Thursday, May 25, 2017

2017.05.45

Rudolf Wachter (ed.), Töpfer - Maler - Schreiber: Inschriften auf attischen Vasen. Akten des Kolloquiums vom 20. bis 23. September 2012 an den Universitäten Lausanne und Basel / Potiers - peintres - scribes: inscriptions sur vases attiques. Actes du colloque tenu aux Universités de Lausanne et de Bâle du 20 au 23 septembre 2012 / Potters - painters - scribes: inscriptions on Attic vases. Proceedings of the colloquium held at the University of Lausanne and Basel from 20th to 23rd September 2012, Akanthus proceedings 4. Kilchberg; Zürich: Akanthus Verlag für Archäologie, 2016. Pp. 167. ISBN 9783905083378. €50.00.

Reviewed by Mariachiara Franceschini, University of Zürich (mariachiara.franceschini@archaeologie.uzh.ch)

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[Authors and titles are listed at the end of the review.]

L´indagine delle iscrizioni vascolari è rimasta per lungo tempo una tematica di secondo piano all´interno degli studi ceramografici, salvo poi risvegliare, a partire dagli anni ´80, un nuovo interesse scientifico e stimolare un continuo e proficuo sviluppo della ricerca, di cui questo volume presenta un valido esempio.1 Esso raccoglie, infatti, gli atti del colloquio internazionale Inscriptions sur vases attiques – Attische Vaseninschriften, organizzato da Rudolf Wachter (anche editore del libro in questione) e tenutosi nelle Università di Losanna e Basilea tra il 20 e il 23 settembre 2012. Il convegno si contestualizza all´interno del progetto AVI (Attic Vase Inscriptions / Attische Vaseninschriften), nato per continuare e incrementare il Corpus of Attic Vase Inscriptions (CAVI) iniziato da Henry R. Immerwahr che, ora in forma di database disponibile online, costituisce un utile e ben strutturato strumento teso ad agevolare e ad approfondire gli studi relativi alle numerose iscrizioni sulla ceramica attica.

Come, giustamente, sottolinea Wachter all´inizio del suo intervento (p. 142), trattare le iscrizioni presenti sui vasi greci implica il coinvolgimento di disparati ambiti di ricerca. Tale approccio interdisciplinare viene coerentemente rispettato dalla composizione del volume in cui le innumerevoli potenzialità offerte dalla trattazione delle iscrizioni vengono chiaramente alla luce nei diversi contributi, mentre le molteplici tematiche godono complessivamente di pari visibilità. Le iscrizioni possono essere analizzate in relazione all´immagine che accompagnano, integrando così la rappresentazione dal punto di vista esegetico e concorrendo alla decodificazione del suo contenuto narrativo (Georg Simon Gerleigner; Jan-Matthias Müller). La presenza di iscrizioni contribuisce altresì ad arricchire la nostra conoscenza prosopografica di pittori, vasai e delle loro botteghe (Kristine Gex; Cécile Jubier-Galinier; Adrienne Lezzi-Hafter; Rudolf Wachter), e ad approfondire l´analisi delle dinamiche economiche nell´antichità (Alan Johnston). Le iscrizioni sono, infine, importanti attestazioni che permettono di arricchire le nostre conoscenze anche del campo della filologia, della storia della lingua e della scrittura greca, della dialettologia e della tradizione letteraria (Georg Simon Gerleigner; Angelos P. Matthaiou; Leslie Threatte; Rudolf Wachter).

I nove interventi raccolti negli atti (delle dieci relazioni presentate al convegno) sono redatti in diverse lingue (inglese, tedesco e francese) da ricercatori attivi a livello internazionale.

Il primo contributo (di Georg Simon Gerleigner) prende in esame la ricostruzione e l´analisi di una versione finora sconosciuta del noto enigma della Sfinge riscontrata su alcuni frammenti di un´hydria a figure nere della collezione Cahn di Basel. Puntualmente l´autore considera filologicamente il testo, proponendone in parte una nuova lettura e confrontandolo con diverse testimonianze a noi note dalla tradizione letteraria del mito in questione, e giunge così alla conclusione che il pittore avesse conoscenza di molteplici redazioni, di cui avrebbe volutamente presentato una versione abbreviata. Il pittore, nota giustamente Gerleigner, si serve di una particolare strategia compositiva, distribuendo e aggrovigliando le parole in modo da accentuare l´atmosfera concitata di tensione per l´esito della vicenda. In seguito al confronto con la decorazione del tondo della Kylix del Pittore di Edipo, l´autore riscontra concisamente come differenti forme vascolari, tecniche pittoriche e contesti possano influenzare la concezione dell ´immagine, rispondendo alle diverse esigenze del pubblico.

Otto lekythoi del Pittore del Cartellino sono prese in esame da Kristine Gex. Le lekythoi sono accomunate non solo dal tipo della forma vascolare, dallo stile e dagli elementi decorativi presenti sulla spalla, nonché da certe analogie compositive, ma anche dalla presenza del nome Doris, scritto sul mantello delle figure rappresentate in tutti gli esempi ad eccezione della lekythos eponima, che riporta Doris all´interno di un cartellino posto di fronte a una Nike corrente. Scartate, con argomenti convincenti, diverse ipotesi già proposte per motivare il nome di Douris su vasi non pertinenti a quel pittore e alla sua cerchia (quali la possibilità di vedere una firma falsificata a scopo di promozione commerciale), l´autrice propone una soluzione lineare, anche alla luce del tentativo deliberato di imitare lo stile di Douris, pur rimanendo il Pittore del Cartellino apparentemente estraneo alla sua bottega: le iscrizioni rappresenterebbero un omaggio a Douris, un segno di ammirazione personale nei confronti del noto ceramografo.

Alan Johnston analizza lo sviluppo cronologico e la distribuzione geografica dell´utilizzo e delle forme dei marchi di fabbrica presenti sulla ceramica decorata. I marchi di fabbrica si diffondono a partire dalla seconda metà dell´VIII secolo a. C. e acquistano sempre maggior importanza tra la fine del VII e la prima metà del VI secolo, soprattutto da ambito corinzio e greco orientale e con un ampio raggio di diffusione, mentre sulla ceramica attica non compaiono prima della metà del VI secolo. Dal terzo quarto del VI secolo l´autore nota una prima variazione nell´uso dei marchi che assumono forme sempre più individuali. Un cambiamento ben più radicale ha luogo nel V secolo, quando i marchi di fabbrica decrescono gradualmente e segnalano con maggiore frequenza il prezzo dei vasi, il cui raggio di diffusione e la tipologia delle forme vascolari si ampliano considerevolmente. Una quasi completa caduta in disuso si registra a seguire dalla metà del IV secolo.

L´uso delle iscrizioni nelle opere dei pittori della tarda produzione a figure nere è oggetto del contributo di Cécile Jubier-Galinier. In questa fase le iscrizioni, sebbene deliquescenti e di qualità spesso mediocre, divengono un elemento importante per la definizione dello stile. L´autrice se ne serve, quindi, per mettere in rilievo le caratteristiche salienti delle produzioni di alcuni ceramografi ed evidenziarne le differenze, riconoscendo così la disomogeneità del gruppo oggetto dell'indagine. Il Pittore di Emporion e il Pittore di Haimon non riescono ad appropriarsi in modo autonomo del mezzo della scrittura, che rimane come un residuo marginale e soprannumerario di un fenomeno ereditato passivamente. Il Pittore di Diosphos usa le iscrizioni in modo più attivo e consapevole, laddove l´introduzione di pseudo-iscrizioni è sintomatico di una semplificazione inevitabile della pratica. La produzione del Pittore di Saffo rivela invece un uso cosciente, ponderato e studiato della scrittura, da interpretarsi in stretto legame con la tradizione precedente.

Adrienne Lezzi-Hafter tratta la problematica giustificazione dell´aggettivo athenaios associato ai nomi dei vasai Phintias e Xenophantos, che si firmano l´uno su una lekythos a ghianda, l´altro su due squat-lekythoi, ribadendo la loro provenienza ateniese. L´autrice nota la pertinenza ateniese di argilla, caratteristiche, temi e sistemi decorativi delle lekythoi in questione e scarta così l´ipotesi, finora generalmente condivisa, che Xenophantos abbia trasferito la sua bottega nella penisola di Kertsch (luogo di provenienza dei suoi vasi) e che quindi nella firma volesse enfatizzare fuori dalla patria la sua provenienza ateniese, non potendo applicarsi a Phintias lo stesso ragionamento. Lezzi-Hafter propone di considerare piuttosto la firma come un segno di orgoglio per la realizzazione di prodotti di qualità fuori dal comune e, velatamente, come una dichiarazione della persistente attività delle botteghe ateniesi dopo gli anni della Guerra del Peloponneso.

Nel suo contributo, più prettamente filologico, Angelos P. Matthaiou intende ribadire la necessità di dedicarsi alla redazione di edizioni critiche di graffiti e dipinti sulla ceramica attica. Studiando dieci iscrizioni di diversa datazione, comprese tra il VI secolo e la metà del IV secolo a. C., l'autore dimostra l´utilità di tale approccio non solo come strumento di analisi linguistica e grammaticale del dialetto attico vernacolare, ma anche per l´onomastica e per la comprensione dell´etica ateniese del tempo. Tra le iscrizioni discusse, maggior attenzione è dedicata a una nuova proposta di lettura della nota e controversa iscrizione sull´oinochoe di Eurymedon.2

Di anomala lunghezza rispetto agli altri interventi, il contributo di Jan-Matthias Müller prende in esame le cosiddette Nonsense Inscriptions e le iscrizioni in cui compare un kalos. L´autore classifica entrambi i tipi all´interno di quattro categorie (extradiegetica, diegetica, intradiegetica e metadiegetica), da lui stesso definite e nelle quali propone di riconoscere quattro diverse tipologie funzionali di contenuto narrativo in cui distinguere le iscrizioni sulla ceramica attica. Il tentativo, seppur debole per certi versi,3 di applicare un approccio metodologico narratologico permette all´autore una puntuale rivalutazione di tali iscrizioni e del loro valore esegetico all´interno del sistema narrativo del vaso figurato. Riesaminate come elemento strutturale della narrazione visuale, Nonsense Inscriptions e iscrizioni con kalos esplicano, infatti, l´interazione non solo del vaso in sé e dell´immagine con l´osservatore esterno, ma anche tra le diverse figure rappresentate.

Leslie Threatte riflette sulle iscrizioni come evidenza del dialetto attico e analizza tre fenomeni linguistici dei quali intende verificare o disconoscere la pertinenza a forme prettamente dialettali. Il primo esempio riguarda l´omissione della nasale prima della consonante, da tempo considerato un fenomeno esclusivamente attico, che si dimostra invece essere diffuso più ampiamente in altri gruppi di dialetti tra loro non correlati e, quindi, genericamente nella lingua greca. L`uso di EIMI come prima persona singolare del verbo essere, contrapposto alla forma ionica EMI si rivela invece un´ortografia attica (al riguardo è dedicata anche l´appendice all´intervento). Più complesso l´utilizzo di ΧΣ e ΦΣ al posto di Ξ e Ψ, da considerarsi un fenomeno attico (altrimenti noto solamente in un altro dialetto appartenente allo stesso gruppo linguistico), fino al rinvenimento di eventuali altre evidenze.

Anche l´ultimo contributo del volume si concentra su tematiche specificatamente linguistiche e dialettologiche. Rudolf Wachter espone, dapprima, le problematiche che insorgono nella fase di transizione tra l´uso dell´alfabeto locale attico e l´introduzione di quello ionico, ufficialmente a partire dal 403/402 a. C., ma già in parte diffuso nel corso del V secolo. Assodato poi il ricorrere di errori nelle iscrizioni, è possibile, analizzandoli, verificare la competenza scrittoria dei ceramografi, il che porta nel caso di Makron, per esempio, a pensare a problemi di legastenia. L´autore dimostra, inoltre, come l´analisi delle iscrizioni permetta di riconoscere i cambiamenti e la distribuzione storica dell´uso di diverse forme di uno stesso nome e quindi di tracciarne tanto l´evoluzione cronologica quanto la distribuzione geografica. Analogamente Wachter riscontra nelle iscrizioni l´influenza di un registro letterario e propone la dipendenza di determinate forme diffuse tra la fine del VI secolo e la metà del V secolo a. C. dalla lirica corale, che vive in quegli anni il periodo di maggiore fioritura.

La pubblicazione ha il pregio di toccare tutte le tematiche che interessano le iscrizioni attiche e di mostrare il valore e gli esiti proficui del dialogo tra diverse discipline degli studi di antichistica. Il volume presenta così non solo un efficace compendio di ampio respiro sulla situazione attuale degli studi relativi alle iscrizioni vascolari, ma si propone al contempo come uno stimolo a sfruttare il vasto potenziale della tematica e a proseguirne la ricerca.

La pubblicazione risulta di agevole consultazione, grazie anche agli apparati di concordanze e all'indice in chiusura del volume, nonché alla presentazione delle singole liste bibliografiche al termine di ogni intervento; il volume è di buona qualità, sia dal punto di vista redazionale che per quanto riguarda le immagini.

Table of Contents

Rudolf Wachter, "Vorwort des Herausgebers"
Abgekürzt zitierte Literatur (p. 8)
Georg Simon Gerleigner, "Das Rätsel der Sphinx in Schwarz und Rot" (p. 9)
Kristine Gex, "Admirers of Douris in Athens and elsewhere: the Cartellino Painter" (p. 29)
Alan Johnston, "Trademarks, West... and East. A diachronic approach" (p. 43)
Cécile Jubier-Galinier, "Des inscriptions et des peintres: l'utilisation de l'écriture chez les peintres à figures noires tardives" (p. 55)
Adrienne Lezzi-Hafter, "Athenaios epoiesen" (p. 79)
Angelos P. Matthaiou, "Notes on a few Attic Vase Inscriptions" (p. 87)
Jan-Matthias Müller, "Schöner Nonsens, sinnloses Kalos? Ein Strukturvergleich zweier anpassungsfähiger Inschriftenformen der attischen Vasenmalerei" (p. 97)
Leslie Threatte, "Attic Dipinti: A trove of evidence for the attic dialect" (p. 131)
Rudolf Wachter, "Attische Vaseninschriften im Spannungsfeld zwischen Alphabet, Dialekt und Literatur" (p. 141)
Konkordanz und Indizes (p. 153)


Notes:


1.   A conferma dell´interesse di cui gode la tematica in anni recenti, si ricorda un altro volume di altrettanto recente pubblicazione, d´impostazione più prettamente archeologica ed esteso all´ambito apulo e corinzio: D. Yatromanolakis (ed.), Epigraphy of Art. Ancient Greek Vase-Inscriptions and Vase-Paintings (Oxford 2016).
2.   Una diversa e più convincente proposta interpretativa viene presentata da Gerleigner in: "Tracing Letters on the Eurymedon Vase. On the Importance of Placement of Vase-Inscriptions", in: D. Yatromanolakis (ed.), Epigraphy of Art. Ancient Greek Vase-Inscriptions and Vase-Paintings (Oxford 2016) 165–184.
3.   Tuttavia, l´analisi guadagnerebbe da una presa di distanza dalle classiche definizioni di narrazione (Himmelmann e Giuliani, pp. 124–127) e da una più approfondita considerazione di teorie semiotiche e narratologiche che da tempo sono applicate anche in ambito archeologico – ad es. M. D. Stansbury-O'Donnell, Pictorial Narrative in Ancient Greek Art (Cambridge 1999) – a cui l´autore accenna (Lorenz e Steiner, p. 101), ma di cui non si serve nell´analisi conclusiva.

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