Wednesday, August 9, 2017

2017.08.12

Marco Beretta, La rivoluzione culturale di Lucrezio: filosofia e scienza nell'antica Roma. Biblioteca di testi e studi, 1042. Roma: Carocci editore, 2015. Pp. 311. ISBN 9788843079452. €32.00 (pb).

Reviewed by Walter Lapini, Università di Genova (walter.lapini@unige.it)

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[The Table of Contents is listed below.]

Il volume consta di otto capitoli. Cap. 1: tempi e modi della penetrazione della scienza greca a Roma nel II e I sec. a.C. e oltre; tesi di fondo: non è vero che i Romani ebbero scarso interesse per le scienze; cap. 2: la scienza epicurea non è asservita all'etica ma è scienza in senso forte; cap. 3: biografia di Lucrezio, ricavata sia dalle fonti storico-letterarie sia dall'escussione del De rerum natura; segue sintesi del De rerum natura; capp. 4-7: esposizione della dottrina atomistica epicurea e lucreziana: atomi, vuoto, movimento degli atomi, clinamen, sensazioni, corpi celesti, progresso umano; cap. 8: rassegna di scienziati (ma non solo) che hanno editato, commentato o tradotto Lucrezio: Ferrando, Avantius, Lambinus, Nardi, Gassendi, Marchetti, Munro, ecc.; i capp. 7 e 8 sono versioni rivedute di precedenti scritti, rispettivamente Enlightenment in Antiquity?, in M. Beretta – K. Grandin – S. Lindqvist (edd.), Aurora Torealis, Sagamore Beach 2008, pp. 1-12, e Gli scienziati e l'edizione del De rerum natura, in M. Beretta – F. Citti (edd.), Lucrezio: la natura e la scienza, Firenze 2008, pp. 177-224 (che indicheremo come « Beretta 2008 »). Chiudono il volume una raccolta di testimonianze lucreziane, la bibliografia e l'indice dei nomi (nei quali si contano 14 perturbazioni dell'ordine alfabetico).

Le varie parti di questo saggio evidenziano tutte, nessuna esclusa, un vistoso disequilibrio fra ricerca e divulgazione. I capp. 4-7 non contengono nulla che non si trovi in un qualunque manuale scolastico; il cap. 2 mette in guardia da un pericolo (leggere il De rerum natura solo come poesia trascurando il côté scientifico) che non esiste più da tempo, se pure è mai esistito; il cap. 3 è pieno di forzature, specie in quella parte in cui si cerca di estrarre dall'opera di Lucrezio una serie di lambiccati biografemi; il cap. 1, infine, non ha una linea: vi si parla di chimica, architettura, meccanica, ecc., ma in modo rapsodico. Si vedano per esempio le pp. 42ss., dove dalla medicina e dagli ospedali da campo si passa alle biblioteche e alla diffusione libraria; poi ancora all'astronomia, alla diottra, alla sfera armillare; oppure le pp. 45ss., in cui si parla di farmacopea, poi di piscicoltura, poi di collezioni di minerali, poi di terme, di pigmenti, di vetro, come viene viene.

I testi greci sono forniti solo in traduzione, quelli latini sia in traduzione sia in originale, la prima a tutta pagina, il secondo in nota. Ma spesso (23 casi salvo errori) il testo tradotto è più lungo o più corto, anche di parecchio, del testo in lingua. Naturalmente ho escluso i passi in cui la traduzione italiana è la parte conclusiva di una parafrasi e in cui la citazione latina comprende anche quella parafrasi (e.g. p. 91 e n. 59, da Sall. De Cat. con. 51.20). Le indicazioni dei loci e delle edizioni risultano oscure, bizzarre, difformi: e.g. il Diels-Kranz ora «DK 23» ora «DK 54, fr. 28» ora «fr. 111, 654 DK», con numerazione dei frammenti affiancata da altra numerazione.

Numerosi gli scivoloni di latino: p. 224 cum appendicem de animi immortalitatem (così anche sul web; ma il secondo errore è già presente nel catalogo della BNCF); p. 235 opus magnus (anche in Beretta 2008, p. 182); p. 250 n. 67 ad Atheismus detorta (anche in Beretta 2008, p. 209 n. 91); p. 276 Laurentianum (due volte), detto di un codex, ecc.; per non parlare delle mélectures da internet e delle sviste comuni, o da tastiera, o da correttore automatico – veniali si capisce, ma che fanno cattiva mostra in un libro che l'autore dichiara incubato quasi per vent'anni (p. 10) e quindi verosimilmente sottoposto a più di una lettura: p. 210 expoliuntur «si affannano», sc. «si affinano»; p. 215 caste «pienamente», sc. «piamente»; p. 249 (anche in Beretta 2008, p. 208) speculi, sc. saeculi; p. 275 Psetus e Pseto, sc. Paetus e Peto, ecc.

Non si possono invece attribuire a distrazione le sistematiche storpiature – pp. 88, 89, 90, 126 n. 7, 304 – di Amafinio in Amafino (in un libro sull'epicureismo!); oppure traduzioni come p. 115 e n. 51 montes oppleti «monti ripieni»; p. 268 mediocris Pacuvius «il mediocre Pacuvio»; p. 269 solidi hominis materiam «la materia dell'uomo solido», e così via.

Ma ci sono anche errori meno circoscritti: p. 110 «lo stato incompleto in cui apparve il De rerum natura rende improbabile, anche se non impossibile, che Cicerone possa averne curato l'edizione». Dunque un'opera si edita solo se completa? E se è incompleta che deve fare l'editore, completarla lui? p. 117: «Lucrezio era tanto esperto di cose marinare che, sul finire del IV libro, illustra nei particolari il moto di una nave di grande stazza, spiegando come il timone, «per mezzo di pulegge e di ruote, una macchina smuove e solleva con lieve sforzo molti carichi di peso enorme (Lucr. 4.905-906)». Beretta legge in continuità due frasi separate, una che riguarda il timone, una che riguarda la carrucola; p. 128: la rarità di citazioni dal De rerum natura negli Epicurea di Usener dimostrerebbe che Usener non credeva che Lucrezio riproducesse fedelmente dottrine epicuree (si veda la singolarissima n. 80). Ma le raccolte di frammenti non possono tenere conto delle opere intere, altrimenti le testimonianze su Socrate, per dire, dovrebbero includere oltre la metà dei dialoghi platonici; p. 132: la scoperta di frustuli del De rerum natura nella Villa dei Papiri (se tali sono) avvalorerebbe l'ipotesi che «Lucrezio effettivamente [si fosse recato] sul litorale campano e [avesse frequentato] la Villa dei Papiri». E perché mai? Io possiedo tutte le opere di Leopardi, eppure Leopardi non è mai venuto a casa mia; p. 163: Beretta deduce da Lucr. 2.488 transmutans dextera laevis un uso tecnico di transmutare che ricomparirà presso gli alchimisti rinascimentali nel senso di trasformare una sostanza nell'altra, e.g. il piombo in oro; ma dextera laevis dimostra che qui transmutare indica semplicemente il movimento di luogo; p. 176: ci sono nel De rerum natura posizioni «che non possono essere ricondotte a Epicuro, a meno di non voler presupporre a priori – e dunque, in modo arbitrario – una dipendenza da opere perdute». Dal che dovremmo concludere che il caso ha agito in modo così mirato da farci pervenire tutte le opere epicuree utilizzate da Lucrezio, e da far perire le altre; p. 178: l'originalità di Lucrezio è dimostrata dal fatto di essere «pressoché l'unico, tra i seguaci di Epicuro, a servirsi in forma così sistematica di argomentazioni tratte dall'osservazione diretta o indiretta dei fenomeni naturali». Come si fa a saperlo, visto che gli scritti degli altri «seguaci di Epicuro» sono andati perduti? p. 190: in base alla testimonianza di Aristot. Metaph. 985a Beretta stabilisce che il topos della machina mundi, della «metafora meccanicistica» del «concetto di macchina con riferimento all'universo», risale ad Anassagora. Non è vero: ciò che Aristotele dice nel passo della Metafisica è che Anassagora usa il nous come deus ex machina, scorciatoia, soluzione di comodo: la machina mundi non c'entra; p. 193: da Lucr. 5.525 flammea per caelum pascentis corpora passim Beretta evince che il raffronto fra gli astri e un gregge di pecore è «di fatto una concessione alla visione stoica, secondo cui i corpi celesti devono essere considerati come entità animate». Evidente sovrainterpretazione: il pascere qui non è che una metafora; p. 195: discutendo la terza opzione lucreziana (5.592ss.), Beretta parla di calore che «il sole contiene al suo interno», mentre Lucrezio dice circum. Lo studioso ha capito alla rovescia.

Anche il lessico filologico è usato in modo improprio e confusionario: emendazione, commentario (p. 39), archetipo (p. 131), lemma, fonte, edizione critica (p. 138) non hanno il senso che Beretta crede. Il ragionamento svolto a p. 273 sembra implicare da parte dell'autore l'ignoranza dell'uso antico della scriptio continua.

Il bilancio sul saggio di Marco Beretta non può essere positivo: troppe le distrazioni e le approssimazioni, troppi i lapsus, troppi gli errori (anche gravi) di lingua, di interpretazione, di metodo. Né le carenze filologiche e tecniche sono compensate dai contenuti filosofici e scientifici, dato che essi si intravedono solo (a mio parere s'intende) nell'ultimo capitolo, l'unico che abbia un suo perché, nonostante sia anch'esso in gran parte compilatorio. A questo libro, pur incubato per vent'anni, un ulteriore periodo di incubazione non avrebbe nuociuto.

Indice

Introduzione
1. Le scienze e le tecniche a Roma ai tempi di Lucrezio
2. L'epicureismo a Roma: una rivoluzione culturale
3. La vita e l'opera di Lucrezio
4. La scienza dei semi
5. Vedere è sapere
6. Il nuovo ordine dell'universo
7. Evoluzione e progresso
8. Scienziati editori del De rerum natura
Appendice. Testimonianze sulla vita e l'opera di Lucrezio
Bibliografia
Indice dei nomi

9 comments:

  1. Sempre piene di livore le recensioni di Lapini!

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    1. Sono Walter Lapini, e mi rincresce che l’anonimo commentatore (o commentatrice) abbia avuto questa impressione. Personalmente non riesco a trovare né livori né lividure nelle mie recensioni diciamo degli ultimi due lustri («Prometheus» 33, 2007, pp. 89-90; ibid. pp. 183-185; «Maia» 60, 2008, 559-562; «Prometheus» 35, 2009, pp. 185-188; «Gnomon» 85, 2013, pp. 590-594; «RFIC» 141, 2013, pp. 447-450; ibid. 143, 2015, pp. 233-234 e 234-238; «Maia» 67, 2015, pp. 653-655; «RFIC» 144, 2016, pp. 229-231).
      Recensioni poco complimentose ne ho scritte, ma poche («StSt» 27, 1995, pp. 152-156; «Academiae Latinitati Fovendae Commentarii» 7-8, 1998, pp. 232-238; «Prometheus» 25, 1999, pp. 189-190), e quasi tutte risalenti agli anni in cui non ero, come si dice, «sistemato». Il che per inciso dimostra che non è poi così vero che uno il coraggio non se lo può dare. Quanto a questa recensione, invito a: (1) leggere il libro; (2) rileggere Aristoph. Thesm. 473-475.
      (P.S.: se posso permettermi, non è carino fare certi apprezzamenti senza firmarsi; ma sarà stata una dimenticanza).
      Walter Lapini – walter.lapini@unige.it

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  2. I can't see any "livore" in this review. On the contrary, it's a real shame that a Full Professor (in a big Italian University) who devotes a BOOK to Lucretius is able to make so many and so gross mistakes - in translating from Latin, in particular. "Monti ripieni" for "montes oppleti" made me laugh: but to speak the truth, it's not ridicolous, it's tragic. Congratulations to the reviewer.

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  3. Non è chiara la differenza tra "grande" e "piccola" università o tra professore "ordinario", "associato" o altro. Come se si potesse/dovesse conoscere il latino meglio, se si insegna in una "big" università... non si comprende, dunque, il secondo commento. Comunque sia, il prof. Beretta ha approcciato Lucrezio dal punto di vista dello storico della scienza (disciplina da lui insegnata) e non di latinista. La recensione di Lapini resta a mio avviso non del tutto oggettiva.

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  4. Se io mi"approccio" alla matematica da filologo classico, ignorando però i presupposti epistemologici della medesima, non posso pretendere che 2+2 faccia 5. Lapini ha messo giustamente in luce una serie di errori linguistici, che denotano una comprensione spesso erronea di Lucrezio. Mi domando quale livello DJ scientificità possa avere un libro fondato su interpretazioni fallaci, a prescindere dal punto di vista con cui è scritto. Lapini ci ricorda giustamente che, quando si vuole studiare l'antico in modo scientifico,bisogna conoscere in primis la lingua, altrimenti di fa filologia da cabaret o da bar dello sport in cui è lecito dire tutto e anche il suo contrario

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  5. Non so se i rilievi di Lapini siano tutti giusti. A suo tempo ho ricevuto il libro per adozione ma l'ho solo sfogliato, quindi lo conosco poco. Ma è pur vero (scusate la pur illustre banalità) che la ragione e il torto non si dividono mai con un taglio così netto, ecc. E' una semplice questione statistica. Ma anche ammettendo che i rilievi siano tutti quanti giusti, mi chiedo il perché di questa chiusura da parte di Lapini a qualunque volontà di cogliere quel che ci può essere di buono in un libro, il perché di questa ostinazione nel voler elencare tutti gli errori dal primo all'ultimo, senza tacerne nessuno. Scrivere un libro è di per sé un atto meritorio, ma Lapini questo sembra che non lo consideri, anzi pare voler "punire" l'autore per averlo scritto. Per dirla con una formula scolastica, melius ipsum quam non ipsum, meglio che una cosa ci sia piuttosto che non ci sia. Meglio un libro con tanti errori che nessun libro. Se Lapini lo capisse, diventerebbe meno catoniano.

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    1. Un ragionamento di questo genere pare poco opportuno (e, tutto sommato, controproducente), se si parla di pubblicazioni scientifiche, ancorché con finalità divulgative, quale è il volume recensito; laddove, come nelle scienze umane, non sia possibile una "dimostrazione sperimentale" della bontà di una determinata ipotesi sono l'applicazione di una corretta metodologia, l'uso proprio delle fonti, la prudenza nell'impiego dei dati a disposizione a fare la differenza, in termini di plausibilità, fra un'ipotesi e un'altra. Ciò che invece viene qui asserito è che occorre chiudere gli occhi di fronte agli errori - anche importanti - e alle confusioni perché "scrivere un libro è di per sé un atto meritorio". Purtroppo, scrivere un libro oggi non è affatto un atto meritorio, ma un atto necessario, richiesto, imposto, in virtù della deriva del publish or perish che condiziona il sistema universitario più o meno ovunque. Ci sono in circolazione fin troppi libri "scientifici", gran parte dei quali superflua (nella migliore delle ipotesi), scritti ad hoc per un'abilitazione, per un concorso, per la valutazione. Ritengo che assolvere l'autore di questo libro - e condannare viceversa il recensore - sulla base di motivazioni di quelle esposte dal commentatore sia un pessimo segnale per chi si dedica con scrupolo alla ricerca e in particolare per i giovani. Il messaggio dovrebbe essere invece "meglio un libro senza errori che un libro con tanti". Quanto al "nessun libro", direi che il problema oggi non si pone più. Purtroppo.

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  6. Perché questa discussione su Lapini, e non sul libro recensito? Lapini ha fatto il suo mestiere di recensore e lo ha fatto da par suo, in modo schietto e diretto. E non vedo cattiverie gratuite. Oppure si voleva che tacesse di "opus magnus" o di "cum appendicem" o di "Amafino"? Io credo che dovremmo semplicemente ringraziare coloro che tengono alti gli standard, sforzandosi affinché gli studi antichi, se devono spengersi, almeno si spengano con dignità. [P. F.]

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  7. Assolutamente d'accordo! La recensione di Lapini sembra neppure preiccuparsi di presentare il volume ma solo di andare alla ricerca di errori e refusi.

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