Sunday, May 10, 2015

2015.05.08

Stefania De Vido, Le guerre di Sicilia. Quality paperbacks 404. Roma: Carocci editore, 2013. Pp. 188. ISBN 9788843067886. €16.00 (pb).

Reviewed by Francesca Reduzzi, Università di Napoli Federico II (reduzzi@unina.it)

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Table of Contents

L'autrice dopo poche parole introduttive (pp. 11-12) nelle quali si sofferma soprattutto sul centro di interesse del volume, che è la storia siciliana del IV secolo, nel quale l'isola diviene "baricentro in ogni direzione" del Mediterraneo, entra in argomento con il I capitolo intitolato Premesse.1 Basandosi principalmente su Tucidide, tratteggia efficacemente la situazione geopolitica dell'isola nel corso del V secolo; si sofferma sui diversi popoli che l'abitavano prima dell'affermazione egemonica greca (indigeni e Fenici), rileva come essi passino tutti in secondo piano, o a seguito di sopraffazione o di integrazione, a causa della presenza sempre più rilevante dei Greci. Nel successivo capitolo, il II, La guerra di Dionisio I2 si comincia a focalizzare la storia della Sicilia in base agli avvenimenti bellici che portano all'emersione sempre più netta del conflitto tra Greci e Cartaginesi; l'autrice si sofferma sull'ascesa di Siracusa, analizzando le condizioni di pace dettate da Dionisio I che coinvolgono anche le città che avevano appoggiato i Punici (De Vido accede alla ipotesi di M. Sordi secondo la quale le guerre furono tre e non due). Dà conto di tutte le moderne ipotesi storiografiche, valutandole in modo equilibrato, relative alla figura e alla personalità poliedrica di Dionisio il Vecchio benché, forse ingenerando nel lettore una qualche confusione, dia inizio al discorso partendo dalla morte del tiranno. Il capitolo su Dionisio I si dipana poi con la valutazione politica del suo sbarco nella penisola, con tutte le fasi della presa di Reggio, e giunge alla conclusione descrivendo le ultime guerre da lui intraprese contro i Cartaginesi, con esiti alterni, le sue aspirazioni di conquista della Sicilia, infine l'improvisa morte che lo coglie a Siracusa nel 367. La fonte primaria, Diodoro Siculo, che attinge a Timeo, dà di lui un ritratto del tutto negativo, ma per De Vido sullo sfondo delle pagine diodoree è possibile scorgere la traccia di giudizi positivi, che certamente furono formulati dai suoi amici e contemporanei, pur se non ci sono giunti.

Nel capitolo III, dal titolo Il figlio e il filosofo (pp. 53-68, paragrafi: Una difficile eredità, Un conflitto lacerante, Il ritorno di Dione, Ritratti, Dionisio II e Dione), il lettore viene introdotto alla valutazione della figura di Dionisio figlio, che si fa (probabilmente) assegnare dal demos lo stesso titolo del padre, strategos autokrator, del quale però non ha la personalità. Entra quindi in scena un forte antagonista: Dione, suo zio materno, secondo le fonti uomo pieno di virtù. Sospettato dal tiranno, Dione si allontana da Siracusa per recarsi ad Atene, ove intesse una fitta rete di amicizie che gli saranno indispensabili per il suo ritorno in patria. Attraverso una lettura sempre cauta delle testimonianze antiche, l'autrice descrive tutte le vicende che portano allo sbarco di Dione in Sicilia, alla conquista di Siracusa, alla resistenza dei seguaci di Dionisio II, tratteggiando la complessa situazione politica che si viene a creare, con le correnti siracusane pro e contro Dione, l'intervento di mercenari da ambo le parti, accordi segreti o palesi con le aristocrazie di altre colonie greche dell'isola, altri complotti fino alla sua uccisione nel 354 da parte di mercenari armati da Callippo, antico amico e ora avversario politico che guida la rivolta dei democratici. Vengono valutate le figure dei protagonisti sulla base principalmente di Plutarco, che per la vita di Dione utilizza Timonide, testimone di prima mano di quelle vicende; ma sono presenti nell'opera dello storico di Cheronea anche alcune Epistole di Platone, che si trovava in Sicilia proprio in quegli anni. Vengono inoltre sottoposte a vaglio, dal punto di vista storiografico, le pagine di Diodoro Siculo relative a Dionisio II e a Dione.

Nel capitolo IV, Il liberatore e il re (pp. 69-92), nei paragrafi: Timoleonte liberatore, Prima e dopo il Crimiso, Agatocle strategos, In Africa, Agatocle basileus, Agatocle o "della tragedia", sono analizzate le vicende che portano all'arrivo da Corinto di Timoleonte, un nuovo strategos per Siracusa, divisa da conflitti politici, il ritorno di Dionisio II e la minaccia cartaginese. Dopo aver riunito tutti gli abitanti della Sicilia occidentale, Siculi, Sicani e Greci, li guida contro i Cartaginesi (e i mercenari greci che combattevano con loro) nello scontro decisivo sul fiume Crimiso (siamo tra il 342 e il 339) costringendoli a ritirarsi a Lilibeo. Timoleonte conclude la pace, affermando l'egemonia siracusana sull'isola. Si fa, inoltre, promotore di una nuova chiamata di coloni dalla Grecia in Sicilia per ampliare e stabilizzare la potenza della sua città. Già vecchio si ritira a vita privata, morendo nel 337 (fonti principali: Diodoro, Plutarco, Cornelio Nepote). Pochi anni dopo entra sulla scena della città Agatocle, il quale con manovre demagogiche arriva a farsi nominare strategos autokrator nel 316/5. Lo scontro con i Cartaginesi è inevitabile, e questi ultimi riescono ad estendere il controllo su gran parte dell'isola: ma Agatocle fa una mossa a sorpresa, portando il conflitto in territorio libico; l'autrice descrive le alterne vicende belliche, i primi successi in Africa, le vittorie cartaginesi in Sicilia, finché l'attacco del punico Amilcare a Siracusa non è respinto e il condottiero ucciso. De Vido rileva come a questo punto l'egemonia cartaginese nell'isola potrebbe avere fine, se non riprendessero vigore i consueti particolarismi: Agrigento approfitta della situazione per cercare di affermare la propria supremazia. Dopo alterne vicende Agatocle (tornato in Sicilia) conclude una nuova pace con Cartagine e arriva a proclamarsi basileus, come se volesse porsi a capo di un regno di stampo ellenistico; controlla ampie zone del sud Italia, ma non otterrà mai quel ruolo egemonico al quale aspirava. Morirà vecchio, forse avvelenato, dopo ventotto anni di potere: la sua città esulterà per la fine della tirannide. L'autrice esamina dettagliatamente le fonti storiche su questo travagliato periodo, Diodoro in primis, Duride di Samo, Timeo.

Il Capitolo V (Guerra e potere, pp. 93-114, con i paragrafi: Strateghi e strategie, Il fantasma della libertà, Dinasta d'Europa, Modelli e utopie, Verso la regalità) è dedicato alle dinamiche belliche connesse con la rappresentazione del potere tra il 405, anno della nomina di Dionisio I a strategos autokrator, e l'ascesa di Agatocle. Come ben mette in rilievo l'autrice, infatti, la guerra è la base per la costruzione del potere politico dei singoli personaggi. Nella riflessione storiografica antica Dionisio è definito "tiranno" o più raramente "dinasta", anche se l'unica carica da lui assunta è quella di strategos autokrator; tuttavia la durata illimitata di quest'ultima e l'istituzione di una guardia del corpo rendono evidente che il nuovo governo si pone in antitesi con il modello democratico. Nel descrivere la storia di Timoleonte e il suo intervento contro la tirannia per ristabilire la libertà anche all'interno della città De Vido svolge interessanti considerazioni sul concetto stesso di libertà. Si sofferma quindi sul lessico del potere impiegato da Diodoro che attribuisce a Dionisio l'appellativo di dynastes, di "dinasta di Sicilia" e anche di "dinasta d'Europa", definizione che rappresenta la novità di maggior rilievo, in quanto legata alle ambizioni territoriali del tiranno. In alcuni decreti ateniesi egli è definito archon di Sicilia: un termine generico ma pregnante nell'identificazione del potere sullo spazio. La dimensione "europea" del potere dionigiano richiama alla mente di De Vido l'analogo potere autocratico di Filippo II, così come descritto da Teopompo di Chio. Presso Diodoro trova spazio anche l'antimodello di Dionisio nella persona di Dione, allievo di Platone. La sua attività politica sfocia nell'autoritarismo, registrando inquietanti elementi di continuità con il potere tirannico di Dionisio. Dopo la morte di Timoleonte, l'ideale democratico sembra ormai tramontato; nel 306 Agatocle si proclama basileus e viene nominato strategos autokrator; pur promettendo interventi democratici, resterà sempre espressione di un potere tirannico, il cui modello è ancora una volta quello di Dionisio I; nelle fonti sarà indicato come "dinasta dei Siracusani" o "di Sicilia".

Nel VI Capitolo, Guerra e pace (pp. 115-133, paragrafi: Chi fa la guerra, Come si fa la guerra, Costruire e difendere, Come si governa una città, Pace e vittoria), è illustrata dapprima la modificazione degli scenari bellici con l'introduzione di truppe mercenarie specializzate già da parte di Dionisio il Vecchio, che è il primo a fissare il suo rapporto con l'esercito su basi private; sulla stessa scia si porrà Dionisio II, ma anche Dione e Timoleonte attingeranno a questa fonte di approvvigionamento delle milizie. Vengono poi analizzate le modalità di battaglia e i mutamenti delle tecniche belliche intervenuti anche grazie al ricorso ai mercenari. Dionisio I comprende subito che è necessario procedere alla fortificazione di Ortigia con alte torri, il cuore di Siracusa è spostato dall'agora al palazzo del tiranno; tanto nell'urbanistica quanto nelle istituzioni è evidente l'adesione al modello della polis. De Vido nota come lo strumento di comunicazione delle istituzioni cittadine sia costituito dal decreto: emblematico a tal proposito il notissimo corpus proveniente dalla comunità della Sicilia occidentale interna di Entella. Il lessico della pace si coniuga nelle condizioni stabilite nei trattati, a partire da quello siglato nel 405 al termine della cosiddetta guerra siculo-punica (Diod. 13.113.1-2); gli elementi essenziali per un equilibrio stabile sono la spartizione delle aree di dominio con determinazione delle città contese; eventuale controllo dei popoli indigeni; eventuali esazioni di tributi; gestione dei prigionieri. Ma la pace è anche quella evocata da Dionisio II e Dione nel loro scontro, da Timoleonte e ancora da Agatocle; tra essi solo Timoleonte sembra in grado di garantirla e prestar fede al suo programma con la vittoria del Crimiso.

Nel capitolo VII, Guerra e territorio (pp. 135-156, paragrafi: Paesaggi, Popoli, Punici e Campani, Città vecchie e nuove, Verso uno stato territoriale), è analizzata la dimensione geografica in relazione alla morfologia stessa del territorio e alle colture; ai popoli che l'abitavano; alle singole città e alla nuova aspirazione egemonica di Siracusa nei confronti delle comunità limitrofe. Riguardo alle popolazioni, De Vido evidenzia la dicotomia Greci-barbari, con il predominio dei Cartaginesi e dei Siracusani su tutti gli altri popoli indigeni della Sicilia; rileva come, a dispetto della propaganda ellenica fortemente negativa riguardo ai Punici, da un lato continui nell'isola il lento adeguamento alla cultura cartaginese, dall'altro Cartagine intraprenda con successo "una politica di controllo diffuso sul territorio". L'innesto italico, in particolare campano, è significativo già dal V secolo. Nella trasformazione del territorio un ruolo primario è giocato dalla gestione delle terre da parte del tiranno che ne dispone alla stregua di un bene personale; a giudizio di De Vido, le operazioni politiche dionigiane di concessione della cittadinanza alle città siceliote liberate dai Cartaginesi e la spinta oltre lo Stretto sono sintomatiche di una velleità "statale", con una consapevolezza "unitaria". Una visione che rievoca l'immagine di "regno delle due Sicilie" ante litteram proposta da D. Musti per alcuni periodi della storia antica dell'isola. Anche Dionigi il Giovane seguirà le orme paterne oltre lo Stretto e dopo di lui altrettanto faranno Timoleonte e ancora Agatocle, ma senza successo: l'unità dell'Italia meridionale sarà compiuta solo da Roma.

In poche, lucide pagine conclusive (Per una conclusione, pp. 157-165), dopo aver ripreso le caratteristiche dei conflitti e dei personaggi, l'autrice si sofferma su un punto che appare fondamentale: le guerre di Sicilia hanno testimoniato una situazione nella quale nessuna delle potenze in contrasto è riuscita a prevalere, come se lo stato di guerra fosse il "miglior frutto" del rapporto tra Cartaginesi e Siracusani. È emersa, poi, la dimensione ellenistica nella quale si proietta l'isola, favorita anche dall'impresa africana di Agatocle. Seguono un'utile Cronologia (p. 167), una Bibliografia (lodevolmente ragionata, pp. 169-184), un indispensabile Indice dei nomi e dei luoghi (pp. 185-188).

Il libro è scritto in modo scorrevole e chiaro anche per i non specialisti, pur se talvolta si sente la mancanza delle fonti in lingua originale; in ogni caso mostra la solida competenza scientifica dell'autrice, che si manifesta nell'uso sapiente dei testi antichi e della bibliografia più aggiornata. Una sola perplessità sul titolo, che appare riduttivo rispetto al ricco contenuto del volume.



Notes:


1.   Pp. 13-31, e i paragrafi: Non solo Greci; Equilibri; Rotture; Ateniesi prima e dopo; Il ritorno di Cartagine; Ermocrate (e Dionisio).
2.   Pp. 32-52, paragrafi: L'ascesa di Dionisio e la conclusione della prima guerra; Intermezzo storiografico; Un'altra guerra (o forse due); La guerra in Italia; Guerra e morte; Dionisio tiranno.

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