Friday, March 6, 2015

2015.03.11

Ernesto De Miro, Heraclea Minoa: mezzo secolo di ricerche. Sicilia antiqua. Fascicoli monografici, 9 - 2012. Pisa; Roma: Fabrizio Serra editore, 2014. Pp. 414. ISBN 17949112. €595.00 (pb).

Reviewed by Paolo Daniele Scirpo, National and Kapodistrian University of Athens, Greece (pascirpo@arch.uoa.gr)

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Table of Contents

La piccola polis di Heraclea Minoa ha avuto la fortuna di incontrare uno studioso che con amore e passione, le ha dedicato una buona parte della sua vita, conquistando così il diritto di offrire ad un pubblico specializzato la migliore sintesi che sia mai stata composta per un'apoikia siceliota fino ad oggi.

Così epigrammaticamente si potrebbe definire la monografia (sebbene formi il numero IX di «Sicilia Antiqua» da lui stessa diretta) di Ernesto De Miro, protagonista indiscusso dell'archeologia siciliana fin dalla seconda metà del XX secolo ai giorni nostri. Quasi fosse una Ringkomposition, l'Autore torna sul sito dal quale partì la sua carriera scientifica, 1 sintetizzando ed aggiornando, grazie anche all'ausilio di specialisti e delle nuove tecnologie, la sua ricostruzione di Heraclea Minoa, sub-colonia selinuntina fondata alla metà del VI secolo a.C. sul promontorio marnoso di Capobianco, ma finita ben presto nell'orbita geopolitica della viciniore Akragas che in effetti ne sfruttò gli indubbi vantaggi topografici.

Dopo la breve "Presentazione" di Pietro Meli, sovrintendente ai BB. CC. AA. di Agrigento, l'Autore ripercorre la "Storia dell'interesse sul sito" nella quale si nota come da Fazello in poi, Heraclea sia stata solo sporadicamente oggetto di ricerche finché, grazie alle indagini condotte dal 1950 in poi dalla locale sovrintendenza di Agrigento, essa è uscita da quella specie di limbo che avvolge ancora molti siti archeologici sull'isola.

Una "Breve nota geologica", tratta dalla relazione di Giuseppe Presti, espone il contesto geologico del sito, posto su un livello litoide marnoso di colore biancastro (detto "trubro") e sul fondo da roccia tenera di origine sedimentaria. Pur presenti elementi litoidi vulcanici e prismatici di marmo, questi litotipi sono di origine alloctona.

Nei "Cenni storici", l'Autore raccoglie e traduce anche le poche fonti letterarie (Erodoto, Eraclide Lembo, Diodoro Siculo, Livio, Cicerone). Nell'area della città classica sono stati recuperati indizi di una frequentazione preistorica, mentre nel sito della necropoli arcaica sono stati rinvenuti gli avanzi dell'insediamento databile fra l'Eneolitico finale ed il Tardo Bronzo, e difeso da quattro fossati.

Le fortificazioni della città ellenistica si compongono di un'ampia linea esterna che seguendo la conformazione del terreno si sviluppa per un percorso di due chilometri e di due linee interne. La cinta settentrionale è intervallata da torri (A-H) e da tre porte. Cronologicamente si distinguono quattro fasi: I) cortina a mattoni crudi (fine VI secolo a.C.), II) cortina a conci di marna (V secolo) e III) cortina a tecnica mista fatta con conci in gesso in assise ed elevato in mattoni crudi (IV-III secolo), IV) nuovo corpo murario a doppia tecnica che riduce l'area dell'abitato a causa di un evento franoso (nel corso del III secolo). La cinta lungo il fiume invece, aveva la duplice funzione difensiva e di contenimento del terreno. Il muro di fortificazione interno, composto da quattro segmenti lunghi complessivamente 300 metri, attraversava a Sud la collina del teatro e limitava ad oriente l'area dell'abitato; esso presenta due fasi cronologiche, rispettivamente datate dai frammenti ceramici rinvenuti nei saggi stratigrafici, al III-II secolo ed alla metà del II secolo a.C.

Privo di tradizioni letterarie, descritto brevemente da Houël e considerato sporadicamente dalla ricerca scientifica solo dopo l'accenno di Pace nella sua monumentale opera del 1917,2 il "teatro" fu interamente portato alla luce dagli scavi condotti dall'Autore fra il 1951 ed il 1964. L'edificio per la precarietà del suo stato di conservazione, è stato oggetto di restauro con il consolidamento lapideo e con la creazione di una struttura protettiva per la cavea. Esso appartiene alla schiera di edifici teatrali siciliani nati nel corso del IV secolo in concomitanza della "rinascita" ad opera di Timoleonte.3 All'interno delle mura urbane ma in una posizione defilata, la cavea rivolta a Sud è divisa in nove settori, composta da dieci ordini di gradini, e presenta un profilo allungato che richiama il teatro di Licurgo ad Atene. Data la mancanza di un edificio scenico in muratura, si è postulata l'esistenza dapprima di una struttura effimera (IV-III secolo) sostituita in seguito da una con proscenio ligneo mobile (III-II secolo a.C.).

Scavi effettuati nell'estate del 1963 hanno rivelato l'esistenza di un "santuario sul terrazzo sommitale del teatro", la cui vita tra il IV ed il II secolo è scandita da tre momenti edilizi: un recinto in mattoni crudi delimitante un'area scoperta con offerte di grano in grossi contenitori anforici, un sacello bipartito con fondazioni in pietra e vaschetta lustrale ed infine un tempio periptero esastilo i cui pochi elementi dell'elevato in pietra rinvenuti lo rendono databile al IV-III secolo. La chiara connotazione agricola, per quanto priva di dati epigrafici, spinge l'Autore ad attribuire il santuario ad una divinità femminile ctonia (Demetra, Afrodite o anche Aphaia).4

La porzione di "abitato" indagato dall'Autore si estende a Sud del teatro e comprende costruzioni addossate ad esso (Blocchi 1-3 e Trincee del 1963) e isolati abitativi delimitati dalle plateiai dell'impianto urbanistico sia all'interno (Blocchi 4-15 [nel blocco 7 è stata individuata un'"Area della piazza"]) che all'esterno del muro di cinta interno (Blocco IIA).

L'impianto urbano di IV secolo si è mantenuto pressoché inalterato fino alla deduzione della colonia romana da parte di Rupilio. Le strade principali (plateiai) in direzione Nord-Sud erano incrociate da quelle minori (stenopoi) Est-Ovest, delle quali sono state attualmente riportate alla luce solo due delle prime e tre delle seconde.

All'interno della cinta muraria che difendeva il lato Nord orientale dagli attacchi terrestri, un'area abitativa di circa 650 ettari fu occupata in età ellenistica (della fase arcaica e classica si conservano solo deboli tracce) in due fasi (Abitato di II/I Strato, rispettivamente IV-III e II secolo a.C.), prima della deduzione della colonia romana (Abitato di I Strato nel II-I secolo a.C.). Nella prima fase di età ellenistica sono attestate tre tipologie di case, mentre in età romana, pur mantenendo l'organizzazione in blocchi, si ridussero al minimo le differenze di quota dei terrazzamenti in senso nord-sud.

Negli "Elementi riassuntivi", l'Autore sintetizza i risultati della sua ricerca: lo sviluppo delle fortificazioni, le tenui tracce della città arcaica e classica che occupava molto probabilmente lo stesso sito della successiva fase di età ellenistica e romana repubblicana, la sua fine poco dopo la fine del terzo quarto del I secolo a.C., - dovuta più che ai danni materiali in seguito alle guerre servili, all'estinzione della piccola borghesia, cui nemmeno i provvedimenti augustei di sostituzione dello stipendium con la decima, pose fine. Fra le particolarità dell'urbanistica, l'Autore pone l'accento sul carattere commerciale e quindi anellenico della "piazza", non paragonabile all'agorà e sulla ubicazione del porto (fluviale?) le cui misere strutture non sono state ancora trovate. L'Autore accenna anche all'organizzazione delle abitazioni di II strato, al loro assetto planimetrico e funzionale, alla fornitura di acqua (tramite per lo più di cisterne e pozzi), alla decorazione architettonica e alla loro tecnica muraria (lapidea e in mattoni crudi).

Elementi indispensabili per la cronologia sono le produzioni ceramiche (campane, megaresi ed anfore) e le monete.

In Appendice, è riedito un contributo dell'Autore sul problema toponomastico ("Heraclea Minoa tra mitografia e storia. Il problema toponimico") 5 in cui attraverso l'analisi delle fonti, si tracciano le vicende storiche della piccola Minoa, sub- colonia di Selinunte, fondata alla metà del VI secolo, che prese il nome dall'omonima isoletta posta di fronte a Megara Nisea. Fu però Akragas a rivendicarla al passato minoico. L'Herakleia fondata (510 a.C.) da Dorieo di Sparta invece, si trovava nei pressi di Drepanon ai piedi del monte Erice. Se infatti, la polis è citata dalle fonti come Minoa per avvenimenti dal VI al V secolo, è solo nella seconda metà del IV secolo che essa compare come Herakleia Minoa. Alla base del cambiamento del toponimo sarebbe un gruppo di rifugiati di Kephaloidion, adoratori di Herakles, che si trasferì a Minoa, all'indomani della presa punica della loro città (post 339 a.C.) sulla base della clausola del trattato di Timoleonte che permetteva a cittadini di poleis greche occupate da Cartagine di emigrare nella zona libera (sotto il controllo di Siracusa). Questi Herakliotai coniarono inoltre delle monete con Herakles/toro cozzante e legenda Herakliotai/ek Kephaloidiou.

Esaustivo e completo è il corredo di 153 tavole con fotografie sia in B/N che a colori del sito e dei materiali scelti (l' "Elenco selezionato" dei quali è a cura di Domenica Gullì).

Chiude il volume la "Bibliografia essenziale sull'archeologia di Heraclea Minoa" che da prova dell'ampia stagione di studi dedicati a questa piccola polis da parte di molti studiosi isolani.

Seppur privo di un estratto in lingua straniera (che avrebbe aiutato una maggior diffusione dell'opera anche in ambiti accademici non italofoni), il volume è gravato sostanzialmente dall'abnorme costo editoriale che non consente un facile accesso ad una mole di dati che molti colleghi non solo italiani vorrebbero poter consultare. Ciò dovrebbe far meditare l'Editore per impedire che le ottime pubblicazioni scientifiche in lingua italiana siano condannate (così come appare al giorno d'oggi) all'oblio o ancor peggio all'indifferenza.



Notes:


1.   E. De Miro, "Heraclea Minoa – Ηράκλεια Μινώα (Sicilia)", in FAVI, 1951, 152-153, n. 1888.
2.   B. Pace, Arte e artisti della Sicilia antica, Roma, 1917, p. 25.
3.   L'Autore ritiene che il teatro sia stato costruito nell'ambito del rinnovamento edilizio promosso dalla "rifondazione" della polis ad opera di fuoriusciti di Kephaloidion.
4.   Il culto di Afrodite è documentato ad Heraclea Minoa da un passo di Diodoro (IV, 79, 3) che racconta come i Cretesi giunti al seguito di Minosse in Sicilia per riprendere il fuggiasco Dedalo, eressero sulla tomba del loro re, ucciso a tradimento da Kokalos, un santuario dedicato alla dea dove ancora gli abitanti della polis compivano splendidi sacrifici. Cfr. R. Rizzo, Culti e miti della Sicilia antica e protocristiana, Caltanissetta-Roma, 2012, s.v. Afrodite, p. 20. La pista "cretese" dell'origine del culto qui svolto potrebbe però anche portare alla dea Aphaia ("invisibile"), il cui teonimo, come accennato in nota dall'Autore, è documentato su graffiti vascolari. La presenza della dea Aphaia, che secondo Pausania (II, 30, 3) è la cretese Britomartys-Diktynna, nel pantheon della piccola Minoa (non ancora "Heraclea") non sarebbe inaccettabile, data la sua origine selinuntina. I legami cultuali che da Selinunte giungono a Megara Hyblaea, fino alla madrepatria Nisea, potrebbero portare ad Egina, sede del più famoso tempio dedicato alla dea, connessa come sostiene Korinna Pilafidis-Williams (The Sanctuary of Aphaia on Aigina in the Bronze Age, Munich 1987) alla fertilità della terra.
5.   Già edito in F. Carinci - N. Cucuzza - P. Militello - O. Palio (a.c.d.), Κρήτης Μινωίδης. Tradizione ed identità minoica tra produzione artigianale, pratiche cerimoniali e memoria del passato. Studi offerti a Vincenzo La Rosa per il suo 70° compleanno [Studi di Archeologia Cretese, X], Padova, 2011, pp. 491-498.

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