Tuesday, March 8, 2016

2016.03.10

Francesca Guadalupe Masi, Stefano Maso (ed.), Epicurus on Eidola: Peri Phuseos Book II. Update, Proposals, and Discussions. Lexis Ancient Philosophy 10. Amsterdam: Adolf M. Hakkert, 2015. Pp. 221. ISBN 9789025613020. €60.00.

Reviewed by Christian Vassallo, Universität Trier (vassalloc@uni-trier.de)

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[The Table of Contents is listed below.]

Decimo della prestigiosa serie "Lexis Ancient Philosophy", questo volume raccoglie gli atti del Convegno Internazionale Epicuro 'Sulla Natura': novità e confronti, tenutosi presso l'Università Ca' Foscari di Venezia dal 19 al 21 Febbraio 2014. Esso discute, prevalentemente, le acquisizioni storico-filosofiche che la monumentale edizione critica del libro II del Περὶ Φύϲεωϲ (= ΠΦ) di Epicuro curata da G. Leone1 ha permesso di conseguire. Il primo contributo, di T. Dorandi, è dedicato ai libri del ΠΦ trasmessi in più esemplari. In assenza di un'edizione moderna del libro XI, conservato in due copie (PHerc. 154; PHerc. 1042), lo studioso compara con acribia le varianti dei tre esemplari di ΠΦ XXV (PHerc. 1191; PHerc. 454/1420/1056; PHerc. 419/1634/697) e quelle dei due esemplari di ΠΦ II (PHerc..1783/1691/1010; PHerc. 1149/993), per poi esaminare il fr. 39 Dorandi di Antigono di Caristo, da cui G. Cavallo desume l'esistenza, anche nel Giardino, di un testo-esemplare 'ufficiale' del ΠΦ. Esposto lo status quaestionis, Dorandi si dichiara cosciente del fatto che la presenza di libri del ΠΦ in più copie non garantisce la loro provenienza da un solo centro scrittorio; tuttavia, ferma restando l'impossibilità di tracciare uno 'stemma', ritiene plausibile l'ipotesi di una derivazione di quegli esemplari da un unico modello α. Subito dopo, Leone illustra i risultati più significativi della sua edizione e, premessa la struttura bipartita di ΠΦ II—una sezione (coll. 1-7, circa un quinto del libro) incentrata sulla questione cosmogonica dell'infinità dei mondi, l'altra interamente consacrata alla dottrina degli εἴδωλα—, si sofferma soprattutto su due punti, che poi nel volume vengono proficuamente sviluppati: a) l'ausilio storiografico del libro II alla comprensione del modo in cui Epicuro cercò di correggere l'Atomismo antico, alla luce delle critiche di Aristotele e dei suoi discepoli; b) la sua importanza per una più completa conoscenza filosofica della teoria epicurea delle immagini, attraverso novità e/o conferme lessicali che fanno chiarezza anche su alcuni passi controversi dell'Epistola a Erodoto (= Hdt.). Integra il capitolo l'appendice al volume, dove Leone offre un testo virtuale unificato, con traduzione italiana e tabelle di corrispondenza, dei due esemplari di ΠΦ II, limitato però alle ultime venti colonne del PHerc. 1149/993 (coll. 101-120 ≈ PHerc. 1783/1691/1010, coll. III-XXVIII). Sullo sfondo di questa dettagliata presentazione, P.-M. Morel legge ΠΦ II dal punto di vista dei rapporti tra Epicuro e i primi Atomisti.2 Egli tratta, in particolare, delle sezioni che rinviano a quei filosofi presocratici, tanto sulla questione dell'infinità degli atomi e dei mondi quanto su quella della struttura fisica delle immagini. In entrambi i casi, e al di là delle venature polemiche, si sottolinea come la nuova edizione faccia di Leucippo e Democrito, ancor più di quanto si sapesse prima, degli autori imprescindibili nella speculazione di Epicuro.

A questo punto, il volume affronta i problemi più tecnici dell'Eidola-Lehre. S. Maso indaga i rapporti tra simulacri e 'verità', a partire da Hdt. 46. In via preliminare, egli compie un utile lavoro di comparazione tra quel passo e ΠΦ II, per poi soffermarsi sull'ἐπιβολή: termine complesso, la cui assenza nel libro II lo induce a riflettere su Hdt. 51, dove il processo della visione si articola in tre momenti—generazione, trasmissione e percezione dell'immagine—, al secondo dei quali andrebbe associato il fenomeno dell'errore. Il raggiungimento della verità dipenderebbe dalla rimozione dell'errore generato da una discontinua trasmissione degli εἴδωλα, come acclarato da ΠΦ II, PHerc. 1149, col. 38 L.3 Epicuro, dunque, si distaccherebbe da un concetto di verità come corrispondenza (realtà = visione) per abbracciarne uno di tipo logico-coerentistico, che sottopone anche i dati della visione alla prova a posteriori dell'esperienza sensibile.

A. Corti si concentra invece sulla nozione di uguaglianza nella figura e nella forma tra l'εἴδωλον e lo ϲτερέμνιον. La sua ricerca conduce a una precisa differenza semantica tra μορφή, forma esteriore di un oggetto, e ϲχῆμα, figura interna o struttura di un corpo: differenza che si proietterebbe anche sugli aggettivi derivati ὁμοιόμορφοϲ/ὁμοιοϲχήμων. La tesi, già avanzata da L., è abbastanza condivisibile, se non accolta in maniera dogmatica. Essa, peraltro, può risolvere un problema relativo a una presunta testimonianza su Anassagora in ΠΦ XV4 e, in generale, mostra come i Papiri Ercolanesi forniscano sempre nuovi spunti di riflessione sul lessico della fisica epicurea. Così, a p. 93, n. 46, la studiosa evoca la col. 7 (10) Corti-Ranocchia del PHerc. 454 (una scorza che ella e G. Ranocchia hanno avuto modo di attribuire a uno dei tre esemplari di ΠΦ XXV: PHerc. 1420/1056), dove sembrerebbe esservi un altro richiamo al concetto di uguaglianza nella figura. Nella sua recensione all'edizione di L., in corso di stampa su "Gnomon",5 Ranocchia ha inoltre giustamente osservato come un'accurata 'collazione' di PHerc. 1149, col. 115, 25 e PHerc. 1010, col. XXII 13-14 escluda la parola μορφ[ή]ν e suggerisca l'integrazione ὁμοιό]μορφ[ο]ν, visto che nell'esemplare più antico si legge la sequenza di lettere φον. A ben guardare, quell'aggettivo composto compare poco dopo (PHerc. 1010, col. XXIII 18 L.), sebbene pesantemente integrato e con la lettera finale ricostruita ricollocando un sottoposto.6 La nuova lettura avrebbe un impatto non secondario sull'interpretazione della col. 115, almeno perché esclude, in quanto spatio longius, un eventuale riferimento alla 'corrispondenza simmetrica' della forma degli εἴδωλα con gli ϲτερέμνια, sebbene non manchino altri luoghi del ΠΦ intorno al ruolo determinante della simmetria (dei pori) nel movimento delle immagini.7

Gli aspetti epistemologici della dottrina dei simulacri sono approfonditi dal saggio di F.G. Masi. Considerando numerose fonti indirette e alcuni passi topici del ΠΦ, tra cui quelli del libro II dove—unico caso nei resti dell'opera—si ammette una contrazione (ϲυνίζηϲιϲ) delle immagini, ci si chiede se vi siano i margini per convalidare una tesi epicurea attestata da Lucrezio (DRN IV 722-731; 750-761): la maggiore sottigliezza dei simulacri che colpiscono la mente rispetto a quelli che impattano sugli occhi. Anche se i testi a nostra disposizione non sono del tutto perspicui, Masi cerca di dimostrare come le immagini mentali, pur assottigliandosi nel loro percorso, non alterino la struttura e l'omogeneità rispetto all'oggetto da cui provengono. Tale processo, reso possibile dalla loro coesione (ἀλληλουχία) e capacità di contrarsi (ϲυνίζηϲιϲ), riuscirebbe a spiegare diversi fenomeni legati all'immaginazione, come sogni, ricordi e rappresentazioni iperboliche. La (presunta) tesi epicurea testimoniata da Lucrezio andrebbe inquadrata nel costante sforzo da parte di Epicuro di emendare la filosofia democritea dai suoi numerosi punti deboli messi a nudo dal Liceo.

D. Konstan, da parte sua, studia in maniera originale la teoria epicurea della visione secondo la prospettiva del movimento atomico. L'ἰϲοτάχεια (Hdt. 61) dipenderebbe dal fatto che gli atomi percorrono un minimum di spazio in un minimum di tempo. Sebbene manchi un texte à l'appui, Konstan ipotizza che la dottrina dei minima spaziali e temporali possa essere attribuita già al fondatore del Giardino: così, partendo da un controverso passo del libro II del trattato di Sesto Empirico Contro i fisici (M X 144-148), egli argomenta che il minimum andrebbe inteso come una quantità che, per poter emergere a livello atomico, dovrebbe essere incomprensibilmente elevata. Proprio le nozioni di ἀπερίληπτον (Hdt. 42) e ἀπερινόητον (Hdt. 46) consentirebbero, dunque, d'interpretare l''equivelocità' come un carattere precipuo degli atomi, in quanto composti da un numero incomprensibilmente elevato di minima. Sul versante degli εἴδωλα, grazie all'ἀλληλουχία, "they too move at this speed when they pass through the void and do not meet with obstacles" (p. 149).

Sempre dedicato al meccanismo percettivo è il contributo di F. Verde, che analizza il problema degli εἴδωλα saggiando il confronto tra Kepos e Peripatos sulla base della tarda testimonianza di Macrobio (Sat. VII 14, 3-23). Essa—le cui fonti, dirette o mediate, sarebbero soprattutto peripatetiche (Teofrasto e Alessandro di Afrodisia)— sembrerebbe riecheggiare concetti fondamentali della dottrina delle immagini in ΠΦ II; e ciò, indirettamente, confermerebbe che in quel libro Epicuro avesse profuso una parte non irrilevante delle sue energie nella polemica verso la Scuola di Aristotele, i cui esponenti, a loro volta, non avrebbero tardato a replicare. Chiude il volume un intervento di D. De Sanctis, che, mescolando indagine retorica e storiografica, si sofferma sul ruolo dell''epilogo' nelle opere di Epicuro. I libri del ΠΦ a noi noti terminano, per lo più, con una tirata polemica contro altre scuole filosofiche, e ciò accade anche nel libro II (probabilmente contro i Peripatetici, come suppone L.). Epicuro, inoltre, avverte l'esigenza di ricapitolare i temi affrontati, nonché di elaborare appropriate formule di chiusura del suo discorso e di passaggio ai libri successivi. Interconnessioni testuali e rinvii dottrinali, secondo un topos già consolidato nella cultura greca arcaica, farebbero di quel trattato un'opera letteraria unitaria.

Nel suo complesso, il volume conferisce un apporto assolutamente decisivo alla comprensione della teoria epicurea della conoscenza e della visione. Se si escludono alcuni refusi8, esso è apprezzabile anche sul piano formale. Utili e accurati sono gli indici dei luoghi e dei nomi, anche se non sempre, nell'Index locorum, viene specificata l'edizione di riferimento per le opere citate. La scelta di pubblicare in appendice un testo che unifica i due esemplari di ΠΦ II si presenta come un fatto davvero encomiabile, soprattutto perché favorirà la sua 'circolazione' oltre i ristretti confini della Papirologia Ercolanese.

Indice

Introduzione, Francesca Guadalupe Masi e Stefano Maso 11
Libri dell'opera 'Sulla natura' di Epicuro in più esemplari, Tiziano Dorandi 17
Nuovi spunti di riflessione sulla dottrina epicurea degli εἴδωλα dalla rilettura del II libro 'Sulla natura', Giuliana Leone 35
I primi Atomisti nel II libro 'Sulla natura' di Epicuro, Pierre-Marie Morel 55
Images and Truth, Stefano Maso 67
Ὁμοιοςχήμων e ὁμοιόμορφος. Alcune riflessioni sulle proprietà degli εἴδωλα nella dottrina di Epicuro, Aurora Corti 83
Dagli occhi alla mente: il cammino tortuoso degli εἴδωλα, Francesca Guadalupe Masi 107
Minima and the speed of images in Epicurus, David Konstan 135
'Kepos' e 'Peripatos' a partire dal II libro 'Sulla natura' di Epicuro: la testimonianza di Macrobio Francesco Verde 151
Strategie della comunicazione di Epicuro nell'epilogo delle sue opere, Dino De Sanctis 171
Appendice a cura di Giuliana Leone 191
Premessa a Epicuro, 'Sulla natura' libro II 192
Epicuro, 'Sulla natura' libro II (PHerc. 1149/993 coll. 101-120) Testo virtuale unificato con il testo corrispondente in PHerc. 1783/1691/1010 194
Tabelle di corrispondenza testuale 209
Index locorum 211
Index nominum 218


Notes:


1.   Giuliana Leone, Epicuro, Sulla Natura, Libro II ("La Scuola di Epicuro", 18), Napoli: Bibliopolis, 2012.
2.   Su tale questione i progressi degli studi ercolanesi negli ultimi decenni hanno fornito elementi molto stimolanti. Mi permetto di rinviare a Ch. Vassallo, Towards a Comprehensive Edition of the Evidence for Presocratic Philosophy in the Herculaneum Papyri, in: T. Derda (ed.), Proceedings of the 27th International Congress of Papyrology ("JJP" Suppl.), Warsaw: Taubenschlag Foundation, 2016, in corso di stampa; nonché, per una panoramica delle fonti, al mio Index Praesocraticorum Philosophorum Herculanensis (= IPPH).
3.   Il suggestivo richiamo di Maso (p. 75) a ΠΦ XXV, PHerc. 1056, cr. 4, z. 4 Laursen si fonda sul testo di G. Arrighetti, dove il riferimento all'ἀλήθεια è quasi interamente integrato. La ricostruzione di Laursen consiglierebbe maggiore prudenza.
4.   ΠΦ XV, PHerc. 1151, col. 25 Millot (= IPPH IV 19 quater), dove, secondo C. Millot, il termine ὁμοιομέρεια (l. 4) rinvierebbe alla dottrina anassagorea della somiglianza delle parti dei corpi, in riferimento alle loro qualità non legate alla forma esteriore (cf. ibid., coll. 7 e 11 = IPPH IV 19bis/ter). Ora, alla fine del fr. 12 DK, Anassagora afferma che "dell'altro nulla è simile (ὁμοῖοϲ) a nulla, ma ogni uno è ed era costituito delle cose più appariscenti (ἐνδηλότατα) delle quali più partecipa" (trad. D. Lanza), secondo il principio tutte le cose in tutto. Se è così, la testimonianza ercolanese potrebbe essere ricondotta al Presocratico proprio rileggendo la differenza ϲχημάτιϲιϲ/μορφή attraverso i parametri adottati da Corti, che critica Millot sulla base di Hdt. 55 e 68 (p. 87, n. 18).
5.   Ringrazio l'autore per avermene fatto prendere visione in bozze.
6.   L'aggettivo sarebbe dunque non un hapax, ma un dis legomenon nel libro II, e, in generale, un tris legomenon in Epicuro (cf. Hdt. 49). Resta un hapax (nella prosa greca) il sostantivo ὁμοιομορφία, che compare all'accusativo in ΠΦ II, PHerc.. 1149, col. 38, 2-3 L.
7.   L., op. cit., p. 661 richiama ΠΦ XXXIV, PHerc. 1431, col. XXIV L. (cf. ibid., coll. XXII 5-6 e XXIII 8). Comunque, tutte le occorrenze dei termini ϲυμμετρία/ϲύμμετροϲ in ΠΦ II ricadono in contesti estremamente lacunosi oppure parzialmente o completamente integrati.
8.   Mi limito a segnalare: p. 15, άλληλουχία (ἀλληλουχία); p. 90, n. 29, "Lembro" ("Lembo"); p. 90, n. 30, ἀλληλυχία (ἀλληλουχία); p. 149, "Preuss" ("Preus"); p. 162, n. 63, μορφῆ (μορφή); p. 184, n. 39, dove l'esatta citazione della traduzione di D.N. Sedley è: "of our consecutive lecture series". Per un'esigenza di coerenza, i testi ercolanesi andavano stampati sempre scandendo linee e/o colonne e facendo uso del sigma lunatum. Un criterio di citazione unico avrebbe forse evitato spiacevoli incongruenze e/o imperfezioni nel riportare alcuni passi del ΠΦ, che spesso si discostano in maniera ingiustificata dall'edizione di riferimento: cf. almeno p. 98, n. 65; p. 98, n. 69; p. 157; p. 180, n. 29; p. 181 (ΠΦ II); pp. 73 e 182 (ΠΦ XI); p. 57; p. 74, n. 13; p. 90, n. 40; p. 113; p. 183 (ΠΦ XXV); p. 184 (ΠΦ XXVIII).

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