Thursday, September 28, 2017

2017.09.54

Annemarie Ambühl​ (ed.), War of the Senses – The Senses in War: Interactions and Tensions between Representations of War in Classical and Modern Culture. thersites: Journal for Transcultural Presences and Diachronic Identities from Antiquity to Date, 4. Mainz: thersites, 2016. ISBN 2364-7612.

Reviewed by Daniele Foraboschi, Università degli Studi di Milano​ (daniele.foraboschi@unimi.it)

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Thersites 4

Nove lunghi saggi su una tematica sottile e complessa : l'interazione tra cultura classica e cultura moderna nella percezione e nella rappresentazione della guerra.

La premessa di Annemarie Ambühl intreccia tutte le varie tematiche con la competenza che già conosciamo.1 La battaglia è un momento traumatico dall'inizio alla fine del suo svolgimento. La paura spinge all'assunzione di alcool, il cui consumo è tollerato, ma controllato.2 Ed Archiloco si vantava di bere il vino appoggiato alla lancia (fr. 2 West2). Così è anche nel mondo moderno: un ufficiale dell'esercito inglese della seconda guerra mondiale dichiarò esplicitamente che la vittoria fu merito degli alcolici.3 Così la strage finale può suscitare orrore come nella Farsalia di Lucano, oppure stupefazione paralizzante come in Cesare e Vercingetorige alla fine della battaglia di Avaricum.4 La stessa reazione può accadere oggi davanti alle recenti stragi del Ruanda, studiate in comparazione con Lucano nel saggio di M. Thorne alle pagine 77-119 del volume in discussione. Malgrado la distanza che ci separa dall'antichità classica, il parallelismo delle emozioni e la ricreazione storica degli antichi campi di battaglia possono creare delle somiglianze (Preface, pp. IV-V). Ma la percezione e descrizione di una battaglia può essere vista da prospettive soggettive, come si sottolinea nella prefazione. Può prevalere l'aspetto acustico, lo stridore violento, lo spettacolo violento, il fetore insostenibile, nelle descrizioni antiche come in quelle moderne. Lo specchio Antico/Moderno è il tema originale del volume, dove, però, si riconoscono dei precedenti studi significativi (Preface, p. IX).

Il volume si articola in tre sezioni:

- Rappresentazioni della guerra tra antico e moderno;
- Descrizioni letterarie e ricezioni dei classici tra le due grandi guerre mondiali;
- Rappresentazioni della guerra su vari media nel ventunesimo secolo.

Il primo saggio è P. Verzina, "Fantasie violente: il sogno ad occhi aperti in Omero e nel cinema". Esso esamina soprattutto le fantasie erotiche e violente presenti in decine di film, analizzandole come risposta ad un abuso subito. La documentazione presa in considerazione è amplissima e l'analisi puntuale e acuta. In parallelo vengono studiati degli esempi di sogni ad occhi aperti nei poemi di Omero. In particolare: Iliade 1, 188-198; Odissea 1, 438-445; Iliade 1, 224 ss. Qui il dubbio di Achille se uccidere o meno Agamennone crea una pausa narrativa che Verzina assimila ad un sogno ad occhi aperti analogo a quelli presenti in film famosi come C'era una volta il West di Sergio Leone. Il discorso è originale e stimolante, anche se la differenza dei media mi sembra il fattore di maggiore impatto e contrasto.

Segue un articolo di Ayelet Peer: "Hear no Evil? The Manipulation of Words of Sounds and Rumours in Julius Caesar's Commentaries". Nella battaglia I rumori fanno parte di quello che sta accadendo. I termini più ricorrenti sono clamor (l'urlo), rumor, fama. Assieme agli ordini urlati del Comandante, tali rumori possono orientare diversamente l'avvenimento. Il termine più impiegato è clamor, che può indicare sia l'urlo trionfale dei soldati sia il grido delle masse che scattano all'assalto. Del resto i suoni prodotti dagli esseri umani esprimono i diversi stati fisici o emozionali e Cesare, anche nell'essenzialità della sua scrittura, è attento a coglierli sia nel Bellum Gallicum che nel Bellum Civile. A. Peer ci offre una sottile analisi semantica di questi termini e dei contesti in cui vengono impiegati. Anche la parola fama viene analizzata, anche se non è un rumore ma malum qua non aliud velocius ullum. 5

Mark Thorne (in "Speaking the Unspekable: Engaging Nefas in Lucan and Rwanda 1994") si avventura in un parallelismo audace tra la Pharsalia di Lucano e le stragi del Ruanda sulla base dei resoconti giornalistici o dei racconti di F. Keane e di Boubacar Boris Diop, cui potremmo ora aggiungere St. Audoin-Rouzeau, Une initiation Rwanda (1994-2016), Paris 2016. La comparazione è suggestiva. Entrambe le stragi sono stermini indicibili (nefas), e producono l'effetto di un trauma. Indubbiamente le letture sul genocidio del Ruanda offrono un interessante termine di confronto per il Bellum civile e per l'indicibile strage di Farsalo, dove comunque i morti dei Romani furono molto meno dei Tutsi.

Quello di Manuel Mackasare ( "Ganymed im Weltkriege. Walter Flex' Wanderung zwischen Klassizismus und Kriegserleben") è un saggio importante su alcuni aspetti del classicismo in un'epoca di guerre e tecnocrazie crescenti. W. Flex fu uno scrittore di ampio successo agli inizi del secolo scorso. Il suo romanzo Il viandante tra due mondi (Der Wanderer zwischen beiden Welten) ebbe un ampio successo e se ne trasse anche un film. Ma Flex morì trentenne durante la prima guerra mondiale. Come tanti suoi contemporanei perpetua la suggestione dell'antico in toni elegiaci che sarebbero piaciuti anche ai nazisti. Ganimede e il suo variegato mito occupano uno spazio importante nella sua scrittura e nel suo pensiero anti-tecnocratico. In questo Flex risale fino a Goethe. Scrive Mackasare (p. 176):

Feucht von den Wassern und von Sonne und Jugend über und über glänzend stand der Zwanzigjährige in seiner schlanken Reinheit da, und die Worte des Ganymed kamen ihm schlicht und schön und mit einer fast schmerzlich hellen Sehnsucht von den Lippen.

Non sembra facile, a prima vista, conciliare Ganimede con lo spirito militaresco del tempo, ma secondo Mackasare, ai giovani soldati camerati di allora Ganimede appariva come il "più bello degli uomini mortali" (Omero, Iliade 20, 233).

Marian W. Makins, "Memories of (Ancient Roman) War in Tolkien's Dead Marshes", scrive un lungo saggio di raffronto tra le paludi marcite di Tolkien e quelle dei Romani, soprattutto la selva di Teutoburgo, dove nel 9 d.C. migliaia di legionari vennero sterminati. In modo convincente Makins sostiene che Tolkien, quando, ne Il signore degli anelli, descrive le paludi, si rifà non solo alla sua personale esperienza durante la Grande Guerra, ma anche, come Tolkien stesso scrisse, ad una tradizione letteraria: in particolare a Willliam Morris, di cui conosce le opere, come The House of the Wolfings e The Roots the Mountains (Makins, p. 210), che poi riprendono il Tacito della descrizione della tragica battaglia di Teutoburgo (Annali 1, 60-71, soprattutto 1, 61). Probabilmente Tacito, in queste e simili descrizioni, fu la miglior fonte di Tolkien. L'argomentazione di Makins è senz'altro convincente.

Segue il saggio di Lydia Langerwerf, "'And they did it as citizens': President Clinton on Thermopylae and United Airlines Flight 93". In esso si raffrontano due discorsi, uno del presidente americano Bill Clinton e l'altro del gerarca nazista Hermann Göring, che glorificano gli Spartani che combatterono alle Termopili. Clinton così declama (il testo è riportato da Langerwerf a p. 267):

The first such great story I have been able to find that reminds me of all your loved ones, however, occurred almost 2500 years ago, when the Greek king of Sparta facing a massive, massive Persian army took 300 of his finest soldiers to a narrow pass called Thermopylae. There were thousands upon thousands upon thousands of people and they all knew they were going to die. He told them that when they went. And the enemy said: "We are going to fill the air with so many arrows that it will be dark." And the Spartans said: "Fine, we will fight in the shade". And they all died. But the casualties they took and the time they bought saved the people they loved.

Viene qui ripreso con enfasi il modello Greco che ispirò i Padri Fondatori americani. Clinton fu forse il primo a richiamare le Termopili in corrispondenza del tragico 11 Settembre. Ma già Lincoln aveva ripreso l'epitaffio di Pericle tramandatoci da Tucidide (p. 250) in consonanza con l'ispirazione greca della democrazia americana. Lo stesso richiamo all'antichità, anche se in circostanze ben diverse, compare in discorsi radiofonici di Hermann Göring (riportati nel volume alle pp. 243-244), il quale in uno di essi riadattò l'epitaffio di Simonide: "Kommst du nach Deutschland, so berichte, du habest uns in Stalingrad liegen gesehen, wie das Gesetz, das heißt, das Gesetz der Sicherheit unseres Volkes, es befohlen hat". Lo stesso evento, la stessa battaglia vengono utilizzati per obiettivi diversi: la democrazia, oppure la sicurezza dello stato nazista. Anche Goebbels additava in Sparta il modello dello Stato Nazista (p. 259). Langerwerf mostra con finezza come la cultura classica riviva nella modernità, come ha più volte mostrato Emilio Gabba,6 arricchendosi di caratteri diversi.

Abbiamo quindi Anne Walter, "'What it felt like': Memory and the Sensations of War in Vergil's Aeneid and Kevin Powers' The Yellow Birds". Viene qui fatta una comparazione tra un episodio di guerra narrato da Virgilio 2000 anni fa e un altro episodio accaduto in una delle guerre dell'Iraq intorno al 2004 d.C. Il due episodi si incentrano attorno a due coppie di personaggi assimilabili: Eurialo e Niso e Bartle e Murph dall'altra. Sono quattro soldati spietati in battaglia, ma ciascuna coppia di amici è strettamente legata da un'amicizia profonda. Tutti compiono stragi spietate dei nemici; alla fine gli eroi di Virgilio vengono uccisi; degli americani solo Murph muore dopo atroci torture e il suo corpo viene gettato in acqua, così che la madre non possa vedere le atrocità commesse sul suo cadavere. Non sembrerebbe che, secondo A. Walter, Powers conoscesse direttamente Virgilio, ma i due episodi emergono da situazioni simili a da una simile immaginazione. Malgrado Virgilio si rifaccia ad una tradizione assente dal modulo narrativo di Powers, si coglie tuttavia una sensibilità narrativa affine e rintracciabile in altre storie di battaglie: guerrieri feroci e senza pietà intrecciano un'amicizia che solo la morte dissolve. La tesi sembra un poco scontata: ci sono strutture profonde dell'animo umano che perdurano nei secoli.

Il volume finisce, prima di due recensioni, con il saggio di Christian Rollinger, "Phantasmagorien des Krieges: Authentizitätsstrategien, affektive Historizität und der antike Krieg in moderne Computerspiel." Il tema è interessante: come i moderni video games utilizzano racconti di guerre antiche. Viene analizzata con competenza la serie Total War. Vengono prese in esame varie battaglie, illustrate da ottime fotografie, tratte dalle ricostruzioni dei video games: battaglie notturne di Galli, di Picti, di donne germaniche… Sono spesso rappresentazioni immaginarie. Ma, come dice l'autore (p. 319), citando W. Benjamin, l'immaginazione dell'Antico, se è esotica, paradossalmente trascina con se un' aura di autenticità. Roller richiama e approfondisce (p. 331) il pensiero di T. Winnerling: i video games trasformano la storia fattuale in storia affettiva.

Complessivamente il volume è molto interessante ed originale nella ricerca del fare rivivere ciò che del passato sopravvive nel presente. Il passato si dimentica, ma sopravvive sempre. Magari in modo distorto. È compito degli intellettuali riscoprirne le tracce. In questo volume l'operazione viene condotta in modo molto disinvolto nel trovare affinità narrative in testi ben diversi. Forse a volte troppo.



Notes:


1.   Si veda A. Ambühl, Krieg und Bürgerkrieg bei Lucan und in der griechischen Literatur: Studien zur Rezeption der attischen Tragödie und der hellenistischen Dichtung im 'Bellum Civile', Berlin 2015.
2.   Senofonte, Costituzione degli Spartani, 5, 7.
3.   V.D. Hanson, L'arte occidentale della guerra. Descrizione di una battaglia nella Grecia classica, Milano 1989, p. 140.
4.   Cesare, Commentari sulla guerra gallica, 7, 13-31.
5.   Virgilio, Eneide, 4, 174.
6.   V. P. Desideri, "Le THOMAS SPENCER JEROME LECTURES di Ann Arbor 1985", in Ch. Carsana e L. Troiani (edd.), I percorsi di uno historikos, in memoria di Emilio Gabba, Como 2016, pp. 335-343. ​

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