Monday, August 17, 2015

2015.08.24

Maria Elvira Consoli, Quintus Ennius: fortuna ed enigmi. Lecce: Adriatica Editrice Salentina, 2014. Pp. 194. ISBN 9788894056006. €25.00 (pb).

Reviewed by Alessandro Russo, Università di Pisa (alessandro.russo@unipi.it)

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Gli «enigmi» a cui enigmaticamente è dedicato il libro – e che, con un certo gusto da romanzo d'appendice, al suo interno vengono ripetutamente designati come un «mistero» (p. 15), un «mistero filologico non poco inquietante» (p. 177) o, ancora, un «enigma» (p. 17, 24, 115 ecc.) – riguardano, come viene chiarito nell'«Introduzione» (pp. 7-24), le cause «che hanno impedito la corretta trasmissione [cioè la sopravvivenza in forma integrale per via diretta] delle opere di Ennio» (p. 24) e ne hanno quindi determinato la conservazione solo in scarsi e per lo più scarni frammenti di tradizione indiretta.

Tra l'«Introduzione» e la «Conclusione», il corpo centrale dell'indagine viene complessivamente suddiviso in due sezioni principali, la prima delle quali (pp. 27-117) tratta di «Ennio nella memoria degli Antichi», e si propone di passare in rassegna in ordine cronologico le principali fonti antiche che in vario modo riguardano Ennio, ma con l'esclusione non motivata di importanti fonti grammaticali, scoliastiche e più in generale erudite quali Festo, Nonio, Servio, Macrobio ecc.; quanto alle fonti presenti e discusse nel libro, la trattazione resta alcuni passi indietro rispetto ai risultati raggiunti da una imponente bibliografia specifica, qui ignorata.1 La seconda sezione del volume (pp. 121-173) è incentrata su «Il teatro a Roma e l'apporto di Ennio», e consiste per lo più in un rapido resoconto di ben note questioni generali relative al teatro romano (origine, organizzazione, musica ecc.) di cui non sempre risulta chiara la pertinenza rispetto al tema di indagine che dovrebbe essere al centro del libro.

Nonostante la sintesi tentata con apprezzabile impegno nella «Conclusione» (pp. 175-179), risulta difficile dare un resoconto coerente dei risultati a cui giunge l'indagine: la scomparsa delle opere enniane viene ora fatta cominciare «a partire da Augusto e Virgilio» (p. 24, e cfr. anche p. 177 e altrove), ora spostata «al primo medioevo» (p. 178), ora addirittura attribuita, seppure in forma non del tutto esplicita (ed è comunque la soluzione davvero a sorpresa degli «enigmi» annunciati nel titolo), a «Dante Alighieri» (p. 178) e alla sua scelta di prendere come guida, per il suo viaggio oltremondano, Virgilio anziché Ennio.

Risultati così contraddittori derivano principalmente dallo scarso rigore con cui le questioni in gioco vengono non solo affrontate ma, prima ancora, definite. Ad esempio, nell'intero corso del libro l'opera di Ennio viene sempre considerata non, come è in realtà, un insieme assai numeroso di opere eterogenee per caratteristiche e fortuna (oltre che degli Annales e di molte tragedie, Ennio fu anche autore di Saturae, dell'Epicharmus, del Sota ecc.), ma come un corpus indistinto soggetto in blocco a un unico comune destino di conservazione o di perdita: la conseguenza prevedibile di questa impostazione è che la sola citazione di un singolo frammento comico (la cui attribuzione a Ennio è per altro discussa) da parte di Isidoro viene senz'altro ritenuta un dato sufficiente a sostenere che (p. 115) «l'enigma dell'interrotta tradizione del suo [scil. di Ennio] corpus va imputato al Medioevo»; analogo procedimento surrettizio l'autrice segue nel considerare l'Eneide di Virgilio «la principale concausa dell'oblio cui è stato destinato il corpus Ennianum»: tesi che potrebbe valere per i soli Annales, e che per di più, anche in questa applicazione più circoscritta, ha trovato secche smentite in una serie di lavori, anch'essi mai citati dall'autrice.2

I limiti dell'impostazione complessiva dell'indagine, nonché i contraddittori risultati a cui essa perviene, hanno anche l'effetto di neutralizzare la carica di novità e di interesse che avrebbero potuto offrire alcuni singoli spunti in essa presenti: mi riferisco alla stessa tesi di una sopravvivenza in forma integrale di opere di Ennio fino a epoca tardo-antica, che come abbiamo visto l'autrice prospetta più volte nel corso del libro, e in particolare nell'ampia trattazione (pp. 95-109) dedicata all'Euhemerus (citato estesamente nel IV sec. d.C. da Lattanzio), ma che poteva risultare convincente o almeno degna di considerazione se formulata in un confronto critico con l'opinione contraria oggi prevalente, di cui l'autrice non sembra a conoscenza, secondo la quale già nel IV sec. d.C. nessuno leggeva più i testi di Ennio (nonché della maggior parte degli altri autori latini arcaici),3 e non semplicemente presupposta all'interno di un saggio in cui, per di più, contraddittoriamente, si fa anche iniziare la scomparsa delle opere enniane già all'epoca di Virgilio.

Sommario

Introduzione 7
1. Motivi dell'indagine
2. Ennio negli studi recenti

PARTE PRIMA Ennio nella memoria degli antichi
I. Negli autori di età repubblicana 27
1. In Varrone
2. In Cicerone
3. In Lucrezio
II. Negli autori di età augustea 57
1. L'aemulatio virgiliana
2. I riferimenti in Orazio e negli Elegiaci
3. In Tito Livio e Valerio Massimo
III. Negli autori di età imperiale 73
1. In Seneca e Gellio
2. Nei poeti
3. In Quintiliano
4. Nei retori
IV. In epoca cristiana 95
1.In Lattanzio
2. In S. Isidoro

PARTE SECONDA Il teatro a Roma e l'apporto di Ennio
I. I prodromi del teatro latino 121
1. Origine dello spettacolo
2. Forme e funzione dei ludi scaenici
3. La condanna di Tertulliano
II. La fabula scaenica 139
1. Un distinguo ineludibile
2. L'organizzazione statale
3. L'architettura del teatro
III. Il teatro di Ennio 153
1. La musica del teatro
2. L'apporto di Ennio al teatro tragico
3. L'eredità di Ennio: dalla Medea al Medus di Pacuvio

Conclusione 175
Bibliografia 181
Indici 190


Notes:


1.   Per limitarmi solo ad alcuni casi di trattazioni complessive: mai menzionata risulta la vecchia ma ancora preziosa «Historia Ennii» premessa da J. Vahlen alla sua seconda edizione di Ennio (Lipsiae 1903, in part. le pp. III-CXXXI); per venire a bibliografia più recente, stupisce, data la consonanza con il titolo della prima sezione, la mancata citazione e discussione della monografia di H. Prinzen, Ennius im Urteil der Antike, Stuttgart 1998. Quanto alla presenza di Ennio in specifici autori (ad esempio nel caso, studiatissimo, di Orazio), basti qui rinviare alla bibliografia di W. Suerbaum, Ennius in der Forschung des 20 Jahrhunderts, Hildesheim 2003. Qualche altro contributo avrò modo di ricordare più avanti.
2.   Cfr. L. Gamberale, "Gli Annali di Ennio alla scuola del grammaticus", RFIC 117 (1989), 49-56, P. Mastandrea, "Gli Annales di Ennio: reliquie e relitti", BSL 37 (2007), 497-503, P. Mastandrea, "'Ennius ohne Vergilius'. Lasciti degli Annales nell'epica imperiale, tarda e cristiana", in L. Cristante – I. Filip (ed.), Il calamo della memoria. Riuso di testi e mestiere letterario nella tarda antichità. «Atti del III Convegno. Trieste, 17-18 aprile 2008», Incontri triestini di filologia classica 7, 2007-2008, 83-101 (Paolo Mastandrea).
3.   Così in generale già almeno a partire da L. Mueller, Quintus Ennius: eine Einleitung in das Studium der römischen Poesie, St. Petersburg 1884, 274; in epoca recente, ad es., A. Cameron, The Last Pagans of Rome, Oxford-New York 2011, 406-07; in riferimento particolare all'Euhemerus, la tesi di una sua scomparsa già prima di Lattanzio (le cui citazioni dipenderebbero dunque non dall'originale, ma da una fonte intermedia) è stata più volte ribadita negli studi di M. Winiarczyk (già a partire dalla sua edizione critica delle reliquie di Evemero, Lipsiae 1991, p. VI; RhM 1994, 137, p. 286; id., Euhemeros von Messene, München - Leipzig 2002, p. 130 ecc.), che costituiscono attualmente il punto di riferimento per gli studi sulla tradizione evemeristica antica.

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