Wednesday, July 16, 2014

2014.07.15

Peter Agócs, Chris Carey, Richard Rawles (ed.), Reading the Victory Ode. Cambridge; New York: Cambridge University Press, 2012. Pp. xxxiv, 409. ISBN 9781107007871. $110.00.

Reviewed by Maria Cannatà Fera, Università di Messina (mcannata@unime.it)

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Il libro raccoglie alcuni dei contributi di un convegno tenutosi all'University College di Londra nel 2006, relativi all'età arcaica e classica (in un volume a parte sono pubblicati quelli riguardanti la ricezione della poesia epinicia, dal quinto secolo sino alla Grecia moderna).

In apertura troviamo una preistoria del genere. Rawles accenna alla possibilità di individuare epinici in Stesicoro,1 ma ritiene prudente parlare genericamente di poesia encomiastica. Caute le conclusioni anche per Ibico, in quanto è malsicura la possibilità di distinguere, a quella data, tra 'epinici' e 'encomi'. Sono poi discussi alcuni frammenti simonidei di tradizione indiretta.

Delle perdute Istmiche di Pindaro si occupa D'Alessio. Molte le novità, in particolare per P.Oxy. 2451B fr.14 (in appendice l'edizione).2 Individuando uno spazio bianco prima e dopo la linea 27, lo studioso interpreta παγκρατιασταῖς ελωνιο π[ come titolo di un'ode per vincitori3 nel pancrazio alle gare Ellotie (ad esse riconduce la vox nihili ελωνιο): dopo le Istmiche si trovavano epinici composti per gare minori, aggiunti alle Istmiche piuttosto che alle Nemee per motivi geografici (le Ellotie erano gare corinzie) e tematici (avevano caratteristiche comuni alle oscoforie ateniesi, oscoforica è l'ode di B fr.17).

Il contributo di Prauscello è dedicato a Pindaro e le innovazioni musicali. Contro la communis opinio di un poeta conservatore anche in materia musicale, la studiosa conclude, tra l'altro sulla base di rapporti individuabili nelle odi pindariche con un innovatore quale Laso di Ermione, che il poeta vada collocato tra le espressioni più innovative della musica greca.

Ewen Bowie esclude che il rapporto dei poeti di epinici con i celebrati fosse di natura esclusivamente commerciale: la nuova pratica del misthos, che conviveva con quella tradizionale del doron, sarebbe diventata usuale per attività poetiche e musicali in sistemi politici come la democrazia ateniese. Bacchilide non ne parla, e in Pindaro il fenomeno non è generalizzabile (la sua presenza nella Pitica undicesima, per un Tebano, si spiega col fatto che in quel caso la celebrazione non poteva trovare ricompensa in termini di ospitalità).

L'importante contributo di Hornblower collega la sopravvivenza delle famiglie celebrate da Pindaro con il problema della re-performance degli epinici; una testimonianza sicura è individuata per la casa reale macedone, e possibilità sono prospettate per i discendenti di Iamidi, Battiadi, Molossi, Alevadi. Lo studioso intravede poi la possibilità di produzione di epinici nel quarto secolo; a parte la quinta Olimpica, nel caso si escluda l'autenticità, egli trova tracce in un'iscrizione licia del 380 circa, nella quale un paidotribas fa dono di elegie al dinasta Arbinas che celebra i propri successi (Rhodes-Osborne, GHI, n.13B.II): se l'integrazione ἐλ[εγῆια fosse sicura, avremmo un precedente per gli epinici elegiaci di Callimaco. Ancora, Dionisio I di Siracusa, gareggiando a Olimpia nel 384, mandava rapsodi che recitassero le sue composizioni (non sappiamo però di che natura fossero: genericamente ποιήματα sono definite in Diod. 14.109, dove i rapsodi sono detti anche ὑποκριταί). Cautamente è ipotizzata poesia encomiastica di tipo pindarico nell'agone funebre organizzato ad Alicarnasso per Mausolo dalla sorella-moglie Artemisia (Teopompo, FGrHist 115T6b), cui partecipò almeno un poeta, Teodette, «perhaps offering a tragedy called the Mausolus». E' Gellio, in 10.18, a parlare di quell'agone funebre, cui parteciparono Teopompo, Teodette, Naucrate, secondo alcuni anche Isocrate; vincitore Teopompo. Da Gellio risulta chiaro che si tratta di prosa, e Teodette era retore oltre che poeta tragico. La possibilità che accanto all'agone di prosa ci fosse anche uno poetico emerge dalla Suda (FGrHist 115T6a): dopo la notizia dell'epitafio, si aggiunge che vinse Teodette ἐν ᾗ εἶπε τραγῳδίᾳ, ma secondo altri fu Teopompo a riportare la vittoria. Condivisibile la soluzione a questo problema accolta da Snell: la tragedia Mausolo (menzionata dallo stesso Gellio dopo l'agone funebre) «separanda vid. esse a 'laudibus Mausoli dicundis'», mentre la Suda «tragoediam et epitaphium confundere vid.» (TGF I, p. 228).

Morrison riprende il tema del condizionamento esercitato su Pindaro dalle varie audiences (cfr. nota 8). Nella prima Nemea celebrante Cromio Etneo il poeta mantiene in termini generali le lodi della Sicilia, quelle del potere militare e delle vittorie olimpiche, non sapendo bene quale pubblico avrebbe assistito alla première. Alla fine dell'epinicio, la beatitudine ottenuta da Eracle come ricompensa delle sue fatiche potrebbe presupporre un pubblico che fosse stato presente all'altra ode per Cromio, la Nemea nona, dove il celebrato trova serenità e benessere dopo i ponoi della giovinezza (vv. 44-45).4 Sulla base di un pubblico overlapping Morrison spiega elementi di intertestualità (echi verbali, immagini, pensieri) fra varie odi pindariche (e bacchilidee).

Di performance e re-performance si occupa anche Athanassaki: partendo dal discusso problema della natura e dell'esecuzione della sesta Pitica, confronta il mito dell'ode con quello raffigurato sul fregio orientale del Tesoro dei Sifni a Delfi. Il dialogo con il monumento rafforza l'idea di un carattere pubblico dell'epinicio, destinato a essere eseguito nel santuario di Apollo, mentre il riferimento a simposi alla fine dell'ode è un invito alla re-performance in contesti privati.

Alle rappresentazioni di culti è dedicato il saggio di Ferrari, che puntualizza come la presenza nel corpus degli epinici pindarici di odi che non sono propriamente tali induce a non dare per scontata la natura di ognuno di essi.5 Che l' Olimpica terza fosse destinata alle Teossenie (così l' inscriptio) è credibile per la presenza di Elena insieme con Castore e Polluce; quanto alla seconda Pitica, l'affermazione timaica che l'ode fosse destinata a un sacrificio (θυσιαστική) è degna di attenzione in quanto Ierone era sacerdote di Demetra e Kore; nella terza Pitica, poema consolatorio, troviamo una preghiera alla dea Madre, cantata da κοῦραι insieme con Pan «presso il mio portico»; Ferrari vede nelle κοῦραι le Ninfe montane, senza escludere l'identificazione con le figlie di Pindaro, suggerita dallo scolio 139b: in forma originariamente più dettagliata, esso poteva permettere di reinterpretare le Ninfe come proiezione cultuale del coro di fanciulle, tra le quali potevano esserci le figlie del poeta.

Budelmann affronta il problema dell'esecuzione simposiale degli epinici sulla base del confronto con gli encomi, concludendo che il canto di vittoria risulta legato al komos piuttosto che al simposio, sede privilegiata dell'encomio; le conseguenze sono rilevanti sul piano politico (il simposio è «potential cause of division more than integration»), esecutivo (con un linguaggio non specifico, l'epinicio si adatta a vari contesti, con maggiore facilità di riuso), poetico (l'epinicio integra elementi di generi diversi, simposiali, epici, cultuali).

Proprio al komos è dedicato l'intervento di Agócs (Performance and genre. Reading Pindar's κῶμοι), concluso da utili appendici sulle attestazioni pindariche e bacchilidee di komos, choros, etc.

Thomas cerca di far luce sulle difficoltà della poesia pindarica confrontandola con moderne «performance literatures» dell'Africa: ambiguità, epiteti allusivi, episodi accennati e interrotti improvvisamente potevano contribuire al successo della performance. La comparazione supporta anche l'ipotesi della possibilità di diversi livelli di comprensione della poesia pindarica.

Most opera una synkrisis fra due coppie di odi dedicate da Pindaro e Bacchilide a Ierone (Ol. 1, epin. 5) e a Pitea egineta (Nem. 5, epin. 13).6 Nell'epinicio tredicesimo Bacchilide, riprendendo da Omero un episodio mitico e utilizzando numerosi epicismi, non mostra mancanza di originalità, ma desiderio di inserirsi in una tradizione ben nota. Diversamente Pindaro nella Nemea allude a un mito poco esaltante (fratricidio), ma si rifiuta di narrarlo. Le strategie comunicative dei due poeti sono definite complementari: Pindaro enfatizza il ruolo del vincitore parlando a suo nome, Bacchilide adotta la voce dei cittadini che lo lodano.

Hutchinson analizza il rapporto tra immagini e «world» (termine che trova definizione sul piano filosofico) nella poesia epinicia, fornendo un catalogo relativo a Pindaro e Bacchilide, a frammenti di Ibico e Simonide, e ad alcuni frammenti pindarici e bacchilidei di genere diverso. Gli elementi cui le immagini si riferiscono sono catalogati, contrassegnati da lettere con sottogruppi numerici,7 una tavola mette a confronto il numero di ricorrenze. Molte le osservazioni interessanti, come il fatto che Pindaro stimola a classificare per azione ('poesia', 'vittoria'), Bacchilide piuttosto per figure (laudator, laudandus).

All'immagine del viaggio è dedicato il contributo di Calame. Nella prima Nemea il movimento è duplice, in termini spaziali da Nemea alla Sicilia patria del laudandus (corrispondente sul piano mitico a quello ricordato nel proemio, del fiume Alfeo che dall'Elide sfocia a Ortigia), in termini temporali dal momento del trionfo atletico alla celebrazione rituale. Più complesso il motivo nella sesta Olimpica, per Agesia siracusano vittorioso col carro. Al viaggio da Olimpia in Sicilia si aggiunge, nella narrazione mitica, quello in Laconia, al luogo di nascita di Evadne che genera Iamo, progenitore di Agesia. Dall'Arcadia, patria di origine degli Iamidi, e da Tebe città di Pindaro, il coro giunge per la performance a Siracusa (secondo i più invece l'esecuzione in Sicilia sarebbe successiva a quella in Arcadia).8

Dei miti bacchilidei si occupa Fearn. La tecnica narrativa del poeta, in particolare la presenza di discorsi diretti e similitudini all'interno della narrazione, è confrontata con quella di Omero e di Pindaro (utile l'appendice sui discorsi diretti nei due lirici, malgrado le percentuali diano per scontati alcuni problemi di attribuzione). Nel 'ditirambo' 27 lo studioso, seguendo Barrett, ritiene che la profezia di Chirone (in forma indiretta) fosse riportata in forma diretta da un altro personaggio. Fearn sottolinea la presenza, nell'ambito di otto versi, di tre verba dicendi. Analoga situazione trovo in Pind. Nem. 1, 61-69, quando Tiresia, dopo l'impresa di Eracle che appena nato strozza i serpenti, profetizza il futuro dell'eroe in forma indiretta: anche qui, tre verba dicendi nell'ambito di otto versi (61, 66, 69). In Bacchilide la vicinanza è in un caso più immediata (35, 36, 42), ma il confronto appare rilevante (me ne occupo altrove).

In direzione diversa rispetto agli altri muove Silk, prescindendo dal contesto della performance, convinto che «words come first». Il giudizio è sempre tranchant, nei confronti di studiosi moderni e degli antichi, ad esempio Orazio (ma possiamo definire il ritratto di Carm. 4.2 «irrespective» non solo di poemi individuali, ma anche dei differenti generi?).

Nel complesso, si tratta di una raccolta di saggi eccellente, organizzata bene (l'ordine dei contributi è tematico), abbastanza accurata,9 ricca di apporti originali, con risultati non effimeri.



Notes:


1.   PMGF 222a, frr. 35-36. Affermava senz'altro «The context is epinician» D.A. Campbell (Greek Lyric III, 1991, 149).
2.   Nuova la lettura a destra dell' inscriptio νεμεακὴ α[, interpretata come indizio del fatto che si discuteva se l'ode fosse istmica o nemea (il celebrato aveva vinto a Nemea oltre che all'Istmo).
3.   Di epinici intitolati a più vincitori mi sono occupata in «Committenza e destinazione della Nemea ottava di Pindaro», Monumenta Humanitatis, Messina 2000, 57-61.
4.   Vedendo le due odi come complementari, ipotizzo la possibilità che fossero eseguite nella stessa occasione («Cromio-Eracle in due epinici pindarici», in Caccamo Caltabiano-Raccuia-Santagati (cur.), Tyrannis, Basileia, Imperium, Messina 2010, 143-152.
5.   E' riportato l'esempio della Nemea undicesima, collocata da Didimo tra i Παρθένια; questa è però una correzione accolta da Drachmann per il tradito Παροίνια (opportunamente mantenuto ora da B.K. Braswell, Didymos of Alexandria. Commentary on Pindar, Basel 2013).
6.   Most lascia aperto il problema se i due epinici egineti risalissero a committenti diversi (famiglia paterna per Pindaro, materna per Bacchilide), o se la commissione fosse andata al poeta tebano, mentre l'altro sarebbe stato un omaggio per l'ospitalità ricevuta. La seconda ipotesi è presentata come certezza da A. Severyns, Bacchylide. Essai biographique, Paris 1933, 52-53 e nell'edizione di Irigoin-Duchemin-Bardollet (Paris 1993), dove si afferma che anche la doppia commissione da parte di Ierone per le due odi siracusane sembra difficile da ammettere, «surtout sans aucune preuve» (prove sarebbero però necessarie per l'ipotesi contraria).
7.   Le lettere sono utilizzate in ordine alfabetico, senza rapporto con l'area trattata (ad es. G=Fortune, K=Myth); più comodo il sistema usato da C.O. Pavese, I temi e i motivi della lirica corale ellenica, Roma 1997 (G=Gnomica, M=Mythus, etc.).
8.   Nella direzione di Calame, A.D. Morrison, Performances and Audiences in Pindar's Sicilian Victory Odes, London 2007, p.78: il rapporto con la prima Nemea suggerisce lo stesso pubblico.
9.   Qualche problema nella bibliografia. Sono attribuiti a V. Brinkmann i titoli di A.P. Burnett, mentre sono caduti quelli dell'archeologo, e sono numerosi i refusi, presenti anche in qualche saggio il cui autore non è di madrelingua.

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