più maturi della filologia leopardiana furono editi da G. Pacella e S. Timpanaro nel 1969. Timpanaro stesso, nel fondamentale saggio La filologia di Giacomo Leopardi (1955) giudicò le prove adolescenziali, quali i Rhetores, frutto di una ingenua erudizione, a fronte delle ben più acute osservazioni critico-testuali prodotte dopo il 1816, segnando una netta cesura nelle attività di Leopardi classicista e una sostanziale condanna della prima produzione. Il lavoro di Chiara Ombretta Tommasi Moreschini, nell'ambito della riedizione di altre opere giovanili condotta sotto gli auspici del Centro Nazionale di Studi Leopardiani di Recanati, ha lo scopo di offrire dati oggettivi alla valutazione degli studiosi, consentendo di misurare il giudizio di Timpanaro sulla lettura diretta dei testi e documentando l'intenso lavoro, interamente autoprescritto, su cui Leopardi andò costruendo una propria visione dell'antichità. Pubblicato per la prima volta nel 2004 (Ermes Editore, Firenze) il testo è ora proposto, con modifiche e aggiornamenti, nella serie degli "Scritti di Giacomo Leopardi inediti o rari".

Lo scritto leopardiano (edito alle pp. 50-158) è tramandato in una duplice redazione autografa. L'edizione si fonda sulla più recente, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Firenze (Banco rari 342, n. 4), rispetto alla quale il manoscritto conservato presso la biblioteca di casa Leopardi a Recanati si configura come una minuta. Su quest'ultima sola copia si fondava l'edizione di Cugnoni (Halle, 1878-1880), che pure conobbe, e decise di escludere, il testo fiorentino. Tommasi Moreschini, invece, "riproduce l'autografo fiorentino in trascrizione pressoché diplomatica" (p. 45), ritenendolo, nella sua seriorità e formale compiutezza, come la "manifestazione dell'ultima e definitiva volontà del nostro autore" (p. 41). L'apparato critico, positivo, conserva memoria delle correzioni operate da Leopardi sia sul manoscritto recanatese sia su quello fiorentino, e tiene conto degli apporti dell'edizione Cugnoni. Nel commento, e non in apparato, si segnalano modifiche d'autore presenti in uno solo dei manoscritti. In sostanza, i criteri adottati si allineano a quelli a suo tempo adottati da Pacella e Timpanaro per la produzione filologica degli anni successivi.

Il testo critico è preceduto da un'ampia introduzione (pp. 1-48) e seguito da un denso commento (pp. 159-298). Il lavoro si colloca all'incrocio fra le competenze dell'italianista e del classicista, di cui si sollecitano la competenza linguistica e l'attenzione alla fortuna dei testi antichi. La curatrice del testo--come, del resto, chi scrive--è classicista: l'asse del ragionamento, dunque, si incentra prevalentemente sulle origini e le finalità delle conoscenze di Leopardi sulla classicità, anche se non mancano spunti che consentono di collocare i Rhetores nel contesto della complessa personalità artistica leopardiana. L'interesse verso l'età imperiale e verso personaggi all'epoca poco documentati (come Frontone, ancora non riscoperto da Angelo Mai nel palinsesto ambrosiano) viene mostrato sullo sfondo complesso della cultura dell'epoca, della formazione e auto-formazione del giovane e delle limitate disponibilità della pur ricca biblioteca paterna. In quest'ottica, gli studi e i lavori del giovane Leopardi non appaiono frutti peregrini di una mente chiusa nell'erudizione, ma ansiosi tentativi di possedere nei dettagli un orizzonte culturale, nonché preludio al suo superamento. I Rhetores affondano infatti solidamente le proprie radici nella erudizione seicentesca e settecentesca, soprattutto nella imponente Bibliotheca Graeca del Fabricius, oltre che nelle monumentali compilazioni di Le Nain de Tillemont, del Graevius, del Gronovius, ed altri. I testi utilizzati sono utilmente elencati alle pp. 331-333. Fra gli altri debiti culturali, emerge quello nei confronti della tradizione erudita di stampo gesuitico (ricostruita a suo tempo da Marc Fumaroli ne L'età dell'eloquenza, 1980), giunta al ragazzo Leopardi attraverso due epigoni, il gesuita Francesco Torres, già precettore del padre, e don Sebastiano Sanchini, che lo formò secondo la ratio studiorum della Compagnia, ormai sciolta. Non stupisce quindi l'importanza che, fra i testi consultati, riveste il seicentesco Theatrum veterum rhetorum, oratorum, declamatorum quos in Graecia nominabant σοφιστάς di Louis de Cressolles, rettore del collegio gesuitico di Clermont. Questi, sulla scia dell'edizione filostratea di Morel, mostrava la retorica imperiale come possibile ispirazione culturale viva e concreta. Si tratta di un testo poco studiato ma assai importante nella storia della ricezione dei testi prosastici antichi: la sua presenza fra le fonti di Leopardi ne conferma l'influenza non trascurabile. L'influenza della tradizione scolastica dei Gesuiti si coglie anche nella prosa latina di Leopardi, sottoposta a un intenso labor limae e orientata a una perfezione formale che verrà pienamente conseguita negli anni della maturità. Essa si coglie, soprattutto, nella scelta degli autori trattati nell'opera, che, nello stesso tempo--nelle loro scelte espressive arcaizzanti e atticiste--potevano rispecchiare alcune istanze del purismo (p. 23).

Nel quadro di una documentata passione giovanile per la biografia tardoantica, si osserva il prevalere degli interessi prosopografici su quelli storico-letterari e filologico-testuali, chiaramente visibile nella scansione del testo, particolarmente adatta ad accogliere problemi di natura erudita e, insieme, chiaramente ispirata alla tradizione biografica antica.

Pur conquistata dal suo argomento, Tommasi Moreschini non nasconde né sottovaluta i limiti dei Rhetores, che sono in sostanza, come già sosteneva Timpanaro, una compilazione dominata da "l'aspirazione a fornire sillogi complete di testi e di notizie, che siano in grado di compendiare e di snellire le enciclopedie sei-settecentesche, collazionarne i dati, proporre, talora, soluzioni personali, con l'esigenza di confrontare tra loro notizie fornite da altri storici, pur non sempre prendendo pozione" (p. 9). Tuttavia, vengono adeguatamente messi in luce abbozzi di maggiore maturità critica, che collegano questa fase a quella successiva, metodologicamente più evoluta. Si attenua, così, la condanna dell'illustre filologo italiano, condanna su cui egli stesso in parte ritornò, nella seconda edizione de La filologia di Giacomo Leopardi (1977, cfr. Tommasi Moreschini p. 9 n. 2). Leopardi, infatti, non si limita a riproporre l'impostazione del Fabricius, ma talora riorganizza, integra, crea collegamenti usando abilmente il materiale a sua disposizione, a testimonianza dell'inesausta volontà di cercare a ogni costo informazioni, documenti e giudizi che possano fondare una conoscenza certa. A questo proposito, appare particolarmente interessante il caso di Dione, di cui Leopardi valorizza il lato 'sofistico', distinguendosi in questo dal Fabricius e affiancandosi alleVitae sophistarum di Filostrato, testo essenziale per la definizione e la conoscenza del movimento, sull'impiego del quale non c'è tuttavia alcuna certezza: il che suscita qualche curiosità, visto che Leopardi lesse la Vita di Apollonio di Tiana nell'edizione seicentesca del Morel, come è detto a p. 35, e le biografie, contenute nella stessa pubblicazione, gli erano probabilmente disponibili. In altri casi (quello di Aristide, ad esempio), Leopardi recepisce un quadro esegetico già assestato, mentre nel caso di Ermogene coglie soprattutto la straordinaria fortuna. La biografia di Frontone--pazientemente ricostruita grazie alla tradizione indiretta--fa trasparire, al di là della veste erudita, un interesse per l'aspetto umano ed etico del personaggio, nel quadro non solo formale ma tematico della tradizione biografica antica.

Chiudono il testo una corposa bibliografia (pp. 297-331), e gli indici. Il volume si segnala per l'elegante e curata forma editoriale, con rari refusi.

Il lavoro di Tommasi Moreschini ha il merito di sostituire l'ormai desueta edizione di Cugnoni rendendo disponibile agli studiosi nella forma presumibilmente desiderata dall'autore un'opera già nota agli studiosi contemporanei (p. 37 e n. 1), ma scarsamente disponibile e, soprattutto, priva di ricchi e aggiornati materiali di commento. Dalla inevitabile complessità di tali materiali, la curatrice fa emergere l'ansioso slancio di conoscenza di Leopardi, che sfociò in un lavoro ancora immaturo: sterile, però, solo per lettori poco avvertiti. Esso, in sostanza, documenta le fondamenta tradizionalissime su cui Leopardi costruì la sua alterità rispetto alla cultura classica del tempo. Quando si aprì al mondo, fu infatti una delusione constatare come la conoscenza delle lingue classiche non era, in realtà, praticata né tenuta in adeguato conto negli ambienti culturali, a differenza di quanto egli aveva elaborato nei suoi studi solitari: "… non si trova un Romano il quale realmente possieda il latino o il greco: senza la perfetta cognizione delle quali lingue, Ella ben vede che cosa mai possa essere lo studio dell'antichità" scriverà deluso al padre nel 1822 e ripeterà ancora, ad altri interlocutori, negli anni seguenti. Leopardi fu dunque nell'ambiente italiano una vera eccezione, costruita tuttavia non sul nulla, ma grazie a un laborioso confronto con l'erudizione sei-settecentesca, e al suo superamento: un processo che lo condurrà col tempo a diventare, per ripetere le parole di Enzo Degani, "l'unico filologo italiano degno di questo nome, che avesse del greco una conoscenza solida e criticamente consapevole, non meramente umanistica. Egli fu in sostanza, pur senza maestri, un adepto di quella filologia formale, di tradizione illuministica, che in Germania era giunta, con Gottfried Hermann, ai suoi più alti fastigi" ('Filologia e storia', Eikasmos 10 (1999), pp. 296-297).

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