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Thursday, December 11, 2008

2008.12.18

Werner Riess (ed.), Paideia at Play: Learning and Wit in Apuleius. Ancient Narrative. Supplementum, 11. Groningen: Barkhuis Publishing; Groningen University Library, 2008. Pp. xxi, 302. ISBN 9789077922415. €85.00.
Lara Nicolini, Scuola Normale Superiore, Pisa (l.nicolini@sns.it)

[Authors and titles are listed at the end of the review.]

Il volume rappresenta il resoconto del Congresso internazionale svoltosi presso l'University of North Carolina a Chapel Hill nel Marzo 2007. Il titolo della discussione era in effetti originariamente "Apuleius and the Second Sophistic: an Orator at Play", ma sullo sfondo dell'ambiente della cosiddetta Seconda Sofistica emerge come tratto peculiare il concetto più ristretto della "paideia", centrale in tutto il pensiero greco e tratto distintivo di identità anche civica, che qui viene proposto come strumento di indagine più penetrante (e, in parte, come vedremo, piu' produttivo). Sul concetto di paideia, come fenomeno letterario, e insieme strumento per la costruzione di un'identità, indispensabili puntualizzazioni sono offerte dall'introduzione di Werner Riess (che cura, con mestiere, il volume ed è anche autore di uno dei contributi). Ciò che per noi conta maggiormente è l'idea che il possesso di certe competenze culturali, e connesse abilità declamatorie, potesse costituire una sorta di "codice" che un'élite di pepaideumenoi greci e romani riconoscevano e usavano per comunicare tra loro; come Apuleio si inserisse all'interno di questo ambiente elitario, come ne sfruttasse i codici per i suoi scopi letterari e soprattutto personali, e come differenti aspetti della sua propria paideia si dispieghino nelle sue opere più importanti, si ricostruisce abbastanza bene da molti dei saggi contenuti nel volume. In tal modo questo concetto "sociale", usato come chiave di lettura, diventa capace (talvolta anche inaspettatamente) di porre sotto una luce nuova aspetti del testo già discussi e ben noti, e di acquisire qualche elemento di novità nell'interpretazione generale del testo. Ugualmente convincente è l'ulteriore suggestione che l'insieme dei saggi prospetta, che cioè la paideia apuleiana avesse fondamentalmente un carattere giocoso, ludico, oltre che auto-consapevole: non sarà un caso che uno dei termini piu' ricorrenti in tutti i saggi sia 'self-conscious' Questo aspetto, di per sé, non si pone in contraddizione con i possibili intenti seri dell'opera apuleiana, in modo del tutto coerente con la prassi, altrove più volte analizzata, dello spoudaiogeloion; anzi dello spoudaiogeloion, inteso come fine, questa paideia brillante e arguta diviene strumento privilegiato.

Gli interventi si dividono in due gruppi, il primo dei quali specificamente dedicato all'Apologia, il secondo al romanzo. Ciascuna sezione si compone di sei riflessioni che, pur partendo da zone del testo e presupposti diversi, spesso finiscono per incontrarsi, sovrapporsi, richiamarsi, in un continuo gioco di rimandi e intrecci decisamente stimolante (naturalmente c'è spazio anche per le contraddizioni e le divergenze, ma la possibilità di ripensamento, confronto e revisione offerta dal tempo intercorso tra la presentazione dei papers e la loro riproposizione in una versione "riveduta e corretta" apre più facilmente spazio al dialogo che alla polemica). L'eterogeneità dei problemi affrontati -- e, bisogna dirlo, dei risultati raggiunti -- esige però una recensione individuale e mirata per ciascun lavoro. Nel riassumere e commentare i diversi contributi, seguirò dunque l'ordine in cui essi si susseguono nel libro, con una sola eccezione: lo spostamento del saggio di Riess dopo quelli di McCreight e Tilg (tale sequenza è utile ad evincere una contrapposizione tra i differenti tipi di metodo).

Il contributo di Stephen Harrison, tra i più originali a parere di chi scrive, rilegge una parte delle digressioni apuleiane, specie quelle relative alle cosiddette imputazioni extra causam, come una sorta di presentazione del retore al suo nuovo pubblico a fini, per così dire, auto-promozionali: effettivamente fa una certa impressione rileggere in sequenza i passi dell'Apologia in cui dettagliatamente Apuleio si sofferma sul ricordo dei suoi esperimenti poetici, delle sue ricerche scientifiche, delle sue famose orazioni pubbliche e delle (probabili) incursioni nel campo della storia dell'arte. Certo, tutto questo era indubbiamente utile a delineare la figura dello studioso eclettico e impegnato in ben altro che nella seduzione, a base di intrugli magici, di ricche e sprovvedute vedove (e come è stato più volte rilevato, avrebbe sicuramente fondato un terreno di complicità con il dotto giudice Claudio Massimo), ma la lunga e dettagliata lista sciorinata da Apuleio assume in effetti l'aspetto di un curriculum studiorum con acclusa lista delle pubblicazioni. E se, da una parte, un tale curriculum si pone certamente tra gli elementi a favore dell'imputato, questo dispiegamento di qualità non mira solo all'assoluzione, ma diventa una sorta di spot letterario del prestigio e delle competenze del giovane retore in cerca di un nuovo palcoscenico. Particolarmente convincente risulta l'analisi di Harrison quando individua nel testo speciali tasselli (e.g. il titoletto, apparentemente casuale, naturales quaestiones) che potevano fungere da "parole d'ordine", segnali allusivi al patrimonio letterario precedente nel quale il pepaideumenos Apuleio intendeva inscrivere le sue opere; ma è giusto anche segnalare lo scarto tra la nonchalance con cui Apuleio menziona i suoi libri o i suoi "scritti greci" - sempre al plurale - e l'impressione con cui tali accenni dovevano essere accolti. Il fatto poi che nell'impressionante curriculum vantato manchi l'accenno al suo capolavoro (un'opera che, con un po' di impegno retorico, avrebbe anche potuto essere presentata in termini persino favorevoli alla causa) si pone come ulteriore conferma della tesi (da Harrison già convincentemente sostenuta altrove, e su diverse basi) secondo cui all'epoca del processo le Metamorfosi non erano ancora state ancora scritte.

Anche il denso saggio di James Rives sostiene in definitiva che il dispiego di tanta dottrina avesse un doppio fine; del resto nessuno crede più a un'esibizione gratuita di dottrina ed erudizione, sebbene Rives sia onesto a menzionare anche questa possibilità.1 Il primo fine coincide con quello riconosciuto anche da Harrison (e in generale unanimemente riconosciuto come scopo fondamentale), e cioè l'effetto pratico di "sedurre" un giudice a sua volta pepaideumenos e collocare, insieme a questo, il retore africano su un piano ben distante dai rozzi accusatori. Ma sul secondo scopo perseguito da Apuleio Rives ha idee diverse. Si tratterebbe in effetti di un tentativo, più o meno subliminale, di "rassicurare" la platea (e la società) sul suo lavoro e i suoi interessi. I mezzi di cui Apuleio si serve per difendersi da alcune accuse secondarie, e insieme per dispiegare la sua enorme e poliedrica dottrina, coincidono con alcune pratiche canoniche della retorica classica come la citazione, la lista di esempi, la proposizione e la discussione di un problema: che Apuleio non sia un mago, ma un innocuo letterato, è provato insomma anche dalla forma con cui egli presenta i contenuti delle sue conoscenze, contenuti familiari, onesti e "socialmente rispettabili" . Questo è il nucleo della tesi che però Rives rimanda alla seconda parte del suo lavoro. Una prima parte di ricostruzione storica interessante, pur se a tratti ripetitiva, riprende e chiarisce alcuni elementi troppo spesso dati per scontati (anche da chi scrive): importante, ad es., la ridefinizione degli ambiti coperti dalla Lex Cornelia, in base alla quale, come comunemente si sostiene, Apuleio sarebbe stato imputato. La ridefinizione di Rives lascia propendere per il fatto che il processo al retore rientrasse piuttosto in una procedura extra ordinem; quest'acquisizione permette inoltre a Rives di soffermarsi con qualche elemento di novità sulla strategia legale adottata da Apuleio. Sicuramente più vivace e accattivante la sezione successiva, che convincentemente dimostra la tesi esposta sopra, cioè che la forma stessa in cui la conoscenza e la dottrina vengono presentate segue dei modelli tradizionali e riconoscibili (e per ciò stesso rassicuranti). Particolarmente ben condotta la rassegna degli esempi che illustrano gli schemi tipici e familiari in cui si dispiega la dottrina apuleiana: citazione, lista e "problema" (così Rives, "for lack of a better term", ma per quest'ultima categoria forse si potrebbe considerare il termine filosofico quaestio). Se un difetto deve riconoscersi in questo bel saggio, denso ed erudito, è che talvolta una certa ansia demonstrandi, con l'accumulo di esempi, prove e citazioni a corroborare ogni singola affermazione, ostacola una lettura limpida e scorrevole del testo e toglie incisività al percorso logico. Peraltro è ottimo l'uso delle fonti e la capacità di integrare argomenti di natura diversa che Rives, conformemente alla sua consistente formazione di storico, sa impiegare nella ricostruzione dei fatti.

Il contributo di Vincent Hunink mira ad inserire, all'interno dell'esibizione di paideia, una familiarità con Omero, dispiegata in forme diverse. Dalle precise citazioni in greco (praticamente assenti dal resto dell'opera apuleiana) ad allusioni più criptiche al subtesto omerico, queste forme di intertestualità prevedono naturalmente un ascoltatore-lettore altrettanto ben educato e colto.

Ma il brillante gioco di rimandi, normalmente interpretato come una precisa strategia per trasformare un pezzo giuridico in un testo letterario (così da ricollocare Apuleio, dalla scomoda posizione di imputato, in quella più consona di filosofo e letterato), conosce anche qualche rischio, secondo Hunink ben calcolato. Le allusioni a Paride2 o ad Odisseo3 possono generare in chi ascolta sovrapposizioni non sempre convenienti per l'imputato in un processo. Tale ipotesi è condivisibile anche senza immaginare che il gioco intertestuale portasse addirittura gli ascoltatori a identificare Pudentilla con Elena -- basta del resto a smontare quest'idea il ritratto di Pudentilla che emerge dal resto dell'opera. E se tanta baldanza poteva servire a provocare gli avversari o a ben impressionare un giudice erudito, non era troppo alto il rischio di trovarsi immedesimato in personaggi quantomeno discutibili dal punto di vista morale, oltre che non sempre limpidi? Implicitamente, quasi silenziosamente (la proposta è avanzata solo nell'ultima nota, con la sobrietà che sempre caratterizza il metodo di Hunink) si aggiunge un argomento ai tanti che dovrebbero portare a sospettare della reale storicità dell'orazione di autodifesa e a considerare perlomeno la possibilità che anche il De magia sia in effetti al pari dei Florida, un pezzo di bravura, recitato non davanti a un tribunale ma ad una platea di appropriati connoisseurs.

Tra le accuse secondarie rivolte al filosofo-mago c'è quella della povertà (un elemento che avrebbe potuto spingerlo alla seduzione illecita della ricca vedova); Thomas Mc Creight si concentra sul celebre passo della laus paupertatis con cui Apuleio risponde a tale imputazione: grazie alla lente d'ingrandimento dell'analisi lessicale la lunga digressione, basata su elementi tradizionali e materiale convenzionale, rivela nuovi livelli di intertestualità e qualche malizioso ammiccamento di Apuleio ai suoi ascoltatori/lettori che finora non era stato osservato. Suona pertanto quasi paradossale la giustificazione che McCreight adduce per il suo approccio lessicale ("decried now as overly reductive"), un esempio di metodo oltre che un punto di partenza fondamentale e la più solida base nella nostra disciplina, contro la soggettività della speculazione che troppo spesso si libera dal rapporto col testo. Certamente giusta ad es., contro le traduzioni standard, la reinterpretazione di vernacula come diminutivo di verna (un uso che probabilmente inizia proprio con Apuleio e che è del resto documentato anche nel romanzo, cf. Met. 1, 26) e che ricollega il passo all'argomento dei servi precedentemente trattato. Che i nessi aemula laudis e parvo potens sottintendessero un richiamo testuale ad autori divenuti già classici ai tempi di Apuleio come Virgilio e Cicerone mi pare molto plausibile, con probabilità maggiore, a mio parere, per il richiamo virgiliano, non solo per la celebrità del passo citato, ma anche per la peculiarità del nesso ossimorico in questione e per alcuni elementi di attinenza o connessione tra i due luoghi, come il catalogo degli uomini virtuosi, o la proverbiale povertà di Fabrizio. Sull'origine del conio benesuada io sono più incline a credere nello stimolo plautino, fonte di una gran parte delle neoformazioni apuleiane (ma sui rapporti tra Plauto e Apuleio andava certamente citato il recente volumetto di L. Pasetti, Plauto in Apuleio, Bologna 2007, e colgo l'occasione per rilevare che forse qualche titolo italiano in più poteva essere considerato nella bibliografia generale). Qualche eccesso di zelo didattico non toglie verve e ed efficacia all'ultima parte dell'analisi. L'ipotesi del leggero slittamento semantico di circumspectatrix non può che trovarmi favorevole; il conio ostentatrix è certamente suggerito dal contesto a formare la coppia di reciproci. E mentre era forse superfluo, a proposito del doppio conio repertrix-conditrix, notare come il suffisso -trix sia il femminile del suffisso -tor del nomen agentis, è interessante rilevare che, al di là dell'arcaicità dei suffissi in -trix, sono di assoluta rarità (probabilmente a causa della cacofonia) i nomi in -trix preceduto da consonante, e dunque il primo conio apuleiano è doppiamente audace. Concludo ricordando che questo bel saggio andrà di certo tenuto in considerazione in occasione di qualsiasi nuova traduzione o commento dell'Apologia e osservando che quando ci si àncora fortemente al testo si è sempre ben ricompensati.

E buone ricompense ottiene infatti anche S. Tilg, che adotta un metodo simile nell'analisi dei passi di Ap. 5-13 -- gli stessi che Harrison ritiene parte di un curriculum apuleiano offerto al suo nuovo pubblico e che Hunink collega invece variamente all'accusa più specifica di magia -- con particolare attenzione alla digressione sull'eloquenza. Distaccandosi in parte dalle interpretazioni dei colleghi, Tilg analizza questa "eloquenza giocosa" e ne spiega caratteri e significato, interpretandola come parte di un programma letterario: come sarà evidente, soprattutto dall'analisi di certe precise scelte lessicali (di matrice neoterica) e da alcuni paralleli ben scelti, questa sezione della difesa non ha solo una funzione strettamente pragmatica ma anche quella, meno immediata ma altrettanto urgente, di prender posizione nella più ampia disputa sulla natura e la funzione della letteratura. Interessante e ben condotta la discussione sul cap. 5, intessuto di giochi di parole etimologici (anche se forse, accanto al carattere virtuosistico-letterario si poteva enfatizzare quello sofistico dell'argomentazione apuleiana, così adatto ad ottenere ragione sul momento e dunque al contesto della discussione giuridica). Ha ragione Tilg nel puntare molto sulla ridefinizione etimologica di eloquenza ("as outspokenness") retoricamente utile a spostare in una posizione più comoda il retore incriminato. Sulle conclusioni generali di Tilg in questa parte mi trovo dunque d'accordo, sebbene non mi sia del tutto chiara o persuasiva l'interpretazione del passo centrale di 5, 3 ('si verum est quod Statium Caecilium ... scripsisse dicunt innocentiam eloquentiam esse'), specificamente per quel che riguarda la ripartizione dei ruoli di definiendum e definiens rispettivamente tra eloquentia e innocentia, su cui invece Tilg appare certo (cf. n. 12). È vero che l'eloquenza è stata a questo punto già identificata come oggetto della discussione, e dunque sembrerebbe naturale ripartire da questo concetto (invece che da quello di "innocenza"), ma qui non è la definizione di eloquenza che ad Apuleio interessa. L'argomento proverbiale desunto da Cecilio Stazio è semmai un elemento a fortiori per spiegare perché Apuleio sia tanto eloquente. È proprio la sua innocenza a conferire facundia, e tale innocenza va necessariamente data come scontata e presupposta, e non come acquisita grazie alle chiacchiere, ciò che deriverebbe dall'interpretazione opposta. Questa lettura è del resto confermata dall'ulteriore word-play che contrappone, con ammiccamento etimologico, l'aggettivo facundus al sostantivo nefas. E in effetti il proverbio di Cecilio costituisce il naturale reciproco di espressioni altrettanto proverbiali che identificavano il silenzio con l'ammissione di colpa,4 topos che lo stesso Apuleio adopera altrove (cf. Met. 7, 3 'ne mala coscientia tam scelesto crimini... viderer silentio consentire'). E suggerisce tale interpretazione anche il sillogismo che segue: se l'innocente è persona eloquente allora io (in quanto assolutamente privo di colpe) sono il più eloquente di tutti. Infine dire il contrario sarebbe una grossolana caduta retorica, perché equivarrebbe ad ammettere: se basta parlare ed essere eloquenti per dimostrarsi innocenti, allora io dovrò essere riconosciuto innocente (ma solo per quello!). Essendomi fin troppo dilungata su questo argomento sintattico, mi limito a segnalare l'originale reinterpretazione delle tante ammissioni di Apuleio, che si può affiancare come un ultimo tassello alla lettura comune secondo cui ammettere i fatti, ma contestarne l'interpretazione è il nucleo di un'efficace strategia difensiva:5 si tratta cioè di chiudere il cerchio sull'identità unica e senza infingimenti di Apuleio. Infine, due parole sull'allettante congettura degere di Lipsius riproposta da Tilg in un passo (16, 11) che obiettivamente presenta difficoltà logiche. Premetto che in un contesto fitto di termini che fanno chiaramente riferimento alla visibilità éo all'oscurità, sembra improbabile la congettura tergere di Watson, totalmente estranea a questo campo semantico e alla metafora che Apuleio sta sviluppando. Con degere le cose stanno diversamente. Sebbene io ritenga il testo difendibile (accettando ad es. una traduzione del tipo: ho sempre preferito 'tenere al riparo' (scil. dalla curiosità maliziosa degli altri] i miei sbagli che andare a indagare su quegli degli altri), sono molto attratta da questa congettura che ricostruirebbe un gioco etimologico per risemantizzazione del prefisso (un mezzo di cui Apuleio si serve spesso)6 e un conseguente pun ossimorico tra degere e indagare. Contro gli elementi a favore (primo fra tutti l'uso plautino) si porrebbe la norma apuleiana (degere sempre nel senso di 'passare, trascorrere la vita'), ma questo eventuale scarto dalla norma non costituirebbe un caso unico. Per concludere, l'attenta lettura del testo si dimostra ancora il presupposto da cui partire per cercare novità.

I rischi di ancorarsi poco al testo sono a mio parere evidenti in esperimenti di interpretazione come quello di Werner Riess, che indaga in modo originale sul possibile modello socratico del pepaideumenos perseguitato dai rustici accusatori. L'idea di base è assolutamente rispettabile, e in parte condivisa, ma se si prova a enfatizzarla troppo, non dà grandi frutti. Alcune analogie appaiano avventurose: il fatto, ad es. che sia Socrate che Apuleio presentassero, peraltro in termini diametralmente opposti, "contradictory images of their own body" mi pare una similarità forzata; che le accuse principali fossero tre sia per Socrate che per Apuleio mi pare più una coincidenza che un'effettiva prova di imitazione. Peraltro la separazione tra accuse minori e principali è essa stessa fortemente soggettiva, come vien fuori da una lettura degli altri saggi del volume; ancora, lo stesso Reiss ammette che le citazioni del nome Socrate non possono essere considerate come similarità col modello o stretti riferimenti ad esso. È immediata la constatazione di quanto sproporzionato sia il rapporto (anche in termini di spazio nell'articolo) tra le supposte somiglianze e le tante differenze che lo stesso Riess non manca onestamente di elencare. Questa sproporzione dovrebbe suggerire che, una volta riconosciuto un possibile modello, resta comunque azzardato esagerarne la portata, anche in considerazione del fatto che il pubblico avrebbe riconosciuto più facilmente un'allusione generale, più o meno velata, che un vero e proprio ipotesto su cui fossero "costruite" a bella posta analogie e discrepanze. A parte il fatto che in qualsiasi confronto le analogie sono presupposte alle differenze, sembra ad es. difficile condividere con Riess che l'ironia apuleiana "is also created trough semantic lacunae" (per es. nel caso dell'omissione del tema della morte). Mi pare inverosimile che un ascoltatore potesse desumere ex silentio il contrasto con un testo in cui un altro personaggio analogamente accusato facesse deliberatamente e disinvoltamente riferimento alla morte. Sono differenze che noi siamo liberi di rilevare a posteriori, ma è duro immaginare che fossero trasparenti per un pubblico che ascoltava (o anche rileggeva) un'arringa. Mi trovo dunque d'accordo con Riess sull'associazione generale e presupposta col modello socratico, come sulla profonda consapevolezza che Apuleio doveva avere di tale possibile confronto; meno sull'effettiva portata delle allusioni, sulla tensione che ne deriverebbe, sulle conseguenze che tale modello avrebbe avuto nella costruzione dell'artificioso e "ibrido" io narrante del processo.

La seconda parte, dedicata alle Metamorfosi, si apre con un agile contributo di M. Zimmerman che propone (pur con qualche cautela) una "symposiastic reading" del romanzo. Tenendo opportunamente conto di molta bibliografia recente, l'autrice torna a incoraggiare una lettura dell'opera che sappia conciliare i motivi giocosi con le possibilità di un messaggio serio, secondo la tradizione dello spoudaiogeloion, categoria spesso invocata per il romanzo apuleiano,7 ma che la Zimmerman riconosce contemporaneamente come elemento fondamentale della conversazione (prima ancora che della letteratura) simposiastica. Di qui il passaggio a una rilettura dell'opera nella chiave "del banchetto": dal rapporto che il narratore instaura col suo lettore, al carattere per così dire intimo di tale relazione, all'invito della voce narrante a una partecipazione attiva, già gli elementi di cornice, i meri atti stilistici vengono reinterpretati come tipici "modi" della conversazione simposiastica; dai racconti inseriti nella cornice del convivium a quelli dove un banchetto compare almeno per allusione o nel ricordo di chi parla, fino alla presenza di personaggi che ricordano i protagonisti dell'epigramma scoptico (genere di casa appunto nei banchetti), una quantità di elementi vengono accumulati, a dimostrazione di quanto fosse sollecitato nella mente del lettore il pensiero del banchetto e a conferma della possibilità che il romanzo, tramite tali elementi, in qualche modo alludesse anche a se stesso, al suo carattere di opera conviviale. Tutto ciò, bisogna dirlo, con risultati alterni. I più convincenti riguardano i casi in cui l'idea del banchetto è associata al genere dell'epigramma scoptico: molto produttiva l'idea di ricercare nei racconti delle Metamorfosi elementi e ingredienti di questo sotto-genere letterario. Tra i meno persuasivi annovererei il tentativo, a mio parere forzato, di evocare l'idea del banchetto per la cenetta, pur seguita da chiacchiere, tra Aristomene e Socrate. La proposta finale, secondo cui il romanzo potrebbe essere stato concepito come una lettura conviviale destinata a una ristretta élite di fortunati commensali, indipendentemente dalla sua verosimiglianza, conferma ancora una volta la probabilità della mescolanza di un dulce (indiscutibile) e di un utile (possibile) nella complessa tessitura dell'opera.

Ad un'altra categoria sociale si richiama anche Robert Vander Poppen. Di per sé non strettamente collegato al tema della paideia, il concetto di hospitium proposto in questo saggio come nuova possibile chiave di lettura del romanzo si rivela però idea interpretativa tanto originale quanto velleitaria. L'autore ha ragione nel ricordarci il valore anche politico dell'istituto sociale dell'hospitium; ma è questo un elemento che, come molti altri del racconto, semplicemente appartiene all'orizzonte storico-culturale in cui è ambientata la vicenda; esso rispecchia una pratica sociale dell'epoca, com'è normale nell'epopea borghese e nel contesto per molti aspetti realistico del romanzo di Apuleio. Ma immaginare che la prassi dell'hospitium in quanto tale occupi "a key place in the literary program of the work" è semplicemente un'appropriazione indebita. L'autore si spinge anche oltre, ipotizzando addirittura che l'importanza che Apuleio conferisce al tema potesse derivargli dalla sua propria esperienza di vita, dato che "Apuleius' own legal troubles, stemming from a supposed violation of the hospitium of his future wife, may provide the reason for the prominence of the theme" (p. 158). Al di là di qualsiasi altra osservazione, indebito è già il passaggio logico immediato dall'osservazione della semplice presenza di un tema -- peraltro a più livelli, dall'effettiva rintracciabilità a una solo possibile, per non dire forzatamente riconosciuta, allusione ad esso -- alla sua elevazione a chiave di lettura. Tra gli studi che hanno rivolto attenzione a questo elemento, Vander Poppen cita a supporto il commento di Keulen; ma Keulen sostiene, in maniera del tutto legittima, e limitata ad alcuni episodi del libro I, la rivisitazione parodica di un modulo ampiamente diffuso nella narrativa; ingiusta poi la critica a M. Fernández Contreras che ha "ristretto" il campo della sua analisi a un'osservazione in termini analoghi (di rapporto col modello, di gioco con alcune ben note convenzioni epiche, specificamente omeriche): ma la Fernández Contreras non ha fatto che fermarsi dove ci si doveva fermare. L'istituto dell'hospitium è certamente presente nelle Metamorfosi (tra i tanti riferimenti e paradigmi culturali che caratterizzano l'ambientazione dell'opera): ma da ciò non scaturisce affatto che le Metamorfosi possano essere lette come "a story about a quest for suitable hospitium". Per motivi di spazio Vander Poppen analizza solo i due casi più importanti in cui si dispiegherebbe la centralità del tema dell'hospitium; e già questi bastano a mostrare come la pretesa sia decisamente troppo ambiziosa. Alcune conclusioni paiono arbitrarie e non ricavabili dal testo, (cf. in particolare l'analisi del motivo dell'hospitium presso Milone). Ma è soprattutto il fatto che la caduta di Lucio scaturisca dalla rottura del vincolo dell'hospitium tanto quanto dalle ossessioni ben più strutturanti nel romanzo come la curiositas unita alla superficialità del giudizio e le serviles voluptates, a porsi come lettura decisamente non autorizzata. Quanto al presunto hospitium di Iside ("the worthy hostess") solo qualche puntualizzazione: inaccettabile la proposta per cui l'abluzione sacra, elemento centrale non solo nei culti misterici, ma nella stragrande maggioranza delle religioni, possa essere equiparata al bagno offerto dall'ospite; e ugualmente che il cubile su cui l'asino si lascia cadere stremato sia il dono con cui "Isis shows the generosity of a good host, granting Lucius much needed divine sleep" (peraltro, se si vuole ragionare in termini positivistici, ricordo che il sintagma apuleiano in questione contiene un imbarazzante determinativo: Lucio dice 'in eodem illo cubili sopor ... oppressit', 'il sonno mi avvolse ... in quello stesso giaciglio dove mi trovavo', scil. il giorno prima, quando di Iside non vi era traccia!); o infine, che le rose-antidoto del cap. 6 equivalgano all'elemento di ospitalità del pasto.

Io non credo che indagini di questo genere contribuiscano a una migliore comprensione di un testo che peraltro mostra come sua caratteristica fondamentale l'irriducibilità. Del resto, dai tempi di Riefstahl in poi, tutti i tentativi di identificare temi unificanti, di rintracciare richiami interni e allusioni precise nella semplice ricorrenza di temi e motivi simili, o di far rientrare episodi tra loro assolutamente legati in precise categorie interpretative, hanno dato ben pochi frutti. Per non dire di quanto un metodo rigido e schematico porti in molti casi a sminuire o perdere del tutto gli elementi comici o più chiaramente milesii della narrazione: l''interlocking of themes and meaning'8 nelle Metamorfosi ha spesso più un carattere casuale che simbolico. Allora si potrebbe sostenere, con lo stesso diritto (e la stessa probabilità) la centralità di qualsiasi altro tema si voglia isolare nel romanzo; un tema rintracciabile ad esempio potrebbe essere quello della milizia: dalla militia amatoria di Lucio con Fotide, alla "milizia" dell'asino presso i ladroni prima e nel mondo dopo (e commilitones sono spesso definiti bestie e schiavi compagni di Lucio); dalla falsa milizia di Tlepolemo-Emo, alle imprese dei ladroni (i quali si esprimono in un chiaro sermo militaris), alla sancta militia isiaca abbracciata dal protagonista nel finale. Ma quanto senso avrebbe inferirne che ognuno di questi episodi giochi una parte nel percorso di Lucio e che dunque il tema si possa utilizzare come chiave interpretativa?

Un approccio di tipo storico tenta anche Elizabeth Greene che, nella commistione tra riflessioni serie su aspetti precisi della realtà storica e i toni scherzosi, vede un indizio per definire meglio il genere letterario delle Metamorfosi; l'autrice in particolare rintraccia nel romanzo apuleiano analogie tematiche con le satire di Giovenale, e se ne serve per confermare come la lettura migliore sia quella che contempla insieme il fine serio e l'intrattenimento (e su questo siamo d'accordo), e per inscrivere le Metamorfosi appunto nel filone più ampio della scrittura satirica e assegnare così ad Apuleio un posto tra gli scrittori di "critica sociale" (e su questo siamo un po' meno d'accordo). Ora, non avrebbe certo senso negare che nella composita struttura dell'opera si possano trovare spunti di satira sociale o temi già trattati dalla satira in versi; così come è vero che in più occasioni Lucio esprime un giudizio, in modo più o meno ironico, sui comportamenti umani; ma né la visione moralizzante assume mai nelle Metamorfosi un carattere strutturale, né il bonario, e spesso comico, sorriso apuleiano (pur camuffato da indignatio asinina) di fronte alle prodezze di un'adultera o di un ladrone, può in alcun modo accostarsi alla risentita e amara invettiva del poeta satirico. In altre parole i possibili elementi in comune tra i due testi non garantiscono una connessione tra i due autori e le loro rispettive opere. Ciò che conta non è la mera presenza di elementi simili, ma il trattamento che ciascun autore ne fa. Il testo stesso smentisce, mi pare, che l'elemento del social commentary possa giocare una parte così rilevante nell'opera apuleiana, così da divenire "the very characteristic of the novel that allowed for safe, even subtle criticism". Non mi pare verisimile che Lucio, prima della trasformazione, rappresenti in qualche modo "the elite classes of the empire corrupted by their serviles voluptates and curiositas" (p.184) o che attraverso il tema della nobiltà di sangue vs nobiltà di cuore "a strong relationship with the Satires of Juvenal is visible" (p. 185), o che "the abandonment of his family, the marker of his aristocratic self, is a prerequisite for Lucius' salvation" (p. 187). Né possiamo ancora dire, dopo tanti dibattiti sull'argomento, che la trasformazione di Lucio inizierà dall'acquisire coscienza dei suoi cattivi comportamenti; nelle Metamorfosi non c'è affatto un percorso di apprendimento morale, non c'è un progresso verso la redenzione.9 Peraltro Apuleio mostra continuamente, dal prologo in poi, un'elevatissima coscienza del genere in cui si sta esibendo,10 quello della narrativa d'invenzione: inglobare materiale di provenienza diversa, "giocare" con i generi, è perfettamente confacente a questa forma letteraria, che però Apuleio stesso preferì associare alla Milesia, un tipo di letteratura per noi piuttosto sfuggente ma che certamente aveva come caratteristica il puro intrattenimento, privo di fini morali o educativi; questi materiali si possono identificare (lo ha fatto bene in tempi recenti M. Zimmerman e si mostra capace di farlo anche la Greene), ma la loro natura molteplice non deve confonderci: trovare connessioni e analogie è sempre un esercizio stimolante, sovraccaricare di significato queste connessioni è spesso rischioso.

Giocare con i generi è un'operazione affascinante quando è condotta consapevolmente da un autore classico. Molto più pericoloso se a giocare con i generi siamo noi moderni: e con questo vengo al saggio di Amanda Mathis, un tentativo quantomeno incauto di dimostrare il ruolo "fondamentale" ricoperto dall'elegia nei primi due libri del romanzo. "Close similarities in wording establish an unmistakable link between Apuleius and Propertius, Ovid and Tibullus" è la promessa dell'abstract, e la Mathis si sforza di dimostrare l'indimostrabile, cominciando con il reclutare tutti i personaggi e i ruoli (con sovrapposizione non sempre chiara di questi due concetti) del mondo elegiaco per ritrovarli del tutto inaspettatamente nei più vari contesti delle novelle apuleiane, salvo giustificare eventuali incoerenze e discrepanze (perché i personaggi apuleiani proprio non vogliono saperne di assolvere ai ruoli rigidamente imposti dal codice elegiaco) con il ricorso al metodo del "role-switching": ogni personaggio assumerebbe cioè di volta in volta, e a seconda del contesto, più di un ruolo elegiaco, e la domina (ad es. Meroe) può diventare saga, tornare puella e farsi persino exclusus amator, in un vorticoso e caleidoscopico inseguirsi di travestimenti che proporrebbero al lettore una sorta di "who's who" letterario. Ora, io credo che a "imbarcarsi in un complesso gioco letterario" qui non sia Apuleio ma proprio la Mathis. Mi accontenterò di discutere qualche elemento e lascerò ancora una volta il giudizio al lettore. Tra le supposte analogie situazionali, la Mathis comincia con l'assimilare la condizione disgraziata in cui versa Socrate con la condizione dell'amante elegiaco: in tal modo si equipara alla sofferenza d'amore la mera sofferenza materiale a cui è ridotto il personaggio apuleiano, descritto semplicemente come un mendicante (e se pure vogliamo camuffarla da sofferenza d'amore, quest'ultima non è peraltro patrimonio esclusivo dell'amante dell'elegia, dato che soffrono anche l'adulescens della commedia, il protagonista dell'epigramma ecc.). Ancora, le angoscianti caratteristiche fisiche del protagonista, luror (non pallor tra l'altro) e macies, segnali della disperazione in cui lo ha ridotto la magia (e che peraltro prefigurano l'orribile morte che egli incontrerà), vengono assimilate ai tratti tipici dell'innamorato pallido e disfatto dall'amore; ma magrezza e pallore non sono segnali univoci dell'amore non corrisposto (a meno che non si voglia considerare un'innamorata infelice persino la terribile Erichto, descritta da Lucano con caratteri simili, cf. , Lucan. Phars. 6, 515 ss.). Essi sono piuttosto, qui e più avanti, sintomi e annunci di morte, segnali funzionali che dovrebbero mettere in allarme Aristomene, il quale invece, come Lucio, crede di volta in volta alla verità che gli fa più comodo (ottima analisi in Keulen ad loc.). Ricordo, incidentalmente, che è stato Socrate a stancarsi della maga e ad abbandonarla, e non il contrario, come appunto la stessa Meroe lamenterà (Met. 1, 12): come faccia un tale personaggio a ricoprire le vesti del servus amoris proprio non capisco. Sull'altro esempio (incontro tra Lucio e Fotide), se è vero che il rapporto sessuale tra i due protagonisti è descritto attingendo al complesso metaforico della militia amoris, questo non significa automaticamente che "the sexual relationship is unmistakably set in elegiac terms" e che i due protagonisti assurgano al ruolo dei protagonisti dell'elegia. E se Fotide non può certo essere assimilata a una Cinzia, assolutamente paradossale è poi che la si ritrovi ridotta al rango della lena, solo perché fa da tramite fra Lucio e gli esperimenti magici di Panfile. Va anche peggio quando la Mathis si lancia nella ricerca di supposte affinità lessicali rivelatrici di tale rapporto. Un campanello d'allarme è costituito, all'inizio della discussione, dalla pretesa che l'esclamazione idiomatica me miserum, sia pure col suo colorito tragico,11 possa essere confinata al dizionario dell'elegia, e che dunque già questa basti a posizionare Socrate nello scomodo ruolo dello sventurato amante elegiaco sottoposto alle vessazioni della domina crudele. Peraltro la frase si incontra all'inizio del racconto di Socrate e serve come commento alla condizione miserabile in cui versa e come incipit al racconto delle sue disavventure. Insomma, se proprio si vuole assimilare questo me miserum a quello pronunciato da Properzio o dal narratore ovidiano bisognerà pure dare qualche importanza al contesto.12 Ora, non è solo questione di sensibilità linguistica, ma anche di metodo. L'analogia lessicale non si può riconoscere ovunque. È necessario che tra i due testi chiamati in causa si attivino livelli diversi di connessione. Si può partire ad es. da un'analogia contestuale, che da sola può bastare a far riconoscere, nella scelta di uno solo o di un gruppo di termini, l'allusione; oppure dalla stessa peculiarità di un nesso, che richiami indubitabilmente un precedente famoso (un buon esempio è il famoso 'quousque tandem cantherium patiemur istum?' di Met. 3, 27); altrimenti è necessario che i termini in questione non siano termini neutri, ma in qualche modo marcati. E di conseguenza bisognerà saper riconoscere ciò che nel testo è informazione lessicale neutra rispetto a ciò che è caratteristico: termini marcati (e quindi possibili "parole chiave") sono ad es. quelli che all'interno di un preciso genere letterario si fanno portatori di un preciso senso, tipico solo di quel genere letterario, termini che vengono quasi "transcodificati" (per l'elegia ad es. servitium, fides, militia, patientia, nequitia, ecc.) in coerenza con l'ottica parziale imposta dal genere. Ad es. se davanti all'amante Lucio avesse invocato la fides, o rinfacciato il suo servitium, avrebbe parlato come un amante elegiaco: ma nel nostro caso, anche se è vero che il paraklausithyron è un elemento tipico dell'elegia, non vi è nulla che possa assimilare la scenografica entrata della strega a un paraklausithyron; e non si può invocare come "analogia lessicale" tra la scena apuleiana e un paraklausithyron l'ovvia ricorrenza di parole comuni (indispensabili alla narrazione) come ianua, reserata, e addirittura cardinibus (cf. p. 203). Allo stesso modo, poco più sotto (p. 209), la pura e casuale ricorrenza di verbi come respicio o discedo non basta per stabilire una parentela tra le scene di Met. 2, 6 e i passi di Tibullo dove gli stessi verbi compaiono. Che il risultato di queste "coincidenze verbali" sia quello di assimilare Fotide a Delia è un'illazione indebita. Non proseguo. Se Apuleio ci invita a divertirci, come la Mathis più volte ci ricorda, non possiamo esagerare: un lettore attento, come quello a cui la Mathis più volte fa riferimento, deve anche sapersi porre dei limiti.

Nel saggio successivo (la cui connessione col tema della paideia appare per la verità piuttosto lassa) David Carlisle si occupa del tema del sogno, ricorrente nel romanzo e significativo anche in un contesto problematico come quello della conversione di Lucio. È proprio al'interno di un sogno che, nel finale, il sacerdote di Osiride riceve l'ordine di impartire l'ultima consacrazione a quello che fino a poco prima era Lucio di Corinto e che adesso, con il famoso aprosdoketon di Met. 11, 27, diventa il Madaurensis. In qualche modo è un sogno ad oltrepassare i confini della finzione e a dare "ufficialmente" inizio al problema di interpretazione. È certamente vero che la categoria del sogno assume spesso, all'interno del romanzo, un peso importante nell'interpretazione degli eventi; altrettanto interessante è osservare che i sogni, collocati in punti cruciali della vicenda, svolgono una funzione doppia, dal momento che all'interno della narrazione si assumono il ruolo di comunicazioni supplementari (e in qualche modo contribuiscono alla "sospensione dell'incredulità") e, a un livello superiore, possono detenere il potere di dare una chiave (o di complicare le cose) al lettore per la corretta interpretazione dell'intera storia. Al di là del nostro personale giudizio su alcune conclusioni, o persino sull'importanza da attribuire a questo elemento della narrazione, l'indagine è di sicuro ben condotta, con una certa solidità nell'ancorarsi al testo e una matura tendenza a resistere agli eccessi e a non lasciarsi sviare da certe recenti sovrainterpretazioni. Carlisle sceglie di soffermarsi in particolare sulla presenza del sogno nella novella di Aristomene e in quella di Carite per mostrare i vari modi in cui questo tema viene sfruttato, e.g. per conferire autorità a un evento o per minarla del tutto, per sbloccare la trama o per complicarla: questo uso libero (o questa ambiguità) della categoria sogno implica naturalmente che nel finale un nuovo bivio si ponga tra la possibilità che il sogno "autorizzi" una storia o viceversa che una storia narrata dia conferma (e autorità) a un sogno. La questione diventa cruciale, perché finisce col coincidere con quella dell'interpretazione generale del romanzo, su cui però, mi pare, l'autore non si sbilancia molto.

L'ultimo saggio, di Niall Slater, torna a un rapporto più stretto col "contenitore" della paideia, affrontando un tratto caro alla declamazione quanto alla narrativa (specie quella che subisce l'influenza della seconda sofistica), quello della digressione artistica. Le arti visuali, e la teoria della visione in generale, acquisirono nell'età della seconda sofistica un'importanza sempre maggiore: coerentemente con questo interesse, si accumulano nei romanzi i casi di ekphrasis letterarie, giustamente definite come l'equivalente della retorica epidittica nella novellistica. Ora, come lo stesso Slater giustamente rileva, è difficile liquidare le ekphraseis apuleiane come mere interruzioni artistiche nel flusso del racconto: esse hanno quasi sempre rilevanza semantica o meglio attinenza tematica con i concetti, cruciali nel romanzo, della visione, della curiosità e del desiderio. L'analisi di Slater si concentra su due descrizioni in apertura di libro (II: Lucio che osserva Ipata, e V: Psiche alla scoperta del palazzo divino) e propone, attraverso esse, un esame del diverso trattamento cui Apuleio sottopone non solo la tecnica dell'ekphrasis ma la stessa teoria della visione. Slater si concede qualche esagerazione o considerazione di parte: rilevo ad es. come non sia vero che nel primo passo Apuleio abbia (e di proposito) escluso tutti i verbi che concernono la visione. Non si possono liquidare i participi come aspiciens, quasi che la posizione gerarchicamente inferiore nella sintassi ne limiti anche la portata semantica; inoltre lo stesso verbo principale considerabam può ben ascriversi tra i verbi di vedere (e mi resta anche il dubbio che circumeo sia usato come equivalente di perlustro). Quanto alle altre scelte verbali (che secondo Slater rappresenterebbero fondamentalmente modi di percezione alternativi alla visione), esse rispondono alla solita ricerca apuleiana di varietà e simmetria. In ogni caso, colpisce la differenza col passo di Psiche in cui l'elemento della visione è davvero enfatizzato (e ai verbi sottolineati da Slater potevano aggiungersi i successivi rimatur, conspicit, e il gioco etimologico tra admirationem e mirificum). Sebbene le conclusioni non siano immediatamente chiare per chi legge, il saggio propone almeno una suggestiva rilettura dei passi in questione.

In conclusione, il volume risulta interessante soprattutto per le possibilità di rilettura che riesce ad offrire anche per passi molto famosi. Naturalmente, come è sempre vero per le raccolte di saggi, la qualità dell'analisi varia (anche in modo importante) da un saggio all'altro, né è sempre rispettato il presupposto tematico che il congresso, prima ancora che il titolo della silloge, sceglieva come lente d'ingrandimento. Ancora, se l'intertestualità è mezzo prediletto di sfoggio della paideia, proprio in occasione delle analisi del testo in questa chiave i risultati sono quanto mai deludenti. Più in generale mi sembra che la paideia come chiave di lettura funzioni meglio (e produca risultati migliori sul piano dell'interpretazione) nel caso dell'orazione di difesa che non per il romanzo; gioca contro probabilmente anche l'enorme mole di contributi all'interpretazione di cui le Metamorfosi hanno goduto negli ultimi anni, ciò che rende davvero difficile addurre ulteriori elementi originali al dibattito.

INDICE DEI CONTRIBUTI

I THE APOLOGY STEPHEN J. HARRISON, The Sophist at Play in Court: Apuleius' Apology and His Literary Career JAMES B. RIVES, Legal Strategy and Learned Display in Apuleius' Apology WERNER RIESS, Apuleius Socrates Africanus? Apuleius' Defensive Play VINCENT HUNINK, Homer in Apuleius' Apology THOMAS D. MCCREIGHT, The "Riches" of Poverty: Literary Games with Poetry in Apuleius' Laus Paupertatis (Apology 18) STEFAN TILG, Eloquentia ludens - Apuleius' Apology and the Cheerful Side of Standing Trial

II THE METAMORPHOSES MAAIKE ZIMMERMAN, Cenatus solis fabulis: A Symposiastic Reading of Apuleius' Novel ROBERT E. VANDER POPPEN, A Festival of Laughter: Lucius, Milo, and Isis Playing the Game of Hospitium ELIZABETH M. GREENE, Social Commentary in the Metamorphoses: Apuleius' Play with Satire AMANDA G. MATHIS, Playing with Elegy: Tales of Lovers in Books 1 and 2 of Apuleius' Metamorphoses DAVID P. C. CARLISLE, Vigilans somniabar: Some Narrative Uses of Dreams in Apuleius' Metamorphoses NIALL W. SLATER, Apuleian Ecphraseis: Depiction at Play

Notes

1. Rives cita F. Gaide Apulée de Madaure a-t-il prononcé le De Magia devant le proconsul d'Afrique? LEC 61, 1993, che riteneva addirittura "del tutto inappropriate" molte sezioni della prima parte dell'opera.

2. Che solo qui Apuleio chiami il personaggio omerico col nome di Alexander mi sembra già ben giustificato dallo stesso Hunink come derivazione diretta e immediata dall'ipotesto (p. 78); non c'è bisogno di andare a scomodare inverosimili contemporanee allusioni ad Alessandro il Grande.

3. Confesso di restare piuttosto scettica sulla possibilità che in Apol. 18, 6-8 (la digressione sulla paupertas) Apuleio, attraverso la menzione di Omero, alluda in effetti direttamente ad Odisseo. Lo stesso contesto, la simmetria della lista (che associa personaggi famosi poveri con una virtù apparentemente conseguenza della stessa povertà) scoraggia dal pensare che, solo nel caso di Omero, il lettore fosse portato a "scollare" personaggio menzionato e qualità associata, e ipotizzare altri riferimenti sottostanti. Non vedo difficoltà nel giustificare il nesso paupertas diserta come un analogo del concetto, quasi di repertorio, espresso dall'oraziano carm. 2, 2, 51 s. 'paupertas inpulit audax ut versus facerem'.

4. È questo un motivo risalente all'Ifigenia in Aulide di Euripide che viene variamente declinato anche in latino (Cic. de inv. 1, 32, 54; pro Sext. 18, 40; Sen. contr. 10, 2, 6; Hier. adv. Ruf. 3, 2) e ritorna persino nei testi giuridici (col giureconsulto Paolo in Dig. 50, 17, 42), ma su questo basti un'occhiata ai repertori di proverbi e frasi idiomatiche.

5. su questo nello stesso volume, Rives, p. 27, con alcuni esempi.

6. Come ho mostrato in un mio recente contributo, cf. L. Nicolini, 'Ad (l)usum lectoris', MD 58, 115-180.

7. Ultimamente analizzato in questa prospettiva con grande lucidità da L. Graverini, Le Metamorfosi di Apuleio. Letteratura e identità , Pisa 2007, pp. 119-149 in particolare.

8. Come ha ben dimostrato in tempi passati C. Schlam, The Scholarship of Apuleius since 1938, CW 64, 1971, p. 295 in particolare.

9. Che la salvezza del protagonista non arrivi per meriti ma gratuitamente è idea largamente condivisa, ma rimando da ultimo al saggio di introduzione in L. Nicolini, Apuleio. Le Metamorfosi, Milano 2005, pp. 20 ss.

10. Su questo benissimo da ultimo Graverini 2007, pp. 47-55 in particolare.

11. Rimando ancora a Keulen ad loc. per questa esclamazione tragica (o tragicomica) che nella struttura tipica della miseratio, mirava a destare la compassione nell'uditorio (Quint. Inst. 6, 1, 24) e che, frequente anche nella commedia, conosceva addirittura delle prescrizioni sulla pronuncia (era raccomandato prolungarne le vocali).

12. Un'ottima discussione proprio su questa esclamazione (a common piece of verbal furniture in a wide range of discursive situations i latin) è contenuta in S. Hinds, Allusion and Intertext. Dynamics of appropriation in Roman poetry, Cambridge 1998, pp. 30-34; con riferimento all'ipotesi di McKeown secondo cui la ripresa di questo tassello in Ovidio celerebbe una precisa allusione a Properzio, Hinds ne analizza diffusione, ambiti di utilizzo e, conseguentemente, effettivo grado di allusività. E lascio alle sue parole la conclusione anche sul nostro passo: "So, with the theatres, the speakers' platforms, perhaps the very streets of Rome resounding with the cry me miserum, how can a non-exclamatory Propertian miserum me make itself heard above the hubbub?" (read complete article)

2008.12.17

Lindner, Martin. Rom und seine Kaiser im Historienfilm. Frankfurt am Main: Verlag Antike, 2007. Pp. 332. EUR 49.90. ISBN 9783938032183.
Reviewed by Kresimir Matijevic, Universita+t Trier (matijevi@uni-trier.de)

Der historische Film ist wieder en vogue! Zahlreiche Publikationen in ju+ngerer Zeit belegen zudem das ansteigende Interesse der Wissenschaft, und zwar nicht nur der althistorischen Forschung, sondern ebenso der Medienwissenschaften.[[1]] Auch Martin Lindern (fortan L.) ist schon durch die Herausgabe und inhaltliche Mitgestaltung eines Sammelbandes hervorgetreten.[[2]]

Die vorliegende Arbeit, bei der es sich um L.s Dissertation handelt, was allerdings nur indirekt aus dem Vorwort hervorgeht, setzt sich die "Suche nach benennbaren Schemata und spezifischen Abwandlungen in der filmisch erza+hlten Antike unter besonderer Beru+cksichtigung der Ro+mischen Kaiserzeit" (11) zum Ziel. Dabei ist mit "Rom" das gesamte ro+mische Reich gemeint, eingeschlossen sind die mit ihm interagierenden Nachbarn. Der zeitliche Rahmen umfasst die spa+te ro+mische Republik und die Kaiserzeit bis zum vierten nachchristlichen Jahrhundert.

Unter "Historienfilm" versteht L. "filmisches Erza+hlen mit Schwerpunkt auf zum Zeitpunkt der Produktion vergangenen Ereignissen, das von einem zumeist nicht na+her spezifizierten Publikum als Umsetzung eines Teils der 'wahren Geschichte' akzeptiert werden kann oder soll. Der Begriff 'Antikfilm' fungiert abgrenzend als Unterkategorie von Produktionen, die ausschließlich oder mehrheitlich auf den entsprechenden zeitlichen und thematischen Abschnitt der Historie sowie auf die zugeho+rigen Erza+hlstoffe zugreifen" (16f.), wobei "historische" von "mythologischen Antikfilmen" unterschieden werden. Schon in der ausfu+hrlichen Einleitung (11-31) ku+ndigt L. allerdings an (16 Anm. 14), dass im sechsten und letzten Kapitel der Arbeit eine Umformulierung und Pra+zisierung dieser Definitionen erfolgen wird. Die dort zu findende, nu+tzliche theoretische Auseinandersetzung ha+tte man vielleicht besser an den Anfang der Arbeit gestellt, zumal es sich um ein Problem handelt, welches die ganze Arbeit durchzieht (17), und die u+brigen Kapitel fu+r die theoretische Diskussion keine gewichtigere Rolle spielen.

Von den etwa 1000 Antikfilmen spielen etwas weniger als 200 in dem von L. definierten Zeitraum, wobei alle unterschiedlichen Arten der Filmproduktion (Realfilm, Zeichentrick etc.) Beru+cksichtigung finden. Zeitlich gesehen la+sst sich das Material in zwei Hochphasen der Beliebtheit des Antikfilms einteilen: Die erste Phase umfasst die Anfangszeit des Film bis in die 1930er Jahre, die zweite die Nachkriegszeit bis in die 1960er Jahre, wobei der genaue Abschluss des zweiten Abschnitts und die seinem Ende zugrunde liegenden Ursachen umstritten sind (18 Anm. 20). Gleiches gilt fu+r die Frage, ob der ju+ngste Schwung an Antikfilmen eine dritte 'Welle' darstellt oder nicht (29), wobei auch diese Diskussion erst im letzten Kapitel aufgenommen wird.

In einem Exkurs widmet sich L. dem Problem der "richtigen Edition". Die vielen verschiedenen Versionen ein und desselben Films (verschiedene La+nderfassungen, geschnittene Versionen, director's cuts, Neuvertonungen etc.) machen eine genaue und einheitliche Angabe der benutzten Fassung unumga+nglich. Fu+r seine Untersuchung zieht L. "aus finanziellen und (arbeits-)technischen Gru+nden" anstelle der ersten Kinofassung jeweils die dieser "am na+chsten stehende und in Deutschland legal verfu+gbare Version" heran (27). Schon hier sei die vorbildliche Filmographie am Ende des Buches (267-326) erwa+hnt, welche sich an den von der 'Lernwerkstatt Geschichte' vorgeschlagenen Richtlinien orientiert und eine U+berpru+fung der Zitation der Filme, welche minutengenau erfolgt, ermo+glicht.

Der folgende Abschnitt (32-72) ist dem Problem der Authentizita+t gewidmet. L. stellt im Anschluss an Robert Toplin heraus, dass bislang keine gesicherten Aussagen u+ber die Breitenwirkung von Filmen vorliegen. Somit sei die Ansicht, dass Fehler in historischen Filmen zu Fehlern im Geschichtsbild des Zuschauers fu+hrten, rein spekulativ. Ebenso mo+glich sei, dass der Zuschauer durch die mediale Pra+senz eines Themas dazu bewegt werde, weitere Informationen einzuholen, um das Dargestellte differenziert beurteilen zu ko+nnen. Nichtsdestoweniger deuten sowohl das Herausstellen der Historizita+t der gezeigten Ereignisse durch die Filmschaffenden als auch das Aufweisen von Fehlern durch die Kritiker darauf hin, dass man im Allgemeinen der Ansicht ist, dass historische Korrektheit einen Film 'besser' macht.

Bei Fehlern in der filmischen Darstellung unterscheidet L. zwischen technischen, handlungslogischen, gegensta+ndlichen und faktisch-historischen Fehlern. Die ersten beiden Kategorien gehen zumeist auf handwerkliche Versa+umnisse zuru+ck. Dass derartige Fehler "dem Betrachter als eindeutig und daher nicht als erwa+hnenswert" (45) gelten, ist allerdings keineswegs der Fall. Beliebte Internet-Seiten widmen sich z.T. ausschließlich dieser Art von Fehlern (z.B. Die Seher). Die Forschung konzentriert sich dagegen auf den Nachweis gegensta+ndlicher und faktisch-historischer Fehler, wobei L. aufzeigen kann, dass dieses keinesfalls mit letzter Konsequenz unternommen wird. So wird das kreative Fu+llen von U+berlieferungslu+cken in der Regel nicht moniert. Die Basis einer Kritik liege also im Vergleich des Gezeigten mit dem vorhandenen antiken Quellenmaterial, wobei eine sklavische Quellentreue nicht automatisch historische Korrektheit beschere. Bestes Beispiel ist hierfu+r der Film 'Caligula', der sich stark an Suetons Biographien orientiert. Authentizita+t wird folglich besonders an der exakten Wiedergabe der sachlichen Quellen festgemacht.

Trotzdem fu+hrt eine ungenaue Darstellung nach L. nicht automatisch dazu, dass ein Film von allen Zuschauern als nicht authentisch empfunden wird, was in den verschiedenen Realita+tskonzepten begru+ndet liege. Da der durchschnittliche Zuschauer auf spezielle Fehler ha+ufig gar nicht aufmerksam werde, ko+nne er einen Film noch als realistisch empfinden, wenn ein Spezialist das Gezeigte schon als nicht authentisch klassifiziert habe. Freilich sollte man auch hierbei beru+cksichtigen, dass keine gesicherten Erkenntnisse fu+r diesen Schluss vorliegen.

Dass die Filmstudios von einer gewissen Authentizita+tserwartung beim Konsumenten ausgehen, zeigen nach L. die verschiedenen filmischen Techniken (etwa den Film einleitende Quellenzitate), die einen realistischen Eindruck evozieren sollen.[[3]] Das Herausstreichen der historisch korrekten Darstellung ist nach Ansicht von L. somit ein Werbeversprechen wie die Garantie "spektakula+rer Action" oder "dichter Atmospha+re" (67), und solange Realismus ein Verkaufsargument sei, mu+sse die Kritik von gegensta+ndlichen und faktisch-historischen Fehlern eine angemessene Rolle spielen.

Das dritte Kapitel "Traditionen" (73-105) behandelt die Quellen des Antikfilms. Hierbei wird als erstes die "direkte intermediale Tradition" (unmittelbare Benutzung antiker Quellen) thematisiert, und zwar sehr detailliert am Beispiel 'Caligula' (75-89), daneben ferner die "vermittelte intermediale Tradition" (Benutzung nichtfilmischer Vorlagen, die ihrerseits auf den antiken Quellen basieren ko+nnen, z.B. historische Romane) und die "intramediale Tradition" (Filme als Vorlage von Filmen, z.B. Remakes oder Parodien). In aller Regel ist die Identifikation der verschiedenen, einem Film zugrunde liegenden Traditionen sehr schwierig. So werde beispielsweise 'Caligula' inhaltlich zwar von Suetons Biographien beeinflusst, ebenso aber "von seiner Verwandtschaft zum 'Nummernporno', von dessen Erza+hlaufbau, Figureninventar und A+sthetik" (97). Zusa+tzlich erschwerend bei der Identifikation der verschiedenen, einem Film zugrunde liegenden Traditionen wirkt sich der Umstand aus, dass ein Film immer eine Gemeinschaftsproduktion ist mit vielen undokumentierten Einflu+ssen durch zahlreiche Personen, nicht zuletzt die Schauspieler.

Im vierten Kapitel befasst sich L. mit den „Erza+hlformen“ (106-139). Bezu+glich der Auswahl der Figuren sei festzustellen, dass im Antikfilm zur römischen Kaiserzeit zahlreiche Namenlose und unwichtige Nebencharaktere mitspielen. Anders als „in den meisten mythologischen Antikfilmen bildet die extreme Zentrierung auf einen einzelnen ‚Helden’ dabei nicht unbedingt die Regel“ (109). Meistens habe man mehrere ma+nnliche Hauptfiguren, in den Filmen der Untersuchungsgruppe besonders Mitglieder der ho+chsten Familien oder des Kaiserhauses (im Unterschied z.B. zum Mittelalterfilm, in dem nach L. Herrscherfiguren nur Randerscheinungen sind). Anhand einer nu+tzlichen Aufstellung (112f.) kann L. belegen, dass unter den dargestellten Herrschern die Mitglieder der iulisch-claudischen Dynastie dominieren und dass hiervon konsequenterweise auch der zeitliche und ra+umliche Aufbau (in der Regel gro+ßere Siedlungen/Sta+dte) der Filme bestimmt wird. Die Ursachen fu+r die thematische Konzentration auf das genannte Herrscherhaus sind schwer auszumachen. Ein Grund ko+nnte darin liegen, dass man sich gern an vorhandenen Konzepten orientiert, die sich bereits als erfolgreich erwiesen haben. Dabei sei an dieser Stelle hinzugefu+gt, dass dieses Vorgehen seitens der Filmindustrie nicht nur auf die Historienfilme zutrifft; man denke nur an die 'Rocky'-Reihe oder die u+berma+ssig lange 'Police Academy'-Serie! Erst in der Zusammenfassung des Kapitels a+ussert L. die These, dass der inhaltlichen Reduktion der von ihm untersuchten Gruppe von Filmen "die Idee der (legitimationsstrategisch gesprochen) 'glaubwu+rdigsten Geschichte' zugrunde liegt, d.h. der "Wunsch [...] eine mo+glichst fugenlose Erza+hlung aufzubauen, die wegen der Besinnung auf Etabliertes 'sicheres Terrain' bedeutet" (137).

Der na+chste Abschnitt ist den "Kaiserbildern" (140-189) gewidmet. L. stellt heraus, dass der gegen Bo+sewichte ka+mpfende Held ein zentrales Element des Antikfilmes ist. Der 'gute' Kaiser beweise sich auf dem Schlachtfeld, enthalte sich willku+rlicher Gewalt und greife nur im Dienste ho+herer Zwecke auf sie zuru+ck, habe heterosexuelle Pra+ferenzen, die nie ausarten, oder sei aufgrund seines Alters gegen sexuelle Reize immun, verhalte sich in religio+ser Hinsicht pragmatisch und sei misstrauisch gegen alles U+bernatu+rliche.[[4]] Dagegen nehme der 'schlechte' Kaiser nicht an Schlachten teil oder verfolge sie nur aus grosser Entfernung, greife ru+cksichtslos zu gewaltta+tigen Mitteln, um seinen Willen durchzusetzen oder auch nur aus Freude an seiner Macht, sei sexuell nicht eindeutig orientiert, neige zu Inzest, missbrauche seine Macht fu+r die Befriedigung seiner perversen Gelu+ste und erkla+re sich selbst zum Gott.

Neben diesen typisch guten bzw. schlechten Eigenschaften der Kaiser stehen nach L. allerdings auch individualisierende Charakterzu+ge, die den Unterschied zwischen den bekannteren guten Herrschern, wie Caesar und Marc Aurel, oder den bekannteren schlechten, wie Nero und Caligula, ausmachen. Dabei ist L. der Ansicht, dass sich "mit ganz wenigen Ausnahmen [...] bei den Kaiserfiguren keine Entwicklung nachweisen" la+sst (176). Leider geht L. nicht na+her auf diese "Ausnahmen" ein. So ha+tte man gerne Na+heres daru+ber erfahren, warum gerade Octavian/Augustus, von dem L. in der Zusammenfassung am Schluss des Buches meint, dass seine Darstellung sich in den Filmen 'Antonio e Cleopatra', 'I, Claudius', 'Le Legioni di Cleopatra', 'Kureopatora' oder in Shakespeares 'Antony and Cleopatra' jeweils unterscheide (222), anscheinend zu diesen Ausnahmen zu rechnen ist.

Das letzte Kapitel "Genre" (190-221) nimmt als Ausgangspunkt fu+r die Diskussion um den Genre-Begriff 'Antikfilm' den Oscar-pra+mierten Kassenschlager 'Gladiator' und den wissenschaftlichen Disput um die Frage, ob es sich bei diesem Werk um einen Antikfilm handelt oder nicht, wobei diese Frage auch daru+ber entscheidet, ob man inzwischen von einer dritten 'Welle' des historischen Antikfilmes sprechen sollte.

Rainer Rother hat in einem kurzen Artikel des Jahres 2001 eine Wiederbelebung des Genres durch 'Gladiator' bestritten.[[5]] Zwar ko+nnte allein die Quantita+t der Antikfilme im Gefolge von 'Gladiator' inzwischen den Anschein erwecken, dass die Frage bereits entschieden ist. Allerdings ist auch mehrere Jahre nach Rother von Mischa Meier a+hnlich geurteilt worden,[[6]] weshalb sich L. ausfu+hrlich mit den Argumenten Rothers und Meiers auseinandersetzt. Rother macht seine Ansicht an drei Hauptfaktoren fest: technische Entwicklung, Darstellung von Sexualita+t und moralische Tendenz. Im Gegensatz zu 'Gladiator' ha+tten die Antikfilme der ersten beiden Hochphasen bedeutende technische Neuerungen enthalten. Ferner erkennt Rother - nach Ansicht von L. korrekt - "eine Diskrepanz zum christlichen Pathos fru+herer Produktionen" (194) und den "differenzierenden Verzicht auf die Darstellung von Sexualita+t" (195). L. kann diese Faktoren wie auch weitere Argumente Rothers und von Meier ins Spiel gebrachte Punkte entkra+ften, zum Teil, indem er sie zwar nicht widerlegt, aber ihre Bedeutung fu+r die Zuschreibung zum Genre 'Antikfilm' in Frage stellt. Letztlich handelt es sich also um eine reine Frage der Definition: Was sind die entscheidenden Kriterien eines Antikfilmes?

Nach einer Problematisierung des 'Genre'-Begriffes schla+gt L. vor, von Antikfilmen "im engeren Sinn" und "im weiteren Sinn" (217f.) zu sprechen, wobei zur zweiten Kategorie alle Filme zu za+hlen seien, die "nach der u+blichen Epocheneinteilung" (217) in der Antike spielen. Antikfilme "im engeren Sinn" stellten zudem "historische Personen, Ereignisse und Orte ins Zentrum" (217) der Darstellung, wobei L. sich bewusst ist, dass dieses Kriterium nur "ma+ssig trennscharf" (217) ist.

Den Schluss des Buches bilden eine Zusammenfassung "Fazit und Ausblick" (222-229), ein ausfu+hrliches Literaturverzeichnis (233-265), die bereits erwa+hnte Filmographie (267-326), die alle erwa+hnten Filme detailliert auflistet, und ein Personenregister (327-332).

L. betritt mit seinem Buch zweifellos Neuland und gerade die theoretischen Aspekte haben epochenu+bergreifenden Wert. Der sta+ndige Vergleich mit bekannten und weniger bekannten Filmen anderer Genres ist sicherlich gleichfalls ein Kriterium, das der kundige, medienwissenschaftlich versierte Leser zu scha+tzen weiß. Daneben fehlt aber zumindest dem Rezensenten die deutliche Schwerpunktsetzung, die der Titel der Arbeit verspricht. Nicht wenige der von L. herausgestellten Erkenntnisse sind auch auf viele weitere Film-Genres u+bertragbar, wie L. selbst bisweilen bemerkt (147f.). Eine intensivere Diskussion der abweichenden Einzelfa+lle wa+re gelegentlich sicher fruchtbarer gewesen als das Herausstellen der u+berdeutlichen Gemeinsamkeiten.

Daneben steht das Problem, dass die von L. herausgestellten Thesen gelegentlich nicht angemessen nachvollzogen werden ko+nnen. Aufstellungen wie die erwa+hnte zur Darstellung der einzelnen Mitglieder der iulisch-claudischen Dynastie in den verschiedenen Antikfilmen (112f.) sind leider die Ausnahme. Wenn L. feststellt, dass "in den meisten mythologischen Antikfilmen" der einzelne Held im Zentrum der Handlung steht, im historischen Pendant dagegen "nicht unbedingt", dass letzterer "in der Regel" in gro+sseren Siedlungen oder Sta+dten spielt und dass die Kaiserfiguren von Antikfilm zu Antikfilm "mit ganz wenigen Ausnahmen" keine Entwicklung durchmachen, dann sind diese bewusst vorsichtig formulierten A+usserungen, so plausibel sie gro+sstenteils klingen, fu+r den Leser nicht u+berpru+fbar, da L. zwar einige Beispiele, selten aber absolute Zahlen als Beleg fu+r die verschiedenen Thesen nennt.

Den positiven Gesamteindruck ko+nnen diese Kritikpunkte, die ja zum Teil der schwierigen Materialu+bersicht geschuldet sind, allerdings nicht tru+ben. L.s Untersuchung wird zuku+nftigen Studien, und zwar nicht nur althistorischen, sondern gerade auch allgemeiner medienwissenschaftlich gepra+gten Forschungen zweifellos als nu+tzlicher Ausgangspunkt dienen, vor allem in theoretischer Hinsicht.

[[1]] Siehe zuletzt M. Meier/S. Slanička (Hrsg.), Antike und Mittelalter im Film. Konstruktion - Dokumentation - Projektion (Ko+ln 2007), welche von M. Lindner in H-Soz-u-Kult rezensiert wurde. Eine ausfu+hrliche Literaturliste bietet A. Juraske, Bibliographie "Antike und Film", AAHG 59, 2006, 129-178. Siehe auch die von mir erstellte, epochenu+bergreifende Literatur-Liste auf der im Rahmen eines studentischen Projekts erstellten Internet-Seite zum historischen Film.

[[2]] M. Lindner (Hrsg.), Drehbuch Geschichte. Die antike Welt im Film, Antike Kultur und Geschichte 7 (Mu+nster 2005). Der Band vereint acht Beitra+ge von Forscherinnen und Forschern verschiedenster Disziplinen.

[[3]] Etwas verwunderlich ist der Umstand, dass L. hierbei als Fallstudie ausgerechnet 'The Ten Commandments' dient, welcher nicht zu der eingangs definierten Untersuchungsgruppe geza+hlt werden kann.

[[4]] Hierbei wird Caesar als Beispiel angefu+hrt. Den von L. angedeuteten Widerspruch (170f.) zwischen der filmischen Darstellung des Dictators und dem historischen Caesar, der seine Vergo+ttlichung selbst auf den Weg brachte, kann ich nicht erkennen. Pragmatische Politik nutzte in der spa+ten Republik gerne Religion zu ihrem Vorteil aus. Dass Caesar als Gott verehrt werden wollte, belegt keineswegs seine Religiosita+t. Dabei ist es vo+llig unwesentlich, ob die Vergottung vor oder nach seinem Tod eintreten sollte; vgl. hierzu K. Matijevic, Antonius und die Vergottung Caesars. In: W. Spickermann/K. Matijevic/H. H. Steenken (Hrsg.), Rom, Germanien und das Reich. Festschrift zu Ehren von R. Wiegels anla+sslich seines 65. Geburtstages (St. Katharinen 2005) 80-103.

[[5]] R. Rother, Ru+ckkehr des Sandalenfilms? U+ber Genre und Einzelstu+ck, Merkur 55 (2001) 356-361.

[[6]] M. Meier, "Gewinne die Menge!" Warum der Hollywood-Antikfilm mit Gladiator (noch) nicht wieder auferstanden ist, Werkstatt Geschichte 36 (2004) 92-102. (read complete article)

2008.12.16

László Várady, Classical Political Thought at Work: Thucydides, Roman Convergence, Modern Challenges. Budapest: Akadémiai Kiadó, 2007. Pp. 87. ISBN: 9789630585354. $20.00.
Reviewed by Wolfgang Polleichtner, Ruhr-Universität Bochum (wolfgang.polleichtner@rub.de)

In seinem Vorwort schreibt Várady (V.), dass er sein Buch als einen Beitrag zur angewandten politischen Theorie versteht, die in der Antike die organische Basis zum Verständnis aller späteren Zeitepochen bis hin zur Gegenwart sieht. Thukydides sei hier ein besonders untersuchenswerter Fall, da in seiner Person Historiker und Admiral zum Politiktheoretiker verschmelzen (so V.). V.s zweites Thema stellt der Zeitabschnitt dar, in dem Rom auf die Herausforderung durch Makedonien antworten muss. Vor diesem Hintergrund möchte V. zeigen, wie tagesaktuell die Erkenntnisse sind, die die Moderne hieraus ziehen kann und sollte, um eine historisch-politische Kultur zu schaffen, die in Zukunft dabei helfen soll, Katastrophen und Konflikte zu vermeiden. Ergänzt werden die beiden genannten Themenkreise durch drei Appendices zu ähnlichen Punkten, bei denen nach V.s Meinung die Moderne durch die Erfahrung der Antike etwas lernen könne: bezüglich der Universalisierung von Zivilisationen, hinsichtlich des Umgangs mit grossem Reichtum und im Umgang mit Image-Problemen von hochrangigen Politikern. Ob man V. zustimmt, hängt aufgrund seiner Themenwahl natürlich zwangsweise davon ab, ob man die Gegenwart, die beschriebenen Ereignisse der Antike und deren von V. als solche erkannte Parallelen oder Gegensätze genauso sieht wie er. V. jedenfalls ist davon überzeugt, dass sein Ansatz wichtige Politikregeln aufzeigen kann, die das menschliche Leben zu jeder Zeit bestimmt haben und weiter bestimmen. Das Buch bewegt sich also auf der einen Seite im althistorischen Bereich, versucht aber immer wieder den Schulterschluss mit der Politikwissenschaft. V.s Einsichten sind dabei sehr bedenkenswert und erwachsen stets aus reicher Kenntnis der besprochenen Sachverhalte.

Dennoch müssen zwei Bedenken gleich am Anfang vorgetragen werden. In seinem Buch von 20021 bringt V. auf Seite 14 vor, dass die in der heutigen Sekundärliteratur übliche Masse von Bezugnahmen auf Fachliteratur nicht von wirklichem Nutzen sei. Dieser Maxime ist V. auch in diesem Buch treu geblieben. So fehlen Fussnoten fast völlig, und Sekundärliteratur wird lediglich in kurzen bibliographischen Anmerkungen am Ende der Kapitel eingefügt. Was in Büchern legitim ist, die sich an einen grösseren Kreis von Nicht-Fachwissenschaftlern wenden, erscheint mir hier jedoch nicht unbedingt passend zu sein, da sich V.s Buch, nach seinem Duktus zu urteilen, doch wohl eher an den Fachwissenschaftler wendet. Nicht jeder Leser ist aber gleichmässig bewandert in moderner Politikwissenschaft und Altertumswissenschaft. Man hätte doch gerne bisweilen gewusst, wo V. seine eigenen Thesen in der modernen Forschung in beiden Feldern verortet, zumal sich die bibliographischen Angaben, die gegeben werden, auf die Altertumswissenschaft beschränken. Hier wäre also erstens "mehr" tatsächlich auch "mehr" gewesen.2 Zweitens hätte der Verlag das Buch besser lektorieren müssen. Zu viele äusserliche Fehler sind stehengeblieben.

V.s erstes Kapitel behandelt Präliminarien. V. möchte, dass der Leser dieses Buch und vier zuvor von ihm publizierte Bücher3 als eine inhaltliche Einheit betrachtet, die auf der Antike basierend mit der Moderne im Blick ein System der historisch-politischen Philosophie vorlegt (11). V. bezeichnet dieses System als "kasuistisch-kasuologisch historisches Denken". Dieses Denken, so V., lasse die "pragmatische Geschichte" des Thukydides und des Polybios weit hinter sich, sammle und untersuche ein Portfolio von wichtigen geschichtlichen Fällen. Die Übersicht über diese Fallstudien stelle dann eine "Kasuologie" für zukünftige Beurteilung von politischen Prozessen zur Verfügung, wobei V. vor einfachen Analogieschlüssen warnt. So einfach wiederhole sich Geschichte nicht. Die Antike stelle in diesem Zusammenhang ganz besonders gut verwendbares Material zur Verfügung, da sie deutlicher zu fassen, zugänglicher und exakter definiert sei als andere Zeitpochen, vielmehr sogar in allen anderen Epochen ihre zeitlose Gültigkeit durch ihr Alter bekräftige habe.

Die weniger als drei Seiten (11-13), die V. dieser Diskussion zur Verfügung stellt, reichen aber meines Erachtens mitnichten aus, um alle angesprochenen Themen ausreichend zu begründen. Vor allem die Grundannahme, dass die Antike wirklich ein Fundus sei, aus dem für den in aktuellen Entscheidungsprozessen stehenden Menschen von heute "besseres" Material geschöpft werden kann als aus anderen Epochen, erscheint merkwürdig. Aufgrund der spärlicher als etwa für zeitgenössische Ereignisse fliessenden Quellen kann man doch nicht annehmen, dass geschichtliche Ereignisse grundsätzlich besser erschlossen seien als heute. Wenn sie lediglich den Anschein erwecken, leichter zu beurteilen zu sein, dann sollte man demjenigen, der sich darum bemüht, etwas über bestimmte Ereignisse in der Antike zu erfahren, bestimmt nicht einreden, hier einfachere Zugänge zu finden. Gerade der Mangel an Quellen erschwert nicht selten das Verstehen.4 V. weist auch selbst auf diese grundsätzliche Schwierigkeit hin, dass geschehene Geschichte immer dazu tendiert, sich in ihren wirklichen Ausmassen vor dem Betrachter zu verbergen (13-16). Doch wo genau hier der Unterschied zwischen der Antike und anderen Zeitepochen liegt, wird nicht gesagt. Selbstverständlich soll hier nicht in Abrede gestellt werden, dass im Sinne V.s auch die Disziplin der Alten Geschichte Beiträge leisten kann. Doch muss gefragt werden, wo denn genau der angebliche Mehrwert der Theorie V.s gegenüber den Ansichten von Thukydides und Polybios über den Wert des Geschichtsstudiums liegt.

V. befasst sich in seinem zweiten Kapitel (17-37) mit "Facetten des politischen Denkens des Thukydides". V. geht davon aus, dass Thukydides' familiäre und persönliche Umstände ihm gute Bedingungen dafür lieferten, sich zum Historiker zu entwickeln. Seine soziale Stellung ermöglichte es Thukydides, so V., eine höhere, gewissermassen gesamtgriechische Perspektive, die jedenfalls über einen nur auf Athen eingeschränkten Blickwinkel hinausgeht, einzunehmen und auf hoher Ebene direkt in politische Prozesse selbst involviert zu sein. Bei der Besprechung der folgenden Fallstudien aus dem Werk des Thukydides geht V. davon aus, dass Thukydides' Äusserungen zur Frage der Originalität der in seinem Werk enthaltenen Reden (1.22.1) deswegen so gemacht sind, wie sie sich lesen, um Thukydides möglichst grosse Freiheit bei der Darstellung seiner eigenen politischen Analysen und Überzeugungen zu geben.5 V.s weiteres Vorgehen in diesem Kapitel besteht zunächst darin, die Abschnitte 1.66-69, 70-71.3, 73-78, 80-88 und 120-124 daraufhin zu untersuchen, welche Ansichten Thukydides hinsichtlich zwischenstaatlicher Konflikten und solcher zwischen Bundesgenossen hatte. Darauf folgt eine Auflistung derjenigen Charakteristika, die in der Interpretation V.s eine Demokratie nach Thukydides (2.47-46 und 64.3-5) haben sollte. Ein weiteres Augenmerk V.s liegt auf der Frage, welche Restriktionen es für die Macht und den Krieg geben sollte. Dazu untersucht V. den Melierdialog und die Reden in Kamarina. Die jeweils gezogenen Schlüsse V.s regen zweifellos zum Nachdenken an. Ebenso zweifellos sind die dargestellten Überlegungen, die Thukydides angestellt haben kann, ohne weiteres auch anhand von aktuellen Fällen nachvollziehbar.6 Allerdings gibt V. in dieser Hinsicht nicht zu erkennen, wo er mögliche Anwendungsbereiche dieser Überlegungen sieht.

Davon unabhängig aber sollte der Leser, wenn er die genannten Textpassagen nicht auswendig kennt, immer den Text des Thukydides parallel verfolgen. V. gibt nur bisweilen--und selbst dann auch nur sehr freie--Textparaphrasen, so dass er meist sofort unter Voraussetzung ziemlich genauer Textkenntnis die Ergebnisse seiner Analysen des thukydideischen Textes präsentiert.

Das dritte Kapitel ist überschrieben: "Oligarchic Competency for ars gubernandi in Rome's Great Macedonian Challenge" (39-57). In diesem Kapitel wird im Gegensatz zu Kapitel II sehr deutlich, worin V. die wichtigen Lektionen sieht, die die Moderne von der auch auf kulturellem Gebiet sehr bedeutenden Begegnung zwischen Rom und Griechenland seit der Zeit des ersten Makedonischen Krieges lernen kann: in der Immigrationspolitik auf dem Gebiet der Selbst- und Fremdwahrnehmung von indigener Bevölkerung und ankommenden Fremden. Während die von V. dargestellten Sachverhalte sicherlich in sich selbst stimmig sind, ist meines Erachtens doch zu fragen, ob heutige Migrationsproblematiken mit dem, was damals geschah, vollständig vergleichbar ist. Damals drang ein organisierter Staat mit Waffengewalt auf das Herrschaftsgebiet fremder Völker vor. Heute vollzieht sich Migration, wenn sie nicht durch Vertreibung oder ähnliche Vorgänge erzwungen ist, doch als weitgehend unorganisiert auftretendes Massenphänomen. Gerne hätte ich hierzu eine ausführlichere Analyse gelesen, auch wenn V. unbedingt zuzustimmen ist, dass die Römer in Griechenland einen sehr auf Integration und nicht auf Konfrontation setzende Politik betrieben. Wichtig ist für V. die Feststellung, dass es damals keine kulturelle Einbahnstrasse von den Griechen zu den Römern gab. Die philhellenischen Römer hatten nach V. den Griechen Einiges zu bieten: vor allem auf juristischem, natürlich auf militärischem und auch auf rhetorischem Gebiet.

An dieser Stelle hätte ich nun eine Zusammenfassung erwartet, die gezeigt hätte, inwiefern die beiden Kapitel II und III zusammenhängen. Die Erledigung dieser Aufgabe bleibt dem Leser überlassen und es wird ebenfalls nicht ganz klar, wieso die folgenden Kapitel als Appendices bezeichnet werden, während die vorigen Buchabschnitte als Kapitel kategorisiert wurden.

Es schliessen sich drei Appendices an. Der erste (61-70) behandelt "Experiences of Antiquity in Modern Civilizational Universalization". Ausgehend von der grundsätzlichen Annahme, dass die Moderne zu einem nicht geringen Teil letztlich auch aus der Antike hervorgegangen ist, beschreibt V. viele Phänomene, die es heute wie damals gegeben hat und gibt: eine ungleiche Verteilung von Reichtum und Ressourcen, ein Bildungsgefälle, einen Gegensatz zwischen weit entwickelten kulturellen Zentren und der Entwicklung weit hinterherhinkenden Peripherien, die Entwicklung von politischen Richtungen und Parteien usw. V. ist es ein berechtigtes und grosses Anliegen, hier sorgfältig zwischen moderner Begrifflichkeit und antiken Fakten zu unterscheiden. Die Entwicklung des Nationalstaats des 20. Jahrhunderts etwa wird genau abgegrenzt zu vergleichbaren Prozessen in der griechischen und römischen Antike. Für V. ist es am Ende wichtig, darauf hinzuweisen, dass derjenige, der politisch heute entscheiden muss, gute oder bessere Argumente finden und insgesamt ein fundierteres Urteil fällen kann, wenn ihm ein möglichst breites geschichtliches Wissen zur Verfügung steht. V. aktualisiert also einmal mehr, was auch zum Beispiel Johann Wolfgang von Goethes Einsicht im West-östlichen Diwan feststellte: "Wer nicht von dreitausend Jahren / sich weiss Rechenschaft zu geben, / bleib im Dunkeln unerfahren, / mag von Tag zu Tage leben."

Appendix II (71-76) trägt die Überschrift: "Spell of Megawealth in Society and Politics: A Span from Antiquity to Modernity (Additional Insights)."7 Hier entwickelt V. die These, dass in der Antike ohne eine ungleiche Verteilung von Vermögen ein wirklich einflussreiches politisches, soziales, kulturelles und wissenschaftliches Handeln nicht möglich war. Diese Tatsache sei auch heute gültig und dürfe nicht, wie bisher häufig geschehen, tabuisiert werden.

Der dritte Anhang beschäftigt sich mit Image-Problemen von hohen Politikern und zieht zur vergleichenden Diskussion Plutarchs Perikles heran (77-87). Plutarch zeige ein paar Fakten, die schon damals wie auch heute die Basis für das Leben eines Politikers bilden würden. Etwa könne ein Politiker sich nicht prinzipiell gegen das öffentliche Interesse wehren, das seinem Privatleben entgegengebracht wird. Es sei schliesslich seit der Antike ein mit dem öffentlichen Leben eines Politikers eng verwobener Teil desselben.

Zusammenfassend kann gesagt werden, dass V. hier ein kenntnisreiches und dicht, manchmal sehr dicht geschriebenes Buch vorlegt. Es enthält bei allen oben geäusserten Vorbehalten, welche die äusseren Eigenschaften und die Strukturierung des Buches betreffen, wie gesagt, so manchen bedenkenswerten Ansatz, auch wenn nicht alles, was hier präsentiert wird, ganz neu und auch in mancherlei Hinsicht, wie von V. selbst angekündigt, eine Fortsetzung von Gedanken ist, die bereits an anderer Stelle geäussert wurden.

Notes

1. L. Várady. Die anders verlaufene Geschichte. Antike und Geschichtsdeutung für heute. Anthologie von Mikro- und Makroanalysen. Budapest 2002.

2. Die Literatur zum Thema, was wir für unsere heutige Zeit aus der Antike lernen können bzw. inwiefern es zwischen antiken und modernen Entwicklungen Parallelen oder Gegensätze gibt, ist mittlerweile vor allem, aber nicht nur in den USA recht zahlreich geworden. Vgl. etwa: K. Galinsky. Classical and Modern Interactions. Postmodern Architecture, Multiculturalism, Decline, and Other Issues. Austin 1992; P. Woodruff. First Democracy. The Challenge of an Ancient Idea. Oxford 2005; T. F. Madden. Empires of Trust. How Rome Built--and America Is Building--a New World. New York 2008. Zu Thukydides als Theoretiker der Politik vgl. z. B. L. S. Gustafson (Hg.). Thucydides' Theory of International Relations. A Lasting Possession. Baton Rouge 2000.

3. Es handelt sich hier bei um den in Anm. N. 1 zitierten Titel sowie um: Die anders verlaufene Geschichte II. Kontroverse Bereiche im Politikum der Antike. Budapest 2003. Studies in Historico-Political Culture of Antiquity and Humanism. Budapest 2005. Antiquity Faced with Modernity. Studies in Arcana Historiae. Budapest 2006.

4. Um hier nur ein Beispiel zu nennen, vgl. etwa die Debatte um die Bedeutung des senatus consultum de Cn. Pisone patre.

5. Damit bezieht V. deutlich Position in einer Frage, die sehr umstritten ist und meist hinsichtlich dessen, wie weit sich Thukydides hier in die Karten blicken lässt, doch wesentlich differenzierter beantwortet wird. Vgl. aus der umfangreichen Literatur zu diesem Thema etwa S. Hornblower. A Commentary on Thucydides. Volume I. Books I-III. Oxford 1991, 59f. oder auch G. Gierse. Das spartanische Friedensgesuch bei Thukydides. Thukydides 4,17-20. Diss. Bochum 1971, 6-16.

6. Dass gerade Thukydides immer wieder als ein die jeweiligen zeitgenössischen Fragen erhellender Autor gelesen wurde und werden kann, macht z. B. P. Zagorin (Thucydides. An Introduction for the Common Reader. Princeton and Oxford 2005, 1-6) deutlich. J. V. Morrison hat unlängst (Reading Thucydides. Columbus 2006) herausgearbeitet, dass Thukydides ein Werk verfasst hat, dass keine einfachen Antworten zulässt, sondern zum Dialog herausfordert, um verstanden zu werden.

7. V. sieht dieses Kapitel als Fortsetzung der Seiten 111-113 seines Buches Antiquity Faced with Modernity. Budapest 2006. Aber meines Erachtens kann dieses Kapitel auch für sich allein stehend gelesen werden. (read complete article)

2008.12.15

Lucia Pasetti, Plauto in Apuleio. Bologna: Pàtron Editore, 2007. Pp. 227. ISBN 978-88-555-2910-5. €17.00 (pb).
Reviewed by Regine May, University of Leeds (r.may@leeds.ac.uk)

In this book, Pasetti (hereafter P.) offers a detailed study of some linguistic aspects of Apuleius's language and its Plautine influence. It is based on frequency analyses of three selected phenomena, and its three chapters always conclude with word lists for Apuleius and Plautus and statistics. The method of the book is thus quantitative and stylistic analysis.

In many respects it uses and replaces Desertine,1 which was a decontextualised attempt at comparing (often only listing) Plautine words in Apuleius, and, especially in its first chapter, Abate.2 Both works are difficult to access, and a more modern replacement of these is very welcome. Like these books, P.'s is very technical, and thus does not go the way of Callebat,3 who combines a linguistic with a thematic-interpretative approach and contextualises the use of Plautine language, especially in the novel.

P.'s book is useful because its analysis expands to cover all extant works by Apuleius, an approach much favoured in recent scholarship. She distinguishes carefully between Apuleius's use of words he found in Plautus (and occasionally the larger comic tradition), and words he formed himself, following comic word formation patterns (mostly in the Metamorphoses). Thus her work is full of detailed analyses of special cases.

Proceeding methodically, she usually starts by discussing words shared by both Plautus and Apuleius and no other authors in Latin, which she subjects to detailed contextualised analysis. P. restricts herself to giving some context and parallel passages, but generally refrains from a more detailed discussion of possible literary functions, though sometimes some more literary observations can be found, e.g. on the use of diminutives in erotic subtexts (p. 19) in both authors.

There are three main sections, and each discusses a major morphological feature: diminutives, adverbs in -tim, and nominal compounds. In the main part of each chapter P. discusses systematically each or most occurrences of the phenomenon at hand. These phenomena are not chosen randomly, but rather selected because of their frequency in archaic Latin, followed by a decline of usage during the Classical period, and then again their popularity in later Latin.

Few people will read this book cover to cover, but since it consists of many single sections and its argument is orderly structured, many will wish to consult it.

I will now look at the three main sections in detail:

In the chapter on diminutives P. distinguishes comic from archaic usage. Diminutives, P. argues, in later Latin did not always maintain their diminutive character, but have become part of the language pattern, often used by Apuleius for rhetorical and euphonic reasons. Diminutives are found amongst Apuleius's works mainly in the Metamorphoses, and are, according to P., often (but not always) inspired by context and stylistic richness, but equally often used just for phonetic or rhetorical reasons (p. 22).

Topics inviting Apuleius to form new diminutives are primarily food and sex, but they are also often found in highly rhetorical passages, especially ekphraseis, thus enhancing Apuleius's Kunstprosa. Diminutives, if not taken directly from Plautus, may often be inspired by Plautine ethos.

The first chapter finishes with a quick run-through of other possible sources of diminutives, e.g., neoteric poetry or other archaic dramatists. P. finds that Apuleius derives his diminutives from similar semantic areas to dramatists: the sermo comicus and ekphrasis, and enhancing his stylistic level is his main purpose in using them.

The second chapter discusses adverbs in -tim. This morphological category was most frequent in Plautus and other comic theatre (e.g. Atellana), much less so in Lucilius, but another cluster can be found in tragedy, and occasionally also in other authors and genres, in prose primarily in Sisenna's Historiae. Thus the analysis of -tim adverbs can focus less on Plautus. Furthermore, most second century authors (Apuleius, Fronto and Gellius) have many new formations of this type. Apuleius's interest in -tim words, P. finds, is again partly archaising, partly neologising, and he likes to combine two or more of these adverbs for effect. P. offers a detailed morphological analysis of different types of -tim adverbs, and again concludes that Apuleius uses them for rhetorical purposes, as he is very fond of their capacity for jingling homoioteleuta. The overlap of -tim adverbs between Plautus and Apuleius is surprisingly small (P. finds only four, all of them in the Metamorphoses) but even if neologisms and -tim adverbs are not restricted to derivations from Plautus, much comic influence can be felt here.

The third and last main chapter, perhaps the most illuminating and diverse of the three, concentrates on nominal compounds. Plautus uses them, as P. argues, for comic purposes: examples include the colourful expression of the lives and punishments of slaves, or the parody of more serious tragic-epic language and style (e.g. of Ennius). Apuleius, on the other hand, uses them to enrich his prose, with no parodic intentions.

Again, the actual overlap between Plautus and Apuleius is very small: only two nominal compounds that are not too common in other authors (cordoliumand opiparus) form an obviously conscious usage by Apuleius of Plautine words. They are discussed in detail.

Cordolium is found in Apuleius Met. 9.21 (the adulterer Philesitherus's sandals are found under a woman's bed by her husband, who then experiences this "heartache"). P. says this situation is comic, but is it not rather inspired by mime, since female adultery is a staple of that genre rather than comedy, where no woman is actively adulterous? In Apuleius, it seems, it is difficult to categorize his conscious use of slippage between genres, even in a linguistic discussion, which is what P. usually restricts herself to. To give an example of P.'s method: she discusses (p. 112) the term versipellis, and lists occurrences in Plautus, and their meaning is briefly contextualised. Then the same is done for other authors (here Lucilius), and then the instances in imperial Latin (Petronius, Pliny the Elder), where a certain narrowing of meaning to "werewolf" alone has taken place. Finally, the passage in Apuleius's Met. 2.22 is given, with the meaning of the word and its context. There is little analysis as to how the meaning of the word could change subtly, and how its effect as a Plautine or Petronian derivation in the specific Apuleian context would work.

P. also discusses the influence of poetic language (Virgil, Catullus) on Apuleius's activity as a creator of neologisms, e.g. in the proliferation of semi- composita, or the Augustan influence of -fer compounds on his language. Other suffixes and affixes are again shown to have primarily rhetorical value.

As with the -tim adverbs, there is very little overlap between Plautus and Apuleius in the choice of actual words, but the process of word formation is similar for both authors: both, according to P., are fascinated by the phonetic possibilities of these words, and again Apuleius is rather driven by rhetoric and Kunstprosa. A difference in usage can however be detected: Plautus primarily parodies epic-tragic language in his use of nominal compounds, while Apuleius attempts to poeticise his prose style.

P. concludes that there are different layers and functions of "Plautisms" in Apuleius: They often are intended to embellish the stylistic texture, and in that function Plautine words or word formations are often decontextualised as far as their meaning is concerned. Sometimes, words are chosen to evoke comic situations, but not one specific text. It can however be the case occasionally that Apuleius has a specific Plautine context in mind, and in particular neologisms in Plautine forms can evoke a comic atmosphere.

Only occasional reference is made to the other body of comic authors, not only Terence, whose language is of course very different, but to other fragmentary comic authors, who are rarely brought into the argument, leaving the comparison very much to the two authors of the title, Plautus and Apuleius.

P. offers many analyses, detailed studies of Apuleius's language, but very little in terms of synthesis and interpretation of the phenomena she discovers. A section summarising the findings for each chapter would have been useful. As it stands now, the information is rather fragmentary and unstructured. The single analyses are often useful and illuminating, but there is little overarching synthesis in the chapters themselves. Surely more can be said about Apuleius's predilections for these Plautine words and word derivations, for example about their function beyond rhetorical embellishment and Kunstprosa, or a discussion of why an overwhelming amount of the phenomena P. describes derive from the Metamorphoses rather than the other, more rhetorical or philosophical, works by Apuleius. Apuleius for P. is primarily keen on phonetics and a stylist. For Apuleius, Plautus is a poet to be mined for style, both for words and word formations.

Any commentator on Apuleius's language and editor of his text will need to consult this book, while literary critics may consider it as a starting point for further analysis.

The volume contains several indices, lists of instances of references to secondary literature (not necessarily complete, some gaps are evident), indices of words and themes discussed, as well as of passages. The bibliography is full, but there is the occasional slip or typo. Note for example that footnote 5 on p. 162 should read Swain 2004 instead of 2003, and "commanded" instead of "commended".

Notes

1. H. Desertine, "De Apulei studiis Plautinis", Diss. Nijmegen, 1898.

2. F.R. Abate, "Diminutives in Apuleian Latinity", Diss. Columbus, 1978.

3. L. Callebat, Sermo cotidianus dans les Métamorphoses d' Apulée, Caen 1968; id., Languages du roman latin, Hildesheim 1998, and several other publications. (read complete article)

2008.12.14

Franco Bellandi and Rolando Ferri (edd.), Aspetti della scuola nel mondo romano : atti del convegno (Pisa, 5-6 dicembre 2006). Supplementi di Lexis 51. Amsterdam: Adolf M. Hakkert, 2008. Pp. 345. ISBN 9025612334. €76.00 (pb).
Reviewed by John Henderson, King's College, Cambridge (jgh1000@cam.ac.uk)

Here are ten (from an original dozen) papers from a round-table event, six of them from the home team, that tell us Latin studies are in good shape in Pisa.1 The collection avowedly2 hangs together loosely, but enough, through focus on the Latin Glossaries and their vicinity, concentrated around the preponderant paper from editor Ferri (pp. 111-77; add Rochette and Rosellini; adjacent, Bonnet and Aragosti). 'Schooling' in literary embodiments and representations occupy the other contributions (Seneca the Elder and Martianus Capella; Petronius and Juvenal,). And the joker in the pack confronts us with ancient Alexandria's 'Lecture Block A' in central uptown to make us think harder about what we think counts as a university. The volume is good-as-perfect edited, and Ferri has provided indices rerum ('argomenti') et locorum that are both thorough and thoroughly thought through.

1. Francesca Lechi, 'Greco e latino nelle scuole di retorica' (pp. 9-27).

Before settling on the vivid character Cestius Pius the Greek from Zmyrna who never declaimed in Greek (pp. 20-7), L. neatly nails the dynamics of the Roman controuersia, where the speaker engages in the First Person (as in the Athenian but not the Roman courtroom), his speech must incorporate, and release by implication, its virtual opponent, and the audience ups the required pleasure quotient. Against this background, the performance of bilingualism in early imperial declamation culture makes for a sharply etched topic and a long overdue enquiry. Teasing out the declaimers' implied presumption of limits to audience competence in spoken Greek through the Latin 'glossing' , or 'contextual paraphrase', they decide to provide gets us into grappling with the Elder Seneca's tricky texts up close; so too with Cestius' cute riffing on Virgilian epic phrasing and his tweaking of Latin idiom with aplomb. The mutilated surviving scraps from performances in Greek are convincingly ascribed to Seneca's reading--no matter what he says about his phenomenal memory bank.

2. Annamaria Cotrozzi, 'I capitoli della scuola nel Satyricon' (pp. 29-48)

First, roving commentary on the Encolpius-Agamemnon dialogue in Petronius chaps. 1-5, which provides its own samples of declamatory style to denounce, and parody. Second, examination of the dynamics of the Echion-Ganymede rap in chaps. 45-6, where oscillating deference and aggression towards the Professor -- Agamemnon -- the teacher/pontificator, 'The One Who Can Speak', threads through the clichés.

3. Franco Bellandi, 'Intellecttuali e insegnanti in Giovenale. La satira 7' (pp. 49-79)

Thirty years on from first reflections on the poem, B. refines his 'ironic' reading of the mixture of pity and scorn for the penpushers and educators around the imperial system of sponsorship/exploitation between the court and the rest of Rome's elite. This, the non-frivolous wing, of historians, orators, rhetors, grammatici, is both at the mercy of niggardly patrons and a ridiculous parade of specimens of venality, bombast, pedantry. In a rousing conclusion, 'recent Anglo-Saxon' criticism is deplored for taking it all as 'fun', as literary entertainment: once interset with the blank generalities presented by Tacitus (esp. Dialogus' Messalla), Pliny and Quintilian, Juvenal's indictment pins specific flaws to a real, concrete, establishment configuration. 'Recent'? Plenty of Juvenaliana this millennium for B. to catch up on.

4. B. Rochette, 'L'enseignement du latin comme L2 dans la Pars orientis de l'Empire romain: les Hermeneumata Pseudodositheana' (pp. 81-109)

After outlining a bilingual Roman elite who were taught the ropes in Greek before they pitched into Latin studies between Cicero and Quintilian, R. goes on to track a shift within the 'bilateral bilinguism' of early empire culture toward late-antique selective entrenchment of Latin in eastern provinces, within the repertoires of administrative documents, inscriptions, and other apparatus of post-Tetrarchy court bureaucracy. Here Beirut becomes a special oasis and breeding ground of Latinity (pp. 88-90). So much, it proves, by way of puffing the Corpus Glossarium Latinorum, which is efficiently and lucidly characterized by R. before being probed for the light its playlets shed on the two-way street of teaching less than exalted Greeks and Romans to learn how to teach and learn each others' language, and begin to take on board some of the other culture's characteristic ways (esp. 300-500 CE). The glosses are about enabling speech through written instruction, from the ABC on up, yet they practise a translationese style of phrase by phrase rendering (kata podás, uerbum de uerbo); they list vocabulary by theme as well as alphabetically, but rise to stylized rendering of Cicero (esp. Catilinarians I-III) and Virgil (esp. Aeneid I-VI, esp. esp. I-II, esp. esp esp. I)--and of unversed Babrian fables. R. gets to grips presenting and 'marking' the effort in PapAmherst II.26 (pp. 103-07). As it must seem to us, syntax, and so making sense, is the glossers' lowest priority.

5. Rolando Ferri, 'Il latino dei Colloquia scholica' (pp. 111-77)

Staying with CGL III, we next explore a sharp selection of offerings that jumble efforts from late antiquity with materials through to the Fifteenth Century. In devising tactics for prising 'bona fide' developments in Latinity away from ad hoc precipitates of translationese, F. ingeniously hits on ways to 'mark' Colloquium Harleianum--and vice versa (pp. 114-20). Next he looks to date materials by content, before turning on the heat and grilling the language samples phonetically, morphologically, lexically, in terms of syntax, word-order and use of personal pronouns, and finally as cases of shifting pragmatic conventions (protocols of greeting, yes/no, the politesse of nice and nasty...). Fittingly this clever essay itself boasts an impressive sprawl of hermeneutic strategies, aiming to try out interpretative procedures for size rather than clinch any comprehensive take on the amassed word bites.

6. Guillaume Bonnet, 'La forme des Artes grammaticae, reflets de la pratique des maîtres' (pp. 179-88)

Surely ancient teaching manuals adapted their course materials to suit their victims as do ours? B., if anyone, knows the clamorous Artes well enough to detect different programmatic aims in Dositheus' Greek's for Greeks version as against Donatus', and to indicate why he could omit 'metre' and 'vices and virtues of speech'. Anon. Bobiensis looks to be pegged to Greek pupils insecure in Latin, where other trimmings may be down to attribution to its envisaged public of expertise in either or both grammatical analysis and Latin: a 'superior' course meant for Greek teachers converting into Latin professors? Dositheus' own redaction tools up with detailed shots at correct prepositions and conjunctions; and works in blessings from a commentary on Terence, Hecyra; whereas poor Bobiensis caters for a less advanced class still thinking in Greek when facing Latin expressions? The ambitious manual can risk suppressing elementary clarification and cultivate silently insinuated nuances; and we can detect them? Finally, Priscian on prepositions (CGL III 35.4-19) looks to smuggle Priscian's notes and marginalia into a mixed-level hybrid textbook.

7. Michela Rosellini, 'Varrone, Palemone, Prisciano: effetti di un insegnamento grammaticale sulla pratica della lingua' (pp. 189-98)

Can we pinpoint effects of grammar teaching on Roman linguistic practice? Take the future perfect indicative in -ero. In antiquity (Varro, De Lingua Latina 9.96, 99, 100 apart--no teaching manual this) this tense is a future subjunctive: see esp. Priscian CGL III 260.20-61,2 (and 251,18-23). All futures being uncertain, there is for Latin grammarians no category of 'anteriority in the future'. 'Might always never be gonna have happened.' R. reckons to catch Apuleius and Julius Valerius (Res Gestae Alexandri Macedonis) putting this Truth into their practice.

8. Chiara O. Tommasi Moreschini, 'Il De Nuptiis di Marziano Capella: da manuale 'privato' a testo canonico' (pp. 199-219)

Never heard of Martianus Capella's weird version of sevenfold elevation of the soul through the curriculum of Artes? Here is a convert's induction to author and work. Date; title; name; genre/unity; paganism/esotericism; Nachleben; Christianizing allegorization. (How) Did discussion flow?

9. Konrad Vössing, 'Alexandria und die Suche nach den antiken Universitäten. Alte Fragen unde neue Funde' (pp. 221-51)

What makes a university a university? After running through and knocking out precursors in Athens, Rome, Carthage, etc, V. finds Constantinople under Theodosius II in 425 comes close to satisfying his chosen criteria (p.234). But lo! Fresh excavations published by Gregor Majcherek (University of Warsaw)3 offer a long row of twenty uniform auditoria just off a main road near the late antique city centre of Alexandria, each suite complete with stone 'professorial chair' and a 'lecturer's' stone 'desk'. Dating to c.500 and indications of use until 642 do not preclude earlier versions back into an earlier heyday, and elicit a neat roll-call of the city's scholar heroes. Yes, here is a striking talking-point, as provocative as it is unexpected: V.'s definition sets sights on a higher education establishment, the teaching phase of a syllabus to graduation, a multi-disciplinary programme, a role in the formation of the citizen with broad social acceptance, institutional connection between teachers--i.e. departmental faculty (pp. 222-5). And V.'s lively conclusion sets self-reflexive sights on his seminar paper: I bet the question he pops prompted plenty of discussion in Pisa; it deserves to wherever. 'Auf der Suche nach antiken Universitäten--wozu?' (pp. 250-1).

10. Andrea Aragosti, 'Frammenti plautini nella tradizione di Calcidio' (pp. 253-88)

'I asked for water and she gave me gasoline.' The early fourth-century translation of and commentary on Plato, Timaeusby Deacon (?) Chalcidius in the tenth- or eleventh-century Bamberg Misc. Class. 18 = Codex Bambergensis Bibliothecae publicae M.V. 15 includes on fol. 117 verso a short prose letter to some comrades, in which a certain Regulus (see pp. 285-6) is fed up when he'd asked for Plautus and was posted Plato instead. As he sends up his chagrin and twits his mates, he puts together an urbane page stuffed with phrases from the plays advertising what's missing juxtaposed against disappointments of the dialogue. A. provides text and translation before extensively annotating what is known or can be documented, paralleled, or inferred about the provenance, meaning, and presumed construal of these Plautine testimonia and fragments. Which include extant, lost, dubious, and non-Varronian plays: Asinaria, Epidicus, Dyscolus, Cornicula, Vidularia, Aulularia, Stichus, Menaechmi, Amphitryo, Artemo, Frivolaria, Synaristosae (and a note on Pacuvius). All these phrase-taking and -making jeux trace to some epitome of (Verrius-)Festus, De uerborum significatu that also fuelled a welter of matching glossary entries. The paper gives comprehensive and minute scholarly treatment of each and every literary/philological item as well as informative studies of all players, materials, and contexts. Maybe this goes back to my schooldays when an order of Theocritus was answered by the bookseller with an apology for not having the book and delivery instead of a Theophrastus, or maybe we all have some version of this whimsy; anyhow, I rate this, no contest, the gem of the collection.

Notes

1. Seven are in Italian, two in French, one in German.

2. The editors waste no time with preliminaries, prefixing a single-page notification by way of 'Introduzione'.

3. G. Majcherek, 'The Late Roman Auditoria of Alexandria: An Archaeological Overview' in T. Derda, T. Markiewitz, and E. Wipszycka (eds.) Alexandria. Auditoria of Kom el-Dikka and Late Antique Education, Journal of Juristic Papyrology, Supplement 8 (Warsaw, 2007), 11-50. (read complete article)