Sunday, August 24, 2014

2014.08.39

Tiziano Dorandi, Diogenes Laertius: Lives of Eminent Philosophers. Cambridge classical texts and commentaries, 50. Cambridge; New York: Cambridge University Press, 2013. Pp. xi, 943. ISBN 9780521886819. $240.00.

Reviewed by Emidio Spinelli, Sapienza/Università di Roma
(emidio.spinelli@uniroma1.it)

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Table of Contents

Nella storia delle edizioni critiche di autori antichi, legati al mondo greco o a quello latino, non mancano desiderata di lunga data e di ancor più notevole memento. Si può dire che questa condizione d’insoddisfazione e di attesa sia valida anche per la costituzione di un testo
filologicamente attendibile delle Vite dei filosofi di Diogene Laerzio? Oggi, a mio avviso, non più, grazie proprio all’eccellente lavoro critico-editoriale di Tiziano Dorandi, condotto in modo paziente e accurato per lunghi anni, preparato da numerosissimi articoli e contributi pubblicati
nelle più prestigiose sedi a stampa1 e finalmente giunto al suo termine con il volume che viene qui discusso e che rappresenta una tappa decisiva nell’ambito del “processo di disasinizzazione” di Diogene Laerzio, fonte dossografica preziosa, anzi per noi talora unica.2

La struttura del volume è estremamente chiara nelle sue articolazioni fondamentali. Dopo una breve prefazione (pp. ix-xi), troviamo una ricca introduzione (pp. 1-62), su cui è bene soffermarsi preliminarmente. D. fornisce in primo luogo una descrizione dei manoscritti che ci hanno tramandato,
per intero o parzialmente, le Vite. Egli dedica uno spazio particolare ai tre codici completi più antichi e più importanti (Borb. Neap. III B 29 = B; Par. gr. 1759 = P; Laur. 69.13 = F), dislocati in un arco cronologico che va dalla fine dell’XI agli inizi del XIII
secolo, e gli altrettanto importanti excerpta Vaticana (Vat. Gr. 96, s. XII = Φ), ma senza trascurare l’excerptum Vindobonense nonché alcuni testimoni incompleti, collocabili nei primi decenni XIV secolo, della sola Vita di Platone, nel libro III (riconducibili più o
meno direttamente a P). A completare il quadro dei testimonia viene ripercorso il tracciato della tradizione ‘indiretta’ delle Vite, ricca di citazioni non di poco conto né di scarsa presenza (anche rispetto alla produzione poetica laerziana) in autori e raccolte
tardo-antiche e/o bizantine, dall’Anthologia Palatina a quella Planudea, o alla Suda, dal Violetum di Arsenio alla falsificazione rinascimentale dello pseudo-Eudocia (in verità molto poveri se non irrilevanti, questi ultimi due testimoni, per la costituzione del
testo).

Secondo Dorandi, un capitolo della storia della diffusione delle Vite più interessante (anzi, ricco di possibili prospettive di studio ancora aperte) è quello delle traduzioni in latino. In questo caso la circolazione del testo, nonché il suo influsso crescente, sono attestati non solo
e non tanto dalla versione parziale che ne preparò, forse fra il 1154 e il 1162, Enrico Aristippo, giunta a noi indirettamente grazie a Geremia da Montagnone e allo pseudo-Burleo, quanto soprattutto dal destino ben più rilevante che ebbe la traduzione di Ambrogio Traversari. Essa, come sottolinea
Dorandi, “marks an important step . . . in the history of the diffusion of Diogenes’ Lives in the western world among Greekless people” (p. 10) e fu realizzata fra il 1424 e il 1433, per avere poi una larga diffusione manoscritta ed essere infine stampata a Roma nel 1472 e a Venezia nel
1475, meno di sessanta anni prima della editio princeps del testo greco del 1533, la cosiddetta Frobeniana.

La terza sezione delle pagine introduttive è costituita dall’elenco, e dalla valutazione critica, delle edizioni che hanno preceduto il lavoro di Dorandi. Partendo dalla Frobeniana, appunto, fondata su di un codice Lobkoviciano (Z) di qualità scadente e molto contaminato,
vengono rievocate figure e tentativi di edizioni/traduzione, spesso contrassegnati da pesanti interventi di correzione ope ingenii e collocabili fra la prima metà del XVI e gli inizi del XIX secolo: dall’umanista Johannes Sambucus allo Stephanus, dalla Aldobrandina alla
Pearsoniana o alla Meiboniana, riprodotta con varianti minime da Daniel Longonius, fino al notevole lavoro di sistemazione attuato da Heinrich Gustav Hübner (due volumi, il secondo postumo, fra 1828 e 1831). Un’attenzione specifica viene quindi dedicata alla prima “edizione critica”
moderna, quella di Carel Gabriel Cobet (Parigi, 1850), basata sulla preferenza per il codice F e contrassegnata da numerose congetture, dovute a grande perizia e conoscenza del greco, ma talora portatrice anche di ottime lezioni, frutto di collazioni con altri manoscritti. Tralasciando
per un attimo il contributo cruciale delle carte laerziane di Peter von der Mühll, su cui torneremo in chiusura, Dorandi esamina anche l’edizione “eclettica” di Robert D. Hicks per la Loeb Classical Library (1925), per poi concentrarsi sui limiti tanto del lavoro editoriale di Herbert S.
Long (pubblicato per la collana Oxford Classical Texts nel 1964 e poi, in seconda edizione, nel 1966, ma incapace di cogliere i corretti rapporti stemmatici fra i codici e dall’idea di una sorta di contaminazione generale di tutti i testimoni) quanto, e direi soprattutto, dell’ultima
edizione in ordine di tempo, quella teubneriana di Miroslav Marcovich (1999). Quest’ultima è fondata sugli apporti corretti della tradizione diretta e indiretta, ma spesso, troppo spesso, sottolinea Dorandi, è segnata sia da una volontà di “normalizzazione” – pronta quasi a riscrivere il testo di
Diogene Laerzio (che non fu sottoposto a una revisione finale complessiva, restando segnato dalla presenza di doppioni, “schede” mal collocate, insomma da una inevitabile ed evidente Unfertigkeit) e dunque ad andare oltre le caratteristiche del suo usus scribendi –, sia da una
forte libido coniecendi, che si alimenta alla tradizione parallela delle fonti laerziane per sanare presunti errori del dettato delle Vite.

Come viene esplicitamente riconosciuto, infine, un momento di svolta nel lavoro critico-editoriale laerziano è costituito dal contributo di Denis Knoepfler.3 Appoggiandosi a esso, ma andando anche oltre, grazie a nuove collazioni, ad esempio dei codici vetustiores, del
probabile capostipite della vulgata (cfr. pp. 29-31) o dei testimoni della Suda e della Anthologia Graeca, Dorandi è riuscito a ricostruire un quadro più completo e attendibile della trasmissione testuale, sfociato in un nuovo stemma (p. 44), che evidenzia gli aspetti
originali della sua proposta di ricostruzione.

Dorandi motiva in modo chiaro la sua convinzione di una superiorità di B (di fatto l’unico codice di provenienza italo- greca, forse palermitana: XII sec.) come anche di P (“retrodatato” al sec. XI-XII, il più ricco di “ritocchi” – al punto che si contano ben sette mani, da
P2 a P7 – e insieme il più “prolifico” fra i manoscritti laerziani) rispetto a F (XIII sec., utilizzato con molta cautela nella constitutio textus). Fondandosi soprattutto sulla lacuna alla fine del libro VII delle Vite comune ai tre
manoscritti,4 Dorandi ipotizza la loro derivazione (verosimilmente diretta nel caso di B e P, forse mediata da un intermediario γ per F) da un sub-archetipo Ω, databile al IX secolo (e forse già in minuscola? Cfr. pp. 40-2). Grazie a un lucido riesame
del contenuto tanto del Magnum excerptum (Φ) quanto dello pseudo-Esichio (Φh) nonché della loro relazione, attraverso un autographon excerptoris, con il loro sub-archetipo χ, Dorandi formula una conclusione importante: Ω e χ, caratterizzati da
molti errori comuni, sarebbero stati copiati da un modello Χ, in minuscola, forse databile al VI secolo. Esso sarebbe il vero capostipite dell’intera tradizione medievale, dunque indirettamente (attraverso un modello Σ) anche della Suda e di altri codici vergati all’inizio
del X secolo, e deriverebbe a sua volta da due fonti distinte (Χ’ limitato ai libri I-VII e senza subscriptiones, e Χ’’, che forse presentava, per alcuni libri almeno, delle subscriptiones). L’insieme di questi dati viene rafforzato, nella ricostruzione di D., da
un’altra convinzione molto forte: secondo lui, infatti, non vi è alcuna necessità di pensare a un doppio ramo di tradizione geograficamente distinto, perché al contrario le Vite avrebbero avuto una vicenda unitaria e soprattutto legata esclusivamente all’ambiente greco-orientale.

Queste considerazioni aiutano a comprendere meglio i principi-guida di Dorandi nella ricostruzione del testo (cfr. pp. 67-824) e ad apprezzarne alcune caratteristiche, frutto di un indubbio avanzamento rispetto alle edizioni precedenti. Sul piano dell’impostazione di fondo il metodo appare
cautamente conservativo o meglio costituisce un’alternativa illuminata, ma non rinunciataria rispetto all’interventismo testuale di Marcovich, ad esempio. L’esigenza di rispettare l’usus scribendi di Diogene Laerzio, considerato fra l’altro non come una sorta di scriba passivo e meccanico
ma come autore in grado di intervenire sui suoi modelli, e quella di limitare il più possibile emendamenti arditi, accettando anche senza remore le cruces, ove necessario, e lasciando spazio alle correzioni se e solo se esse si sono imposte fra gli studiosi e nei casi di palesi errori di
trasmissione o reali corruttele, consente di mettere in luce un principio ribadito e applicato con coerenza da Dorandi. Egli agisce come editore delle Vite, cercando di risalire indietro al testo originario di Diogene Laerzio e non degli autori di cui quest’ultimo si occupa. Il caso più
eclatante in cui tale scelta si manifesta è senz’altro quello del libro X, interamente dedicato a Epicuro e alla sua dottrina. In questo caso ciò a cui aspira l’edizione di D. è la ricostruzione del manoscritto di cui si servì Diogene per citare nel bios di Epicuro le famose tre
Lettere a Erodoto, Pitocle e Meneceo nonché quaranta Massime capitali e non degli ipsissima verba del fondatore del Giardino, un compito cui dovrà invece dedicarsi, osando di più sul piano di congetture ed emendamenti o perfino rendendo più sistematico il confronto con altre
fonti, l’eventuale, futurus editor di Epicurea.

In questa nuova edizione vanno menzionate poi alcune novità e alcuni strumenti di ausilio per il lettore, ben pensati e realizzati. Oltre a rinunciare ai titoli delle singole biografie, il testo è impreziosito da ben tre apparati: 1. il primo con rinvii ai frammenti e ai luoghi delle moderne
edizioni degli autori trattati nelle Vite; 2. il secondo con l’indicazione di passi paralleli nella tradizione indiretta e/o degli excerpta; 3. il terzo, infine, il più tradizionale, con la segnalazione delle variae lectiones o degli interventi dotti sul testo (in molti casi
accompagnati anche dai relativi rimandi bibliografici: utile e rapido mezzo per ricostruire il lavorio ecdotico accumulatosi sui vari luoghi laerziani) o ancora dell’apporto dei recentiores. Molte pagine sono poi dedicate a una selezione di rinvii bibliografici relativi sia all’opera
complessiva sia a singoli paragrafi delle Vite: si tratta di un Subsidium interpretationis (pp. 825-72), ben curato, grazie a cui gli studiosi potranno avere immediatamente sotto mano indicazioni preziose per la comprensione di questa o quella doxa. Chiudono l’edizione una
serie di Appendici, relative rispettivamente alle scelte metriche dei componimenti laerziani (pp. 873-5), a una serie di addenda rispetto ai precedenti Laertiana (cfr. n. 1) e di errata corrige (pp. 876-8), ad alcune congetture comunicate a Dorandi da Walter Lapini
(pp. 879-80), ad abbreviazioni e a una selezione bibliografica essenziale (pp. 881-94), oltre all’utile Index nominum (pp. 895-943).

Ho lasciato per ultimo un elemento di grande peso che opera dietro le quinte dell’edizione di Dorandi: egli ha saputo sfruttare al meglio e in modo sistematico le carte del Nachlass di Peter von der Mühll. Dai molti appunti di questo grande studioso, non certo limitati al libro X, di
cui egli fu preciso editore,5 ma estesi all’intero corpus delle Vite, Dorandi ha potuto trarre suggerimenti di grande valore per la constitutio textus come anche per l’interpretazione di passi particolarmente oscuri. Volendo cogliere dietro questa fortunata vicenda
un segnale, potremmo forse dire che lo sforzo, il lungo sforzo messo in atto da Dorandi sul testo laerziano sembra quasi configurarsi come la volontà di raccogliere il testimone, come una sorta di ideale continuità fra due studiosi che alle Vite hanno dedicato anni e impegno continuo.

Ad altiora, dunque . . .




Notes:



1.   Cfr. soprattutto T. Dorandi, Laertiana. Capitoli sulla tradizione manoscritta e sulla storia del testo delle Vite dei filosofi di Diogene Laerzio, Walter de Gruyter, Berlin / New York, 2009.

2.   L’espressione è in M. Gigante, “Biografia e dossografia in Diogene Laerzio”, Elenchos, VII (1986), 7-102, p. 15.

3.   D. Knoepfler, La Vie de Ménédème d’Érétrie de Diogène Laërce. Contribution à l’histoire et à la critique du texte des Vies des philosophes, Fr. Reinhardt Verlag, Basel, 1991.

4.   Per questa parte perduta cfr. l’Index locupletior, pp. 65-6.

5.   P. v. d. Mühll, Epicurus. Epistulae tres et Ratae Sententiae, Teubner, Leipzig, 1922 (rist. an. 1975).

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