Monday, August 26, 2013

2013.08.46

Francesca Fontanella, Politica e diritto naturale nel 'De legibus' di Cicerone. Temi e storia, 109. Roma: Edizioni di storia e letteratura, 2013. Pp. x, 124. ISBN 9788863724820. €24.00.

Reviewed by Luca Fezzi, Università degli Studi di Padova (luca.fezzi@unipd.it)

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Il volume di Francesca Fontanella si articola in sei capitoli, cinque dei quali già precedentemente pubblicati in forma di articolo (I e II in Athenaeum 85, 1997, 487-530; III in RSI 107, 1995, pp. 5-19; IV in Athenaeum 84, 1996, pp. 254-260; V in Athenaeum 86, 1998, pp. 179-208); il sesto ('Politica e diritto naturale nel De legibus di Cicerone', pp. 115-132) si pone invece come 'aggiornamento– una provvisoria conclusione di quei contributi', che l'autrice giudica importante soprattutto perché 'a distanza di anni, se pur confermata rimane l'analisi di singoli passi dell'opera, necessariamente diversa, per il suo carattere sempre attuale, mi appare nel suo insieme la problematica ciceroniana del rapporto fra diritto naturale e diritto di Roma e del suo impero' (p. IX).

Assai opportuna – al pari dell'idea stessa di raccogliere in volume i sei contributi – pare quest'ultima osservazione; 'attuale', del resto, risulta essere la 'riscoperta' – soprattutto da parte dei 'non antichisti' – del ruolo giocato da Cicerone nello sviluppo del diritto e della politica occidentali (cfr., ad esempio, i contributi in Cicerone e il Diritto nella storia dell'Europa. Atti del XIII Colloquium Tullianum, Milano 27-29 marzo 2008, Ciceroniana n.s. 13, Roma 2009; i contributi in R.O. Brooks, ed., Cicero and Modern Law, Farnham-Burlington 2009; M. Pani, Il costituzionalismo di Roma antica, Roma-Bari 2010, in part. pp. 52-84; Q. Skinner, Liberty Before Liberalism, Cambridge 1998).

Il cap. I ('Il de legibus', pp. 3-17) costituisce un'efficace introduzione di tipo storico-politico alla genesi dell'opera e ai suoi tratti più originali. Cicerone, dopo il 'tradimento' che lo aveva portato all'esilio, avrebbe compiuto, a partire dalla pro Sestio, un percorso teorico, articolato tra rispetto per la tradizione e filosofia greca, che lo avrebbe condotto al 'primo tentativo di codificazione dei principii costituenti lo Stato e la vita pubblica a Roma' (p. 6). Le leges ciceroniane si differenzierebbero quindi dalle tradizionali, più 'limitate' leges publicae per l'attenzione all'insieme 'costituzionale' e per la presupposta esistenza, al di là della volontà popolare, di una lex naturale, che il sapiente sarebbe in grado di conoscere.

Il cap. II ('Le leges de religione, pp. 19-56) affronta il rapporto tra lex e religio, in un'età notoriamente caratterizzata da una forte crisi politica e religiosa. Il libro II del de legibus, quindi, sosterrebbe l'idea di una ratio naturale, legata a Giove, in grado di giustificare la religione tradizionale; pur non restando estraneo a ciò il concetto di utilitas, la pietas risulterebbe assumere un valore nuovo e del tutto interiore. Il giudizio ciceroniano sull'inopportunità di venerare separatim divinità nuove e straniere, di dedicarsi a culti notturni che non fossero pro populo e d'introdurre cambiamenti nella religio familiare, parrebbe muoversi in maniera assolutamente conforme all'atteggiamento romano. L'autrice osserva inoltre come meno evidenziata, rispetto al somnium Scipionis, sia nel de legibus l'idea dell'onnipresenza divina, idea che del resto avrebbe potuto mettere in crisi i culti tradizionali. Altrettanto interessanti sono le considerazioni sul complesso atteggiamento di Cicerone, tra ambito civile e religioso, verso la punizione dell'empietà e le pratiche augurali.

Il cap. III ('Interpretazione ciceroniana del culto degli eroi e delle virtù', pp. 57-70) affronta il problema delle virtù divinizzate, accanto alla ben più spinosa questione degli eroi divinizzati; anche in questo caso Cicerone, per l'autrice, mostrerebbe di avere saputo cogliere i mutamenti di sensibilità che attraversavano il proprio tempo. Il culto degli eroi divinizzati, affermatosi, tra misticismo e razionalismo, sulla scia del pensiero greco, soprattutto nel I sec. a.C. (da differenziare rispetto a quello delle virtù, più radicato nel mondo romano), sarebbe stato in seguito avversato, dallo stesso Cicerone, nel de natura deorum, opera redatta quando ormai chiari erano gli obiettivi della politica religiosa di Cesare.

Il cap. IV ('Ius pontificium, ius civile e ius naturae', pp. 71-78) affronta in primo luogo il rapporto tra ius civile e ius pontificium. La posizione di Cicerone testimonierebbe appieno un alto grado di laicizzazione nel diritto repubblicano, ma allo stesso tempo si porrebbe in polemica nei confronti della giurisprudenza tradizionale e delle sue sottigliezze, pur nei loro aspetti razionalistici, laddove l'autore dell'opera considererebbe invece 'fondamento oggettivo e trascendente alle sue leges il ius naturae' (p. 78).

Il cap. V (Le leges de magistratibus, pp. 79-113) affronta le prescrizioni, contenute nel libro III, relative a ruolo e compiti dei magistrati e le norme concernenti senato e popolo romano. Fontanella si sofferma sulle problematiche legate all'imperium e sul modello ciceroniano del vero politico come sapiens, la cui mens coinciderebbe con la ratio che regola l'universo. Affrontando gli elementi di novità e continuità nelle leges de magistratibus, l'autrice ripercorre le proposte da Cicerone. Particolarmente delicato resterebbe il rapporto con la dittatura, che non avrebbe mai dovuto travalicare gli istituti repubblicani, così come l'atteggiamento nei confronti di coercitio, intercessio e provocatio ad populum (anche a causa di una lacuna nei codici), nonché quello verso tribunali popolari e quaestiones. Interessanti sono le considerazioni dell'autrice sull'idea ciceroniana del ruolo del magistrato come moderatore delle assemblee, sul grande problema della salus populi come legge suprema e sull'istituto del senatusconsultum ultimum. Il senato, del resto, come osserva Fontanella, si porrebbe come dominus di ogni decisione politica; altrettanto interessanti sono le osservazioni concernenti il rapporto tra tribunato della plebe e libertas popolare, nonché sull'atteggiamento ciceroniano nei confronti del voto segreto.

Il cap. VI ('Politica e diritto naturale nel de legibus di Cicerone', pp. 115-132) pone l'accento su un altro tema importante. Fontanella osserva che l'idea ciceroniana di leggi universali 'potrebbe consistere non tanto in un loro valore assoluto e immutabile per tutti i popoli, quanto nel fatto che Roma si trova nella condizione di poter 'dare le leggi' a tutto quell''universo' che si trova o stava per ritrovarsi sotto il suo dominio' (p. 115). Allo stesso tempo, ciò 'che è avvenuto nella storia dell'impero romano prima e di gran parte dell'Europa poi, fin quasi ai nostri giorni, sembra conferire al tentativo ciceroniano per lo meno la dignità di una inconsapevole (ma non infondata) profezia' (p. 117). L'autrice riflette quindi sull'interpretazione ciceroniana di ius ed aequitas, facendo particolare attenzione alle concezioni razionalistiche del tempo, al rapporto con lo stoicismo e con il modello platonico. L'indagine storica ciceroniana, scaturita dalla sensazione di un forte 'limite' nel diritto contemporaneo, così come la costante ricerca, nella realtà istituzionale, dei principii dello ius naturae, non avrebbe avuto lo scopo di 'stabilire un riferimento 'trascendente' per giustificare e pacificare una scomoda realtà storica; quanto piuttosto di evidenziare una realtà così problematica che si dimostra irriducibile anche rispetto al più sofisticato strumento interpretativo e regolativo dell'uomo (il ius) e che provoca quindi la ragione – nella sua inesauribile esigenza di spiegare, interpretare e regolare la realtà politico-sociale – a trovare soluzioni sempre più adeguate all'esperienza concreta' (p. 129). Proprio ciò potrebbe concorrere a spiegare la 'capacità che Cicerone ebbe nella sua vita di assumere posizioni diverse, teoriche e pratiche, nelle più varie circostanze del confronto politico di fine repubblica' (p. 129).

Per concludere, la trattazione risulta molto attenta, efficace e ricca di spunti rilevanti, andando così a porsi come strumento assai utile per riflettere su un'opera centrale e complessa quale il de legibus. In particolare, l'aspetto più innovativo pare il sistematico tentativo di rintracciare, nell'interpretazione ciceroniana alle leggi, il rapporto tra consuetudine e ius naturae, dove il secondo si afferma come valore universale, e come tale in grado di trascendere spazio e tempo. Del resto, si potrebbe osservare con Mortimer Sellers, senza le riflessioni di Cicerone il mondo moderno non si sarebbe mai sviluppato così come noi lo conosciamo (M.N.S. Sellers, 'The influence of Marcus Tullius Cicero on modern legal and political ideas', in Cicerone e il Diritto, cit., pp. 245-280).

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