Friday, December 17, 2010

2010.12.42

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Mario Labate, Passato remoto: età mitiche e identità augustea in Ovidio. Materiali e discussioni per l'analisi dei testi classici 21. Pisa/Roma: Fabrizio Serra Editore, 2010. Pp. 260. ISBN 9788862272414. €58.00 (pb).

Reviewed by Chiara Battistella, Ludwig-Maximilians-Universität, München

[Table of contents is inserted at the end of the review.]

Il volume di Mario Labate rappresenta l'ideale completamento delle ricerche dello studioso in ambito ovidiano, inaugurate più di vent'anni fa dal libro (apparso nella medesima collana) L'arte di farsi amare. Modelli culturali e progetto didascalico nell'elegia ovidiana, Pisa 1984. Il nuovo volume sposta l'attenzione dalla materia elegiaca a quella epica, se ci è concesso generalizzare in questi termini, e individua in Metamorfosi e Fasti gli interlocutori privilegiati dell'analisi. Quest'ultima si concentra sulle strategie narrative ovidiane in rapporto al codice epico e alla tradizione mitica del passato remoto, dimostrando come la voce del narratore (un vero e proprio super-narratore) riesca a elaborare un originale discorso epico e a costruire un'identità letteraria e culturale «all'altezza di tempi nuovi e interessanti» (p. 12).

Nella prima sezione ('Strategie epiche ovidiane', pp. 13-126, suddivisa in differenti e densi capitoli) l'autore fa dialogare il testo metamorfico con alcuni imprescindibili modelli epici del passato. Se l'Iliade metteva in scena l'eroe di un genere epico puro, già l'Odissea proponeva, attraverso il personaggio di Odisseo e del suo nostos avventuroso, un mondo epico sostanzialmente mutato che in più di un'occasione si allontana dai valori e dal codice comportamentale iliadico, aprendosi al fantastico e all'iperbolico. Per illustrare come nelle Metamorfosi trovino ampio spazio eroi costitutivamente 'diversi' che danno forma a una materia epica sui generis, Labate mette a fuoco la costruzione dell'episodio del duello di Achille e Cigno (Met. 12.75ss., pp. 21ss.), portando allo scoperto una strategia narrativa chiave nel poema: l'iniziale svolgimento iliadico – e dunque regolare – del duello (fatto di armi proprie: la lancia, lo scudo, l'elmo) assume progressivamente tratti sempre più impropri tanto da sconfinare in lotta comminus quando Achille strangola ferocemente l'invulnerabile avversario, appropriandosi dell'identità di eroi più antichi e selvaggi (quelli della prima generazione, come Ercole). Se anche in filigrana è percepibile il modello di Il. 3.355-375 (Menelao e Paride), Labate dimostra efficacemente come il tessuto intertestuale sia complicato dalla presenza di Theocr. 25 (Herakles leontophonos), in cui Eracle finisce il leone con arco e clava (sul loro statuto di armi marginali nell'epica canonica cf. p. 30). Non è certamente questa la sede per una discussione più estesa, ma mi chiedo se l'interpretazione di un Achille eracleizzato non possa trarre ulteriore forza da un'altra tessera testuale, dal duello cioè tra Eracle e Cicno nello Scudo pseudoesiodeo: si tratta chiaramente di un altro Cicno, ma l'omonimia si può rivelare interessante. Nel duello (regolare) tra Eracle e Cicno, è Eracle ad avere la meglio (vv. 416-420), dopo aver colpito violentemente con la lancia il collo nudo dell'avversario sotto il mento. Oltre al fatto che ἐπικρατέως del v. 419 ci rimanda al teocriteo ἐγρατέως del v. 266, echeggiato nel vi multa di Met. 139, va notato come in tutti e tre i passi sia la zona del collo l'obiettivo dell'attacco tanto per Eracle quanto per Achille. Ma la cosa di ancor maggior rilievo consiste nella corrispondenza metrica (fine verso) e in qualche modo lessicale di Met. 12.141 subdita mento e Scut. 418 ὑπένερθε γενείου (cf. anche elidunt fauces di 139 e κέρσε di 418, la lancia che trancia i nervi di Cicno). Alla morte di Cicno segue inoltre una similitudine leonina di Eracle (vv. 426-428) che racchiude quasi i presupposti del suo 'futuro' combattimento improprio. Segue un'ampia digressione dal taglio saggistico (pp. 39-83, che sarebbe risultata più agevole alla lettura se divisa in paragrafi più brevi) in cui Labate analizza quali effetti producano il meraviglioso, il magico e l'iperbolico nell'epica di Virgilio e Apollonio Rodio e nella reazione ovidiana con questi modelli. L'analisi si sposta poi sulla strategia selettiva che coinvolge nel poema i grandi eroi, quali Teseo ed Ercole: il testo è attratto verso il loro passato mitico e al tempo stesso rifugge da esso, operando riduzioni e omissioni, talvolta bathetiche, e spesso optando per imprese di tono minore. Nel caso di Ercole soprattutto, lo studioso dimostra in modo convincente (pp. 86-93) come il duello con Acheloo in Met. 9 riconduca tipologicamente il semidio a un modello eroico arcaico, imperniato tutto sulla straordinaria potenza fisica, anche se poi nell'episodio di Nesso, nell'evitare quello che poteva essere un iperbolico scontro tra il semidio e il Centauro, si intuisce in che modo Ovidio manipoli la componente eroica: quello che offre è un prodotto ibrido che si lascia tentare dalla tradizione epica canonizzata ('l'epos nella sua funzione 'primaria' ', p. 94), senza però rinunciare a intervenire liberamente su di essa. Labate parte da questa premessa per affrontare la mise en scène della battaglia nel testo (pp. 93-110): il duello tra Acheloo ed Ercole, il certamen Persei e la battaglia tra Lapiti e Centauri dimostrano bene l'uso di armi improprie nel combattimento, nonché la presenza di risvolti grotteschi/eccentrici /fantastici che rafforzano lo scarto rispetto ai modelli del codice epico 'puro', finendo per orientare il racconto verso un'epica dai tratti più odissiaci che iliadici (p. 110). Solo un'ultima osservazione. A p. 125 l'Autore si sofferma brevemente su un aspetto peculiare dell'operazione ovidiana, vale a dire lo 'slittamento dal piano della similitudine a quello della narrazione': il vehicle della similitudine omerica o virgiliana, quale poteva essere il leone o il cinghiale, nel testo ovidiano 'esce dalla similitudine e guadagna il primo piano, diventa uno dei protagonisti, anzi forse il vero protagonista dello scontro epico' (p. 126). Questo avviene esemplarmente con il cinghiale caledonio. Mutatis mutandis, direi che è una strategia narrativa già attuata da Ovidio nella sua produzione elegiaca. Se infatti si pensa (con l'ovvia eccezione di Catullo) al ruolo di Arianna nell'elegia ante Heroidas, appare evidente come l'eroina sia confinata spesso entro lo spazio della similitudine (esemplare Prop. 1.3.1-2; cf. anche Ov. Am. 1.7.15-16), prima di acquistare uno spazio narrativo tutto suo in Her. 10.1

Nella sezione II ('Le molte verità del poeta maestro', pp. 137-156), Labate affronta il discorso sull'origine del mondo e sull'età dell'oro in Ovidio, portando opportunamente allo scoperto un intenso e problematico contatto con i vari modelli su di un tema molto caro agli augustei e soffermandosi sulla presenza e assenza della divinità rispettivamente nella prima e nella seconda creazione di Met. 1, con lucide conclusioni a p. 156. La discussione a p. 144 sull'età dell'oro in Met. 101ss. può essere forse integrata dalla postilla che il richiamo alla generosità spontanea della terra è talmente insistito (v. 101 rastroque intacta; vv. 101-102 nec ullis / suacia vomeribus … tellus; v. 109 tellus inarata) che, aldilà della topicità dell'immagine (cf. p. 144 n. 1), sembra ammiccare all'ἄρουρα dell'Ur-testo esiodeo di Op. 117 e volerne correggere la (paradossale) origine etimologica. Se ἄρουρα equivale spesso semplicemente a terra, è pur vero che la derivazione da ἀρόω è molto marcata: l'idea della non lavorazione della terra ribadita in meno di dieci versi (in-; nec; in-) denota un'intenzione correttiva nei confronti del modello, cosa non infrequente in Ovidio.

L'ultima sezione (III, 'L'identità culturale augustea nei Fasti', pp. 157-242, suddivisa come la prima in vari capitoli) si concentra sulla nuova funzione di cui è investita l'elegia dei Fasti, ai quali Ovidio affida un ruolo in competizione con quello dell'epos, inteso come poesia ufficiale depositaria di valori civili e religiosi. Come argomenta giustamente Labate, quella dei Fasti è una poesia che parte dall'urbs ma si estende all'orbis e non a caso Giano è la divinità più adatta a rappresentare l'identità romana, in quanto unico dio a non comparire nel pantheon greco e a coincidere con il chaos (pp. 157-174). Dopo aver illustrato la strategia narrativa nella ricostruzione delle origini di Roma che fa di Evandro un 'novello' Enea e che intenzionalmente oscura la vicenda dell'Enea virgiliano, pur presupponendola costantemente (pp. 164-173), il personaggio arcade ritorna nelle pagine successive come punto di contatto e trapasso tra grecità e romanità nella discussione dei Lupercalia: persino in una celebrazione così romana si insinua la possibilità di una causa peregrina (Fast. 2.421-424 e pp. 182-183; altro caso esemplare di questa commistione greco-latina è quello della dea Lara/Lala, descritto nelle pagine successive). Il ritorno di Giano-Chaos (pp. 194ss.) offre poi all'Autore l'occasione di soffermarsi sulle presenze esiodee nel poema, dimostrando come Ovidio costruisca per questo dio un'identità peculiarissima che diventa paradigma della creatività di un poeta innovatore. Interessante è l'analogia individuata tra il Giano ovidiano e la Pandora esiodea (pp. 205-207) che forse avrebbe potuto essere spinta oltre. Un convincente colore esiodeo è anche quello portato allo scoperto nel dialogo tra Numa e Giove che secondo Labate è costruito sul modello teogonico del confronto tra Zeus e Prometeo, con la differenza che il 'Titano' Numa avrà successo rispetto al suo corrispettivo esiodeo (pp. 207-210). Le pagine conclusive del libro affrontano il culto di Venere collegato alle calende di aprile; Labate richiama opportunamente l'attenzione sull'impatto di Fast. 4.133-134 in cui sono associate matrone romane e donne di liberi costumi, che erano state sempre tenute accuramente separate nella produzione erotica. Ma questa inattesa associazione assieme al ruolo assunto da Venere nei Fasti (dea dell'amore e protettrice dei matrimoni: qui poteva essere sviluppata qualche riflessione sull'incipitario alma … geminorum mater Amorum di Fast. 4.1) è perfettamente in linea con il progetto ecumenico del poema calendariale: il modello femminile si fa più complesso e sfaccettato, tanto che il 'valore' comune condiviso da matrone e vulgares puellae (cf. 4.865ss.) nella creazione di un ritratto femminile moderno è proprio la forma (cf. soprattutto pp. 225-226 e inoltre Fast. 4.129 formosa Venus). Le ultime pagine suggellano il discorso sulla presenza femminile indagando la funzione della Magna Mater nella ricorrenza dei Megalensia, sempre dalla stessa prospettiva ecumenica: Labate analizza in modo convincente l'operazione con la quale Ovidio ha trasformato questa divinità barbara e quindi problematica in una dea benefattrice e civilizzatrice, costruendone il viaggio verso Roma sulle tracce di quello di Enea, e inserendola perfettamente nel nuovo--e maturo ormai anche per Cibele--contesto imperiale: dignus Roma locus quo deus omnis eat (4.270).

Si segnalano qui di seguito alcuni refusi: p. 20 'docilmente a quella sofisticata'; p. 27 'eventualità'; p. 29 'origine della clava'; p. 32 '. Si veda'; p. 34 'multa vi vertit'; p. 41 'capacità'; p. 52 'estranei i miei'; p. 88 'Ov. met. 9.27-32'; p. 108 'si trovi a rappresentare' [?]; p. 121 'da quel mondo'; p. 125 'Barchiesi-Rosati 2007'; p. 133 'quello che oppone'; p. 137 'misurandosi con un [?] poema'; p. 138 'con la vita'; p.143 'deve essere'; p. 148 'sviluppo del [?] cosmo'; p. 153 'agitabilis aër'; p. 164 'l'Eneide restava'; p. 178 'per verificarlo può essere'; p. 183 'Penso non possa': indentato a sinistra; p. 204 'al pacifico insediamento'; p. 206 ἀλάληται [?]; p. 215 'descrivere e raccontare'; p. 220 n. 3 'proposta da'; p. 236 'I suoi lettori … Lucreti' [?]; p. 238 'sauvagerie'. Mancano in bibliografia: Münzer 1911 (p. 45 n. 2); Delvigo 1995 (p. 49 n. 1); Baldo 1995 (p. 97 n. 2); Delvigo 2004 (p. 163 n. 2)

In conclusione, anche se forse qualche ripetizione poteva essere evitata, il volume è una discussione sofisticata (lo stesso deve esser detto della scrittura) e sempre acuta sulla definizione della nuova identità letteraria dei due grandi poemi ovidiani: troverà senza dubbio ampio consenso tra gli studiosi ovidiani, sicuramente anche non italofoni.

Sommario: Premessa.

I. Strategie epiche ovidiane: 1. Mondo della storia e mondo dell'avventura; 2. Eroi straordinari: suggestioni ellenistiche nell'epica ovidiana; 3. Achille contro Cigno: la sovversione del duello epico; 4. Un modello di eroe strangolatore: Ercole uccisore del leone; 5. L'immaginario epico ovidiano: iperbole e ironia; 6. Alla ricerca di Ercole perduto: Apollonio Rodio, Virgilio, Ovidio; 7. Gli eroi più grandi in Ovidio; 8. Scene di battaglia nelle Metamorfosi; 9. Assestamenti del codice epico; 10. Lo scontro epico come spettacolo.

II. Le molte verità del poeta-maestro: 1. Il mito delle età: utopia, antropologia e indagine scientifica; 2. Creazione e ri-creazione.

III. L'identità culturale augustea nei Fasti: 1. Tra Grecia e Roma (Spazio e tempo degli aitia romani; Prima di Enea: Evandro eroe fondatore; Il programma dei Fasti; La terra e il cielo: polifonia e contrappunto; Strategie carsiche); 2. Una Teogonia romana? Ambizioni e malizie dell'eziologia ovidiana (Tempo delle origini e tempo della storia; Esperimenti esiodei nei Fasti; Un Titano a Roma: Numa eroe culturale; Maiestas e l'immagine del potere); 3. L'immagine della donna romana, ovvero la battaglia della modernità (Le Calende di aprile; La festa di Venere e il sacrificio a Fortuna virilis; Venere 'che cambia i cuori'; Modelli femminili nei Fasti); 4. Una dea per l'Impero: Ovidio, la Magna Mater e l'identità augustea. Riferimenti bibliografici. Indice dei luoghi citati. Indice delle cose e delle parole notevoli.



Notes:


1.   Pagine utili in R. Tarrant, 'Ovid and Ancient Literary History', in P. Hardie (ed.), The Cambridge Companion to Ovid, Cambridge 2002, pp. 20-21. Cf. anche B. Nagle, rec. a F. Spoth, 'Ovids Heroides als Elegien', München 1992, AJPh 116.1, 1995, p. 152.

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