Tuesday, February 22, 2011

2011.02.49

Jean-Pierre Aygon, Corinne Bonnet, Cristina Noacco (ed.), La mythologie de l'antiquité à la modernité: appropriation, adaptation, détournement. Interférences. Rennes: Presses universitaires de Rennes, 2009. Pp. 419. ISBN 9782753508644. €20.00 (pb).

Reviewed by Nicola Montenz, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milan (nic1685@libero.it)

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Table of Contents

L'ampio volume miscellaneo curato da Jean-Pierre Aygon, Corinne Bonnet e Cristina Noacco raccoglie ventotto saggi, preceduti da una prefazione congiunta dei tre curatori, contenenti gli atti di un importante convegno interdisciplinare svoltosi presso l'Université de Toulouse II-Le Mirail tra il 24 e il 26 gennaio 2008. Il volume dimostra il successo di un'iniziativa mirante a far convergere le diverse voci di antichisti, medievisti, studiosi dell'Umanesimo e del Rinascimento e, infine, modernisti, sul tema della mitologia e del lungo percorso (dall'antichità ai giorni nostri) dei suoi riusi, dei riadattamenti subiti nel tempo e nei generi letterari.

Molto opportunamente, i curatori hanno disposto l'amplissima materia del volume in sei consistenti macrostrutture (parties), raggruppando così, in ordine tematico, i diversi contributi (pp. 17-57; 58-125; 127-196; 197-263; 265-322; 323-382), che sono seguiti da un capitolo conclusivo (Transpositions mythologiques), a cura di Pascal Payen. In coda al volume compaiono le sinossi dei singoli interventi (pp. 389-403), i profili biografici degli autori (pp. 403-411), le bibliografie di riferimento (pp. 413-419) e l'indice sommario (pagine non numerate). Molto opportunamente, si diceva, perché l'estrema eterogeneità della materia trattata appare, grazie all'intervento degli editori, organizzata in modo chiaro e facilmente percorribile dal lettore, che non ha mai la percezione di trovarsi disorientato o confuso.

La prima parte del volume discute usi e riusi della mitologia nella poesia e nella filosofia greca. C. Calame affronta con agio le multiformi rivisitazioni del mito di Elena, analizzandone criticamente la figura all'interno dei diversi generi letterari (e, lato sensu mediatici) in cui apparve, dai poemi omerici a oggi. Dedicato alle funzioni del mito nella filosofia platonica è invece il testo di E. Jouët-Pastré, in cui la studiosa mostra con grande chiarezza come in Platone mito e ragione siano sentiti come complementari, e come proprio il mito possa contribuire a far emergere la verità del logos filosofico, preservandolo dagli eccessi della razionalità e dell'irrazionalità. Il saggio di G. Pironti mostra (rivelando in ciò una continuità d'impostazione con quello di Calame) come l'assenza di una versione canonica di un mito lo renda aperto a riletture, adattamenti e, talora, veri e propri détournements.

Ampio raggio d'analisi diacronica mostra la seconda parte, che, aprendosi con un articolato studio di J. Peigney sulle allusioni ai mostri mitici nelle commedie di Aristofane, si conclude con un'analisi del Libro delle parabole della Genesi di Meister Eckhart (J. Casteigt). Viene inoltre affrontato il problema del riuso del mito come topos argomentativo prendendo come paradigma l'Eunuchus terenziano (M.H. Garelli), seguito da una soddisfacente disamina della presenza di figure mitiche (anche attraverso il marcato reimpiego di un intertesto tragico) all'interno del Bellum civile di Lucano (F. Ripoll). L'attenzione al dettato intertestuale appare pronunciata in questa sezione, i cui contributi mirano a chiarire (e vi riescono in modo eccellente) l'apporto fattivo della memoria letteraria alla creazione di nuovi prodotti letterari o di raffinate nuances, oppure, ancora, come nel caso di Meister Eckhart, alla fondazione di una teoria metafisica dell'immagine.

Imperniata sulle multiformi sfaccettature dei riusi di paradigmi mitologici è anche la terza parte, dedicata nel suo complesso al medioevo. La consistente fusione tra cultura latina, miti classici e scandinavi e la storia descritta nei primi libri dei Gesta Danorum è il punto di partenza per una documentata analisi del metodo storiografico di Sàssone il Grammatico, nell'importante contributo di D. Lacroix. Attraverso una non dissimile analisi comparativa, che tocca l'antichità latina, di testi quali il Roman de Thèbes, il Roman d'Eneas, l'Ylias di Giuseppe di Exeter e l'Historia regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, F. Mora giunge a tracciare il complesso percorso intellettuale da cui è scaturito il motto della renaissance del XII secolo, attribuito a Bernardo di Chartres: [...] nos esse quasi nanos gigantum humeris insidentes. Al centro dello studio di C. Noacco è invece l'interesse, nel XII e XIII secolo, per i miti di metamorfosi. Con particolare finezza ermeneutica la studiosa evidenzia le diverse finalità dei riusi di tali miti all'interno di lais e novelle cortesi: fine didattico, compensatorio (perché si sostituiscono a una realtà deludente) e iniziatico. Nel contributo successivo, studiando gli ampi riferimenti mitologici presenti—in modo a tutta prima sorprendente—all'inizio del Roman de Tristan en prose, e relativi alla genealogia del protagonista, O. Linder li interpreta come coerenti con l'ideologia aristocratica che sta alla base del testo. Chiude la sezione uno studio dei riusi medievali delle scene di violenza sessuale presenti nelle Metamorfosi ovidiane. L'autrice, M. Possamaï-Perez, mostra come tali paradigmi di violenza non soltanto siano riabilitati dagli autori cristiani, ma siano impiegati per indicare la forza con cui Dio, attraverso l'amore, colpisce l'anima del fedele.

La quarta parte è dedicata allo studio delle tecniche di riuso e appropriazione della mitologia operate nel periodo compreso tra la fine del medioevo e il Rinascimento. C. Ferlampin-Acher spiega in modo convincente la funzione della presenza di retaggi mitologici—specie in relazione all'onomastica—all'interno del romanzo di Perceforest. Secondo la studiosa, l'uso di nomi desunti dalla mitologia classica avrebbe la funzione di conferire profondità storica al racconto, senza altre implicazioni, con l'eccezione di tre casi notevoli: Vénus, Sebille, Zéphyr—nomi impiegati al fine di ricreare, attraverso un abile procedimento di détournement, una mitologia borgognona. P. Maréchaux tratta nel dettaglio lo studio dell'allegoria, chiarendo quali siano i punti di rottura che separano i trattatisti, tra il XIV e il XVI secolo, dal modello di riferimento quintilianeo, ed enucleandone le posizioni alla luce della storia dell'ermeneutica coeva. Dedicato ai racconti di fate è il contributo di A. Hoernel, che dopo aver delineato le modalità di progressiva mitologizzazione di tale genere letterario e i suoi esiti in termini di "histoire mythifiée, fabulée par les humanistes", ne rileva la perdita delle caratteristiche primarie, con il conseguente passaggio al genere letterario della fable. P. Chiron si sofferma su una delle leggende più care al primo Rinascimento francese: quella di Dedalo e Icaro, oggetto, se mai altri, di importanti riadattamenti, in genere a fine edificante. La figura di Icaro, inizialmente connotata in modo negativo, subisce diverso trattamento dai poeti della Pléiade, che finiscono per identificarsi in lui. H.T. Campagne studia il genere della novella tragica, con particolare riferimento al quinto libro delle Histoires tragiques di François de Belleforest, mostrando come spesso tali novelle, di impianto mutuato dalla tragedia classica, risultino creatrici di nuovi miti, fondati su allusioni a quelli classici, grazie a un lavoro di riscrittura in cui creazione, adattamento e dissimulazione del modello procedono spesso in parallelo.

Al mito come vettore del pensiero moderno è dedicata la quinta parte, che si apre con un'accurata analisi del mito di Idomeneo, condotta da J.P. Grosperrin. Conducendo un'indagine ad ampio raggio, l'autore ne chiarisce le riprese cristiane e le diverse appropriazioni nel Secolo dei Lumi, da parte dei Gesuiti, di Mozart e di Crébillon. G. Cammagre si sofferma sugli articoli che, nell'Encyclopédie si occupano di mitologia, redatti, nella maggior parte, dal cavalier de Jaucourt. Particolarmente attento alle tesi degli evemeristi, Jaucourt rivela, secondo l'autore, un atteggiamento cauto, frutto di un approccio critico che mantiene a distanza il coevo movimento per la riabilitazione dei miti. M.C. Huet-Brichard affronta il tema della presenza della mitologia nella Légende des siècles di Victor Hugo. Ispirata alla Bibbia, la Légende mostra lo sforzo per la costruzione di un'epopea del futuro fondata su una riscrittura della mitologia, base necessaria per celebrare i grandi miti moderni. C. Imbert traccia, infine, un ampio quadro del tema della "melanconia degli dèi titanici" nelle opere di Pavese, de Guérin, Mistral, Blaga, D'Arbaud, indotti alla mitizzazione letteraria di una "terra" che l'avvento delle società industriali ha condotto alla morte.

La sesta parte, conclusione dell'ampio lavoro critico degli studiosi che hanno dato vita a questo volume, affronta il complesso tema del "détournement du mythe dans la pensée contemporaine". Dedicato alla triade gidiana Prométhée-Œdipe-Thésée, lo studio di W. Geerts mostra come il testo sia latore, nella visione del mondo di Gide, di una dimensione di liberté, e, come Prometeo, Edipo e Teseo divengano veicoli del pensiero dello scrittore. S. Vignes chiarisce come nell'opera di Jean Giono i riferimenti alla mitologia siano palesi, tanto nei nomi dei personaggi quanto nei titoli delle opere stesse, sottolineando lo stretto legame che, nell'ottica di Giono, apparenta la Provenza alla Grecia. Concentrando poi l'analisi sulla Trilogie de Pan, la studiosa mette in luce come Giono si appropri della figura di Pan, facendone un ambiguo principio perturbatore, attraverso il quale l'ordine del mondo è costantemente rimesso in discussione. A. Despax analizza le modalità attraverso cui la fusione di mitologia e cristianesimo che anima sovente l'opera e il pensiero di Pierre Emmanuel contribuiscano a fornire una spiegazione alla morte di Orfeo—tema spesso affrontato dal poeta—e a darle un senso. Il Bain de Diane, noto saggio di Pierre Klossowski, è al centro del lavoro di C. Chauvin, in cui lo studioso approfondisce l'analogia, tipicamente klossowskiana, tra le epifanie divine del mito e lo sfavillare delle parole degli antichi nelle lingue moderne. Portata alle sue estreme conseguenze, tale analogia è alla base della celebre e discussa traduzione dell'Eneide realizzata da Klossowski. Il saggio di F. Zambon, suggello ideale del volume, prende in esame due riletture apparentemente diverse della leggenda del Graal, mito quanto mai attuale nella cultura europea successiva al 1882, anno della prima Uraufführung bayreuthiana dell'ultimo dramma musicale di Richard Wagner, Parsifal. Lontani dalla peculiare forma di misticismo che anima Parsifal, si pongono, nel quadro della letteratura europea coeva, Les Chevaliers de la Table Ronde di Jean Cocteau e Le Roi pêcheur di Julien Gracq, che Zambon analizza. Lontano dal vaporoso esoterismo wagneriano, il Graal di Cocteau è "le rare équilibre avec soi même". Gracq, voltosi alle saghe arturiane per allontanarsi consapevolmente dal mito greco, vede nella ricerca e nella conquista del Graal un'aspirazione terrena, un atto di orgoglio umano: il possesso del Graal pone l'uomo in contatto diretto con il divino, eppure infligge una ferita mortale.

Qualche parola per concludere. La mythologie de l'antiquité à la modernité costituisce oggi uno strumento di grande importanza per chi voglia affrontare il tema del recupero, della variazione, del riuso e delle deviazioni—in una parola: delle metamorfosi—subìte dal mito classico dall'antichità ai giorni nostri. Composto da contributi eterogenei, tutti sostenuti da un saldo rigore metodologico di fondo e da un vivace afflato comunicativo, il volume traccia un percorso privilegiato per chi voglia studiare nel dettaglio l'impatto della mitologia nella letteratura occidentale. L'analisi puntuale di ogni singolo testo trattato, pur minuziosa, non si spinge mai ai limiti dell'oscurità e non mira a costituirsi in mero cammeo ermeneutico: è invece funzionale a mostrare modalità di ricezione antiche e moderne, permettendo al lettore di addentrarsi proficuamente nel laboratorio degli autori che hanno reso grande la letteratura europea. Il fatto che il campo di indagine degli studiosi sia circoscritto, con poche eccezioni, alla letteratura romanza, con particolare ma non esclusiva attenzione a quella francese, non dovrà essere considerato limitante. Al contrario, il genuino rigore dei metodi di analisi applicati e gli incoraggianti risultati critici ottenuti possono a buon diritto essere considerati come un punto di riferimento per futuri ampliamenti del campo di indagine—ad altre letterature o, addirittura, a forme mediatiche diverse da quelle prese in esame in questo libro.

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